Cancel cultureL’inattesa rimozione del ministro degli Esteri e l’opacità del regime cinese

Qin Gang ha fatto carriera molto rapidamente ma è stato sollevato dall’incarico senza troppe spiegazioni: i metodi di comunicazione del partito e del governo hanno favorito la diffusione delle più disparate teorie su questa storia

AP/Lapresse

Un discorso sulla governance militare, un messaggio a degli studenti di Hong Kong, un altro messaggio al premier uscente cambogiano Hun Sen. Per il Quotidiano del Popolo di mercoledì 26 luglio sono queste le prime tre notizie del giorno. Solo al quarto posto arriva la quarta riunione del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo: non una riunione qualsiasi, visto che è la sede in cui si è decisa la rimozione del ministro degli Esteri Qin Gang.

Un provvedimento che era nell’aria da ventiquattro ore prima, cioè da quando il consesso presieduto da Zhao Leji è stato convocato d’urgenza. Esattamente un mese dopo la sua ultima apparizione pubblica, Qin è stato sollevato dall’incarico. Solo una volta, l’11 luglio, il governo cinese ha dato una comunicazione ufficiale sul suo conto, affermando che avrebbe mancato la ministeriale dell’Asean (l’Associazione dei paesi del Sud-Est asiatico) a Giacarta a causa di non meglio precisati «problemi di salute». Una versione che non ha convinto molti, soprattutto perché nelle due settimane seguenti alle ripetute richieste di chiarimento da parte dei giornalisti internazionali i portavoce del ministero hanno sempre (non) risposto con talvolta malcelato imbarazzo.

Nel frattempo, su di lui si è detto e scritto di tutto. Come da tradizione, l’opacità della comunicazione politica cinese ha favorito la diffusione delle più disparate teorie sul suo conto. Alcune di queste potrebbero essere vere, visto che stavolta la discussione è stata ben presente anche sui social cinesi.

Stavolta, la teoria più quotata è quella di una presunta relazione extraconiugale, che Qin avrebbe intrattenuto con una nota giornalista cinese dell’emittente Phoenix Tv, Fu Xiaotian. Fin qui, nulla di particolarmente strano: non è certo una novità assoluta avere un’amante per un funzionario del Partito comunista. La questione però è più complicata, anche senza bisogno di avventurarsi ai dettagli da spy story diffusi da alcuni, giunti a teorizzare possibili legami tra la reporter e i servizi segreti britannici basandosi su un giardino intitolatole a Cambridge «in onore della sua filantropia».

Forse basta meno di questo per pensare all’ipotesi dell’indagine disciplinare su Qin. D’altronde, il ministro appena rimosso era l’ambasciatore cinese negli Stati Uniti quando avrebbe intrattenuto la sua relazione extraconiugale, dalla quale in molti sostengono abbia avuto anche un figlio. Un ruolo a dir poco cruciale, soprattutto nella recente contingenza dei rapporti bilaterali. Un ruolo in cui un errore e un’eventuale esposizione di notizie riservate a figure esterne, anche qualora queste non abbiano collegamenti politicamente pericolosi, vengono perdonati meno facilmente. A maggior ragione nella “nuova era” di Xi, pervasivamente ammantata dal concetto di sicurezza nazionale.

Un’era dove è appena stata emessa una nuova legge anti-spionaggio che alza il livello di impermeabilità verso un esterno percepito sempre più come rischioso da una Cina che si racconta come accerchiata da Washington e dai suoi partner arruolati per contenere e sabotare la sua ascesa.

L’ipotesi disciplinare troverebbe per alcuni fondamento dalla mancata censura delle discussioni su Qin, comprese quelle sul lato privato, solitamente a dir poco ermetico per gli ufficiali del Partito e del governo. Da tenere in considerazione anche la cancellazione delle informazioni relative a Qin sul sito del ministero degli Esteri, arrivata subito dopo l’annuncio della sua rimozione.

Non sembra però ancora possibile escludere che Qin abbia davvero un problema di salute. Certo, in tal caso si tratterebbe di un problema abbastanza grave da causarne un’indisponibilità a tempo indeterminato. A tenere in piedi l’ipotesi c’è il fatto che Qin è stato rimosso solo da ministro, ma non da consigliere di Stato. Ruolo superiore nella gerarchia statale, ma meno esposta all’esterno.

