Decenni perdutiIl rallentamento dell’economia cinese accende la disillusione nei giovani

Il Covid e la guerra in Ucraina hanno mostrato i punti deboli dell’ascesa economica di Pechino: cala la popolazione, diminuiscono le esportazioni e latita ancora la fiducia di consumatori e imprese. Per la prima volta dopo anni di prosperità, le nuove generazioni sono scoraggiate dall’alto costo della vita e temono di non trovare lavoro

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Si dice liulang. Letteralmente, «alla deriva». È l’espressione con cui i giovani cinesi si riferiscono al nuovo stadio di disillusione raggiunto. Molti di loro, spesso laureati, sono tentati di abbandonare la speranza di trovare un’occupazione stabile e di buon livello. Altri di lasciare gli studi. Dopo decenni di clamorosa crescita, la Cina sta rallentando. Non si tratta solo di decimali, ma di un sentimento più profondo: per la prima volta dopo tanto tempo le generazioni più giovani sono pessimiste sul proprio futuro. Per la prima volta dopo tanto tempo, i figli pensano che potrebbero passarsela peggio dei loro padri. Un inedito, visto che dalla stagione di riforma e apertura inaugurata da Deng Xiaoping all’alba degli anni Ottanta in poi, i figli sono sempre stati meglio dei padri. E i padri sono sempre stati meglio dei nonni. Un circolo virtuoso che rischia di interrompersi. 

Nel discorso di Xi Jinping in occasione del XX Congresso del Partito comunista dello scorso ottobre, evento che lo ha incoronato per la terza volta segretario generale, il «ventennio di opportunità strategiche» profetizzato con ragione dal suo predecessore Jiang Zemin nel 2002 ha lasciato il posto a una maggiore enfasi sulle «sfide senza precedenti» e le «acque tempestose» che la Cina deve prepararsi a navigare col suo timoniere della «nuova era».

Una nuova era che qualcuno si inizia a chiedere se non rischi di assomigliare ai cosiddetti «decenni perduti» del Giappone. Negli anni Ottanta, Tokyo era stata protagonista di una crescita strepitosa. Era diffusissima, anche negli Stati Uniti, la previsione che il paese asiatico fosse pronto al futuro sorpasso economico e tecnologico. Alcuni libri e studi prevedevano perfino un nuovo conflitto con Washington, completando un cerchio aperto con la Seconda guerra mondiale e il disastro atomico. È andata diversamente, col Giappone che è finito invischiato in un lungo periodo di stagnazione che ha dato vita a quella conosciuta come «generazione perduta». Nel frattempo, la Cina ha operato il sorpasso come seconda economia mondiale e avanza una sfida dai connotati inediti alla leadership unipolare americana post guerra fredda: non solo economica, ma anche politica, con l’irriducibilità di un modello di sviluppo con caratteristiche cinesi che si è dimostrato non omologabile.

Covid prima e guerra in Ucraina poi stanno però mostrando anche punti deboli nell’ascesa cinese, accelerando le sfide poste già nell’immediato periodo pre pandemico con la guerra commerciale e tecnologica aperta dall’amministrazione Trump. Quando lunedì 17 luglio Fu Linghui, portavoce dell’Istituto nazionale di statistica, ha elencato i dati economici del secondo trimestre è arrivata la conferma: la ripresa continua a stentare. Tra aprile e giugno il prodotto interno lordo di Pechino è cresciuto solo dello 0,8 per cento rispetto al trimestre precedente quello della grande riapertura dopo la fine delle restrizioni anti Covid.

Su base annua, la crescita ammonta al 6,3 per cento. sotto le previsioni del 7,1 per cento. Il dato è deludente anche perché il paragone era col periodo del 2022 in cui la situazione pandemica era finita fuori controllo in alcuni centri nevralgici dell’economia cinese, a partire da Shanghai che era stata costretta a vivere il lockdown più duro e prolungato di questi anni di restrizioni anti virus. 

