Dulce nihil facereNemmeno nell’Antica Roma era così facile prendersi una pausa (cum dignitate)

In “Il riposo dell'imperatore”, edito da Laterza, Massimiliano Papini spiega come l’otium latino, per quanto considerato l'opposto dell’operosità e una possibile minaccia per i valori tradizionali della società, era legittimato al fine di recuperare le forze e rinvigorire la virtù. Tuttavia, se eccessivo, poteva portare a decadere verso ignavia e lussuria

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L’otium è l’opposto dell’operosità (industria) e dell’impegno (studium), ma quello che ritempra e non fa svanire la virtù è talvolta desiderabile dagli attivi, così che, dopo una rapida pausa, più freschi possano riprendere a lavorare. Qualche esempio: nel II secolo a.C. i grandi amici P. Cornelio Scipione Emiliano e C. Lelio, il console del 140 a.C., vagando per le spiagge di Caieta e di Laurentum, raccoglievano conchiglie e testacei: per loro era come tornare bambini. Inoltre, il giureconsulto Q. Muzio Scevola, genero di Lelio e testimone di quelle pause, si dice che se la cavasse nel gioco della palla, un diversivo dalle attività forensi; sembra poi che egli, dopo aver bene e a lungo dato norme di diritto civile e pratiche religiose, giocasse a dadi e a dama. Come nelle cose serie egli s’atteggiava da Scevola, così negli svaghi si comportava da homo, cui la natura nega un ininterrotto affaccendarsi.

Questo riporta lo storico tiberiano Valerio Massimo, il quale aggiunge un punto di riferimento paradigmatico: persino Omero aveva accordato ad Achille di rilassarsi con la cetra. Stazio, poeta dei decenni finali del I secolo, in un’epistola in versi esorta l’amico avvocato Vitorio Marcello a deporre l’assiduo lavoro e a lasciare la calura d’inizio estate di una Roma ormai svuotata a favore di Praeneste (Palestrina), Aricia, Tusculum, Tibur (Tivoli) e le rive del fiume Aniene: fa bene il riposo prima del ritorno alle solite incombenze, perché dopo gli otia aumenta la virtus, il che si giustifica di nuovo tramite l’esempio di Achille, il quale, una volta cantato Briseide (una poesia d’amore, dunque) e deposta la cetra, con più ardore pugnò contro Ettore.

Otium è un vocabolo che, non chiaro etimologicamente e traducibile con difficoltà – anzi, è meglio non tradurlo –, include un ampio spettro di interessi e attività non riducibili al dolce far niente e ha aspetti molteplici a seconda dei ruoli degli individui e dei punti di vista di chi giudica. […]

L’otium a Roma è spesso guardato con diffidenza, perché sentito come antitetico all’ideologia dell’impegno e al primato degli affari (negotia) al servizio della collettività; siccome la reprimenda è sempre in agguato, così l’otium, anche nelle sue forme più accettabili, ha sempre bisogno di legittimazione al cospetto dei più tradizionali modelli etico-politici. Ma che fatica tenerne a bada il desiderio. Era facile che, se sfrenato, l’otium collidesse più del dovuto con i valori ancestrali; donde il rischio di pericoloso scivolamento verso debolezze quali ignavia, inertia e luxuria. Quella luxuria che dalla fine della seconda guerra punica aveva attecchito a Roma, coinvolgendo i campi più disparati (cura del corpo, arredi, abitazioni, banchetti), e che una legislazione suntuaria emanata dai membri dell’ordine senatorio provò invano a contenere: peccato che, in una società sempre più incapace di autoregolamentarsi, dell’austerità e dell’ideologia arcaica sopravvivesse sempre meno. Capita pertanto che l’otium o si giustifichi sfiorando il suo opposto, il negotium, o si riscatti se più innocentemente speso negli studia, in interessi culturali e nella stesura di scritti vari: un otium litteratum, tanto meglio se non solo per piacere ma anche in funzione dell’azione politica.


Tratto da “Il riposo dell’imperatore. L’otium da Augusto alla tarda antichità”, di Massimiliano Papini, edito da Laterza, 448 pagine, € 25,00.

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