Capitani nostalgiciIl D’Alema di ieri, quello di oggi e il fallimento profetico della scalata a Telecom

Ventiquattro anni fa l'ex presidente del Consiglio era visto come un leader forte e ambizioso, con il potenziale per costruire un'immagine di un premier comunista in stile blairiano. Poi molte cose sono cambiate e ora si parla più delle sue indagini che dei suoi trascorsi politici

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Massimo D’Alema, parlando con Fabio Martini della Stampa, ha rievocato con poche parole, e sempre col tono del «quando c’ero io, caro lei…», la vicenda dell’ottobre 1999 – era presidente del Consiglio dopo la manovra bertinottiana, e non solo, ai danni del governo di Romano Prodi – dell’operazione tentata da Roberto Colaninno, scomparso venerdì scorso.

L’imprenditore mantovano, come si ricorderà, voleva scalare Telecom, un affare da centoventimila miliardi di lire, l’emblema, per D’Alema, di un nuovo capitalismo moderno che voleva prendere il posto di quello dei salotti e delle vecchie famiglie. Era il D’Alema di ieri così sideralmente lontano dal D’Alema di oggi, di cui si parla esclusivamente per le vicende giudiziarie legate alle mediazioni per la vendita di armi e quant’altro. Chi scrive era presente, come cronista intrufolato, a una riunione a porte chiuse a palazzo San Macuto dove era presente il gotha del governo e della sinistra quando l’allora presidente del Consiglio decantò le lodi dei «capitani coraggiosi», ponendo il mercato al centro di tutto, e non nascose che forse i “capitani” avevano fatto «un passo più lungo della gamba». 

Era il D’Alema che aveva, o sembrava avere, il Paese in mano e con un grande futuro davanti a sé. Molti nemici, anche interni, lo consideravano in combutta con Colaninno per mettere alla testa dell’economia italiana una nuova generazione di imprenditori anche per suoi obiettivi personali: un disegno molto ambizioso, pezzo fondamentale per costruire l’immagine del premier comunista ormai blairiano. Che fallì, come poi fallì il suo governo. Però comunque si valuti quel passaggio era una cosa enorme, e che fosse il leader della sinistra a governarlo era davvero un fatto rilevantissimo, degno di uno statista, così si pensava allora del D’Alema di ieri. 

Da quel fallimento sono passati ventiquattro anni, lo stesso lasso di tempo che separa la fine di Benito Mussolini dal primo passo di Neil Armstrong sulla Luna. E dopo tutte le peripezie e il suo discutibile girovagare politico tanto lustri dopo si arriva al D’Alema di oggi del quale scrivono soprattutto i giornali di destra. 

Ora, poche  cose sono noiose come le ricostruzioni degli affari di Massimo D’Alema. Aspettiamo la chiusura delle indagini, annunciata ieri per «dopo le ferie» da Luca Fazzo del Giornale da anni in ottimi rapporti con le Procure di mezza Italia, ma a quanti risulta non sembrano emergere prove di corruzione tali da autorizzare il rinvio a giudizio dell’ex presidente del Consiglio. Sono fatti suoi. 

Si può giudicare sconcertante – per molti lo è – il fatto che un leader della sinistra di quel peso abbia lasciato la politica per dedicarsi a commerci di varia natura, anche con gente non esattamente amica e che nulla ha a che fare con la storia del movimento operaio mondiale di cui egli si considera parte non irrilevante ma, ripetiamo, sono fatti suoi, del D’Alema di oggi.

Fazzo ha ripreso la notizia data il giorno prima dal Fatto Quotidiano circa la schedatura dell’ex presidente del Consiglio «come un Leoncavallino», scrive Fazzo sorvolando che quelli sono di Milano da parte dell’Ufficio politico della Questura di Napoli che in una sua terza relazione suggerisce ai pm napoletani che D’Alema sarebbe a capo di una “cricca” – qui Fazzo rispolvera un aggettivo dei tempi di Stalin – cioè un gruppo di gente che agiva in un «contesto simbiotico di un reciproco tornaconto personale» nella quale il D’Alema di ieri emerge con il suo peso «sintomatico del ruolo propulsivo e decisionale discendente dalla caratura e storica militanza negli apparati del potere». 

Un momento: ma come parlano questi? «Ruolo propulsivo», sembra Enrico Berlinguer, «storica militanza negli apparati di potere», ma che cosa si milita negli apparati? Da dove salta fuori questo linguaggio da ciclostilato da anni Settanta? Forse alla Digos di Napoli sono tutti sociologi laureati a Trento?  Vedremo se i pubblici ministeri resteranno affascinati da questa koinè ideologica, certo l’impressione è che gli spifferi della politica siano penetrati nelle stanze della giustizia. Oppure invece se il tutto si risolverà in una bolla di sapone. Un po’ come quella di Telecom sponsorizzata dal D’Alema di ieri.

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