Latita ancora la fiducia di consumatori e imprese. Rallenta la crescita delle vendite al dettaglio: +3,1 per cento a giugno rispetto al balzo del 12,7 per cento di maggio. Mentre nei primi sei mesi dell’anno si sono ridotti dello 0,2 per cento gli investimenti fissi privati. Solo la scorsa settimana era stato reso noto che le esportazioni cinesi sono crollate del 12,4 per cento su base annua nel mese di giugno. Un dato rilevante, considerando quanto l’economia di Pechino sia ancora strettamente legata all’export, nonostante i tentativi del Partito comunista di diminuire la dipendenza dall’esterno. 

La Cina resta convinta di poter raggiungere l’obiettivo di crescita per il 2023, fissato al cinque per cento. Un target che era sembrato eccessivamente timido quando era stato annunciato a marzo durante le “due sessioni” ed era stato considerato una cautela da parte del governo dopo lo scotto del 2022 in cui era stato mancato il previsto 5,5 per cento. E invece, poco più di tre mesi dopo, non appare più così scontato neppure quello. Sebbene resti del tutto raggiungibile.

A pesare sulle prospettive future c’è una situazione particolarmente negativa legata al settore immobiliare. Negli ultimi anni, il colosso Evergrande e tanti altri grandi sviluppatori privati hanno sofferto. E stanno ancora soffrendo, visto che il governo si è per ora rifiutato di approvare i massicci aiuti del passato. Una scelta dettata dalla volontà di ridurre i rischi di un settore che ha spesso trainato la crescita ma con un modello ad alto rischio basato sul debito. Mentre i mercati finanziari chiedono a gran voce stimoli, Xi e i suoi alti generali ritengono evidentemente che il rallentamento del settore immobiliare sia un aggiustamento necessario, anche se doloroso, al vecchio modello di crescita. 

La richiesta di un bazooka è aumentata ulteriormente dopo che a giugno l’economia cinese ha vacillato sull’orlo della deflazione. L’indice dei prezzi al consumo è rimasto piatto su base annua ed è diminuito dello 0,2 per cento rispetto al mese precedente, mentre i prezzi di fabbrica sono scesi al ritmo più veloce dal 2016, a causa del calo della domanda di prodotti di consumo e manifatturieri. Per ora il governo si è limitato a dare segnali di sostegno alle imprese private. 

La scorsa settimana il premier Li Qiang ha incontrato i responsabili delle grandi piattaforme digitali: un chiaro messaggio che la stretta che ha coinvolto le Big Tech negli ultimi anni è finita. Dallo stop all’ultimo secondo alla quotazione di Ant Group, il braccio fintech di Alibaba, del novembre 2020 in poi è stata portata avanti una grande campagna di rettificazione normativa, che ora può sfociare in un new normal basato su una supervisione controllata. E dunque, si spera, maggiore stabilità. 

Non solo. Come ha sottolineato l’Economist, sembra essere tornata quella «economia delle bancarelle» che ha costituito per lungo tempo il paesaggio urbano delle grandi città cinesi. E che invece Xi aveva messo al bando negli ultimi anni. Nel passaggio da fabbrica del mondo a società di consumi interni caratterizzata da un grande avanzamento tecnologico, sembrava non esserci più posto per quello che il presidente aveva definito «guazzabuglio», cioè quella ragnatela disordinata di fabbriche e negozietti gestiti nei vicoli. Chengdu, Hangzhou, Kunming e Shanghai sono tra le grandi città che hanno di recente annunciato piani per allentare le restrizioni sui mercati di strada. 

A Shenzhen, la metropoli meridionale limitrofa a Hong Kong e cruciale polo tecnologico della Repubblica Popolare, il divieto terminerà il 1° settembre, quando entreranno in vigore nuove norme che includono requisiti volti a garantire la pulizia e a prevenire problemi di traffico. Ma il dato forse più preoccupante è quello sull’occupazione. Mentre la disoccupazione generale resta stabile al 5,2 per cento, quella giovanile urbana è arrivata al 21,3 per cento. Si tratta di un nuovo record, in crescita di un ulteriore 0,5 per cento rispetto al 20,8 per cento di maggio. 