Secondo Moritz Rudolf di Yale, ciò sarebbe la prova che non si tratta di una purga e che Qin sarebbe malato. Altri, come Joseph Torigian dell’American University di Washington, ritengono invece che la mancata rimozione dal consiglio di Stato possa essere funzionale a garantire una finestra di tempo utile a completare l’eventuale indagine disciplinare e decidere in modo definitivo sull’operato di Qin. Arrivando poi a rimuoverlo del tutto qualora le eventuali responsabilità fossero giudicate gravi, oppure a mantenerlo consigliere in caso contrario.

Fa riflettere anche il mancato riferimento ai problemi di salute durante la prima conferenza stampa del ministero dopo il provvedimento. «Xinhua (l’agenzia stampa di stato cinese, ndr) ha già pubblicato le informazioni relative alla questione. Potete fare riferimento a quelle», ha detto Mao Ning. «Non ho dettagli aggiuntivi da fornire», ha concluso. Garantendo che la «diplomazia cinese continua ad andare avanti».

Resta anche possibile che la nomina di Wang sia a tempo. Ma il suo ritorno sembra motivato proprio da questo. Troppe le voci, troppo il rischio che la vicenda indebolisca la diplomazia cinese in un momento a dir poco delicato, tra il tentativo di dialogo in corso con gli Stati Uniti e le nuove nubi che si addensano sullo Stretto di Taiwan per il prossimo transito del vicepresidente Lai Ching-te dagli Stati Uniti. Ecco allora la restaurazione guidata da Wang, che ministro degli Esteri lo era già stato dal 2013 al dicembre 2022. Quasi un decennio in cui la situazione interna e la postura internazionale della Repubblica popolare sono drasticamente mutate. Wang conosce già tutti i suoi interlocutori chiave, da Antony Blinken a Sergey Lavrov, e dunque può garantire continuità. Il segretario di Stato americano, commentando il suo ritorno, ha detto di aver già «lavorato bene» con lui in passato. Di tredici anni più anziano di Qin, è una figura di grande esperienza anche sul dossier taiwanese, che ha direttamente supervisionato dal 2008 al 2013 nell’era di maggiore distensione tra le due sponde dello Stretto.

Quella di Wang è una scelta sicura, per dare stabilità in un momento in grado di creare confusione all’interno e proiettare debolezza all’esterno, vista la mossa con pochi precedenti di rimuovere un ministro degli Esteri. Non si tratta certo della figura più alta in grado del Partito ad aver perso il posto durante l’ultimo decennio, ma stavolta si parla di un uomo di fiducia di Xi.

Da ex capo del protocollo del ministero degli Esteri, Qin ha coordinato per qualche tempo i viaggi internazionali del leader cinese. Per poi diventare ambasciatore a Washington, ruolo da cui è passato con inusuale rapidità a quello di ministro, passando davanti ad altri nomi più “maturi”. Il tutto, si dice, proprio grazie al rapporto col presidente e segretario generale. Anche per questi dettagli, c’è chi immagina una trama politica dietro alla sua rimozione, magari orchestrata proprio da Wang. Resta però alquanto avventuroso immaginare che possa aver inciso il suo posizionamento su singoli dossier, come Russia o Ucraina. La politica estera cinese si muove sul binario tracciato da Xi e Wang era già superiore di Qin, visto che da ministro è passato al ruolo di capo della diplomazia del Partito.

«La rimozione di Qin non dovrebbe essere interpretata come una diminuzione del potere di Xi Jinping, che si estende in modo molto più ampio e profondo di qualsiasi singola nomina», ha dichiarato Jude Blanchette del Center for Strategic and International Studies al Wall Street Journal. Certo, se non fosse solo un problema di salute, sarebbe comunque un’altra prova (dopo la strategia zero Covid) che l’accentramento di potere e la sistematica promozione di fedelissimi ha la controindicazione di tracciare un legame diretto tra tutto quanto accade in Cina e il suo leader. Se invece si trattasse davvero solo di un problema di salute, Pechino dovrebbe forse riflettere su quanto l’opacità del suo sistema favorisca voci a lei dannose.

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