MementoPerché se ricordassimo tutto sarebbe un problema

In “Genetica dei ricordi” (Il Saggiatore), Andrea Levi spiega che la mente è come una casa degli specchi dove i ricordi sono tutt'altro che fedeli alla realtà

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Quando il dottor Watson, giovane laureato in medicina, torna in patria dopo avere servito l’esercito inglese in India, si trova nella spiacevole situazione di dover sopravvivere nella giungla urbana di Londra con un sussidio assai modesto. È la precarietà a far sì che la sua strada incroci quella di Sherlock Holmes, un bizzarro individuo in cerca di un coinquilino, che fin da subito lascia Watson piuttosto interdetto e stranito. «Ma il massimo della sorpresa» scrive Sir Arthur Conan Doyle, che con questo quadro inaugura “Uno studio in rosso”, «fu quando Sherlock Holmes gli confessò di non sapere che la terra gira intorno al sole». 

«Mi sembrate sorpreso» disse Holmes, «ma adesso che lo so farò tutto il possibile per dimenticarmene al più presto. Vedete, mio caro Watson, io penso al nostro cervello come a un piccolo attico non ammobiliato che a poco a poco riempiamo con i mobili che ci servono. Solo uno sciocco riempirebbe le stanze del suo attico-cervello con oggetti-conoscenze che non servono». […]

La metafora dell’attico-cervello proposta dall’investigatore più celebre d’Inghilterra è utile per illustrare quella che a oggi è l’opinione comune sulle ragioni per cui talvolta perdiamo i ricordi. Ma per quanto intuitivamente accattivante, l’ipotesi per la quale dimenticheremmo al fine di fare spazio a nuove memorie non sembra essere probabile. 

Considerato che possediamo tra gli ottanta e i novanta miliardi di neuroni, ognuno dei quali è in grado di formare migliaia di contatti sinaptici, è stato calcolato che potremmo conservare circa un miliardo di differenti memorie, molte di più di quelle che nei fatti immagazziniamo. Non un attico, dunque, bensì un enorme magazzino in cui non si pongono problemi di spazio: questa sarebbe la prima architettura della nostra memoria.

Se dimentichiamo, allora, non è per dei supposti limiti strutturali del nostro cervello. Perché, allora? Molto semplicemente, perché conviene. Tutti dimentichiamo, a prescindere dalle condizioni di salute in cui versa l’organismo. A determinare questo fatto non è una qualche disfunzione del sistema (eccezion fatta per i casi di patologie cerebrali e di invecchiamento), ma la cooperazione di geni specifici, i geni soppressori della memoria che abbiamo incontrato poche pagine fa. 

La conclusione logica di tutto ciò è che dimenticare sia una funzione selezionata durante il processo evolutivo e presumibilmente vantaggiosa. In effetti, non è detto che ricordare tutto sia sempre e comunque un vantaggio. Non è cosa nuova che noi tendiamo ad attribuire alla memoria un valore positivo, reputandola in grado di contribuire alla formazione dell’individualità e del senso dell’identità di ognuno. In quest’ottica è naturale desiderare di potere rivivere con grande vividezza e precisione le esperienze significative della nostra storia: non esiteremmo un secondo in caso di ricordi felici, ma che dire di quelli spiacevoli se non addirittura traumatici? Vorremmo davvero, inoltre, conservare memoria dei momenti più transitori e meno intensi? Di ogni passo compiuto per strada, chiacchiera insulsa, di ogni attesa alla fermata del bus? Sarebbe un po’ come conservare nel portafoglio tutti gli scontrini del mondo, pur sapendo che non li utilizzeremo mai in alcun modo. 

Tra il dimenticare ogni cosa e il ricordare tutto conviene posizionarsi nel mezzo, alla maniera aristotelica. Non il ricordo né l’oblio, allora, bensì la plasticità della memoria costituisce il vantaggio evolutivo per eccellenza – ossia la possibilità di rievocare, dimenticare o alterare un evento semplicemente a seconda di quel che ci conviene.

A rafforzare questa prospettiva è l’esistenza di alcuni rari casi di individui aventi una capacità di ricordare fuori dal comune, nota come ipermnesia. Uno di loro fu Solomon Šereševskij, un giornalista sovietico in grado di ripetere a distanza di anni interi brani della “Commedia” dantesca dopo averli letti solo due o tre volte, senza che si potesse appellare al senso delle parole dal momento che non conosceva l’italiano. […]

Come lascia intuire il caso di Šereševskij, una vita vissuta senza potere dimenticare assolutamente nulla sarebbe invivibile. Si adeguerebbe poco, inoltre, alla forma instabile e sfumata del mondo. Il vantaggio determinato da una memoria plastica si fa infatti evidente nel caso di condizioni che cambiano. […]

All’opposto delle memorie che non si dimenticano (quasi) mai ci sono quelle che si dimenticano (quasi) sempre. Che cosa ricordiamo della nostra vita di bambini? Tendenzialmente poche cose, spesso rimaste impresse in quanto dotate di una loro significatività: una torta di compleanno, una caduta dalla bicicletta, un gioco particolarmente divertente, un regalo fatto a un compagno… Ma già di tutto ciò che ha a che vedere con i primissimi anni di vita non riusciamo a rievocare alcunché. 

Questo accade poiché l’uomo è, tra le altre cose, un animale altriciale (ovvero un animale che al momento della nascita è poco sviluppato e molto bisognoso di cure) e caratteristica degli altriciali, soprattutto dei mammiferi, è di essere afflitti da una forma di oblio naturale nota come amnesia infantile. Quando un animale altriciale viene al mondo si trova in possesso di un cervello non del tutto formato. […]

Attenzione: si tratta di consolidare ricordi, non di formarli. I bambini sono capaci di generare memorie episodiche anche prima dei tre anni, ma la loro capacità di mantenerle o rievocarle ha una temporalità molto ridotta: a sei mesi di età possono ricordare un evento per circa un giorno, a nove mesi per qualche settimana, a dieci mesi per circa un anno. 

Accertato che la probabile causa di tutto ciò è da ricondursi all’immaturità dell’ippocampo, molte domande restano senza risposta. Una proposta interessante è quella che individua nella neurogenesi la causa dell’amnesia […]. In effetti, nei bambini la neurogenesi nell’ippocampo è molto maggiore che non negli adulti e, quindi, potrebbe rendere conto della ridotta capacità di mantenere i ricordi dei primi anni di vita.

Qualunque sia la causa, quando siamo piccoli ogni frammento di esperienza è destinato a un’obsolescenza programmata. «La vita è una nebulosa», scrive Miguel de Unamuno, e i primi passi che compiamo nel mondo restano avvolti da una fitta foschia.

“Genetica dei ricordi”, di Andrea Levi, il Saggiatore, 192 pagine, 17 euro

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