Sempre più laureati in Cina hanno faticato a trovare un lavoro negli ultimi anni: già nel 2021, oltre il settanta per cento dei giovani disoccupati nelle aree urbane tra i sedici e i ventiquattro anni aveva conseguito un titolo di studio presso un istituto di istruzione superiore e oltre il quarantadue per cento aveva conseguito una laurea o un titolo superiore. Già tra 2020 e 2021 la percentuale di laureati sul totale dei lavoratori urbani e dei giovani urbani disoccupati è aumentata rispettivamente di 5,4 e 13,8 punti. Dati che sono destinati a crescere ulteriormente. 

Secondo uno studio dell’Istituto nazionale di statistica cinese, pubblicato ad aprile, la crescita del Prodotto interno lordo del paese è rallentata di 2,4 punti percentuali dal 2018, il che ha contribuito a un aumento di 2,88 punti percentuali del tasso di disoccupazione tra i giovani urbani. Nel 2023 si prevede che 5,7 milioni di persone nei settori dell’istruzione, dell’immobiliare e dell’edilizia saranno senza lavoro, con un aumento del settantatré per cento rispetto al 2019. Di questi, circa 1,3 milioni sarebbero giovani lavoratori, più del doppio rispetto a quattro anni fa.

La questione si innesta in un altro problema più ampio: il calo demografico, che passa per il continuo calo di matrimoni e nascite. Il numero di matrimoni in Cina è diminuito per nove anni consecutivi, dimezzandosi in meno di un decennio. L’anno scorso, circa 6,8 milioni di coppie si sono registrate per il matrimonio, il numero più basso da quando sono iniziate le registrazioni nel 1986, in calo rispetto ai 13,5 milioni del 2013. Sebbene il numero di matrimoni nel 2023 sia aumentato rispetto all’anno precedente, allo stesso modo aumentano anche le separazioni. Nel primo trimestre di quest’anno si sono sposate quarantamila coppie in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma i divorzi sono aumentati di ben centoventisettemila unità. 

I giovani sono scoraggiati dalle alte spese necessarie per costruire una famiglia e fare figli, a partire dal costo che comporterebbe l’inserimento di un bambino nel sistema educativo. C’è poi anche un fenomeno di tipo culturale e quasi inevitabile con lo sviluppo della società cinese: le donne sono molto più inserite di un tempo nel mondo del lavoro e sono dunque più indipendenti. Senza contare il costante aumento dei livelli di istruzione che si è verificato negli scorsi decenni. Sposarsi meno e più tardi è dunque una conseguenza naturale, come già visto in tante altre società asiatiche e occidentali.

Ma per la Cina un futuro sulle orme del Giappone non è ancora scritto. Huang Jian, economista della Tsinghua University di Pechino, sostiene in un recente articolo che Tokyo, «dopo le frizioni commerciali con gli Stati Uniti negli anni Ottanta e Novanta, è stata vittima della dolorosa consapevolezza che non può dire di no. Al Giappone sarà sempre tiranneggiato dagli Stati Uniti e non gli sarà mai permesso, nemmeno in campo economico, di superare gli Stati Uniti. Il tetto è infrangibile. Allora perché lavorare sodo quando non c’è speranza?» 

Pechino sembra invece fare un ragionamento opposto, quantomeno a livello politico. Xi ha anzi fatto capire abbastanza chiaramente che non è disposto a compromessi nel rapporto con Washington. Tra Belt and Road Initiative e la recente Global Security Initiative, ha anzi ribadito la sua ambizione di rendere la Cina capofila del cosiddetto Sud globale. 

Secondo quanto scrive ancora Huang, «Finché la Cina manterrà uno spirito positivo e ascendente, si impegnerà per raggiungere il vertice e non si arrenderà mai, non scenderà sulla stessa china scivolosa del Giappone. Sebbene sia l’Unione Sovietica che il Giappone abbiano ceduto agli Stati Uniti per scelta nella loro precedente competizione, qualunque sia il risultato, questa volta la Cina non si arrenderà». Certo, i suoi giovani sembrano doversi abituare a qualche sacrificio inatteso.

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