Missili e ballistiLe verità non giuridiche su Ustica e i decenni di disinformazione

La vecchia pista francese, rilanciata da Amato ma esclusa da sentenze e perizie, distorce la comprensione della storia. All’epoca del tragico incidente, non uno degli esperti formulò la conclusione che l’aereo Itavia fosse stato abbattuto da un attacco esterno

Unsplash

«È una verità universalmente riconosciuta» (che Jane Austen ci perdoni) che il diritto in Italia sia materia nebulosa per la pubblica opinione, organi di informazione compresi, e la classe politica. Interpretare correttamente una legge o spiegare una sentenza è attività improba e in taluni casi perfettamente inutile perché ignoranza e faziosità in qualche scriba e in taluni politici marciano assieme.

Ciò si risolve in un grave danno perché si risolve in una falsa informazione che distorce la comprensione della verità storica e inquina le scelte politiche che derivino da determinate vicende giudiziarie.

Nei giorni passati il sonnecchiante dibattito politico di fine estate è stato bruscamente scosso dall’intervista di Giuliano Amato a Simonetta Fiori su Repubblica in cui l’eminente giurista e statista ha espresso delle sue intime convinzioni sulla ricostruzione delle cause della tragedia di Ustica.

Egli ritiene «credibile» e «non del tutto irragionevole» la tesi, oggi largamente diffusa, che la vera causa della tragedia sia stato un missile di un aereo francese destinato a un altro velivolo che trasportava nella stessa notte Gheddafi.

È la tesi del «muro di gomma», quella che originò, oltre a un fortunato quanto mediocre film, un processo penale contro alcuni ufficiali dello stato maggiore dell’aeronautica accusati di alto tradimento per avere taciuto e occultato le prove sulla vera sequenza degli accadimenti della notte del 27 giugno 1980.

Ciò che sorprende è proprio il fatto che nelle polemiche quasi nessuno (e credo si possa levare il «quasi») abbia voluto ricordare e soffermarsi sul non trascurabile particolare degli esiti giudiziari.

Non solo gli imputati presunti «felloni» sono stati assolti non essendo dimostrato che fosse attendibile il famoso «tracciato» del radar Marconi di Fiumicino che avrebbe dimostrato la «scia» di un aereo libico dietro quello di Itavia, né che esistessero analoghe prove documentali su di un anomalo movimento di velivoli nella zona della tragedia. Al contrario, la perizia collegiale disposta dal giudice istruttore di Roma ha tassativamente escluso l’ipotesi del missile per indicare come causa del sinistro un’esplosione interna. Ricordiamo che essa fu effettuata sullo scheletro del velivolo recuperato al novanta per cento dai fondali marini.

Il collegio peritale presieduto da Aurelio Misiti, preside della facoltà di ingegneria della Sapienza di Roma, era composto da undici esperti, di cui oltre la metà provenienti da Università e istituzioni estere, tutti scelti dal giudice Priore, che nel provvedimento di rinvio a giudizio sostenne comunque la tesi che i militari avessero occultato tracciati e documentazione sui reali accadimenti di quella sera.

Come ebbe a ricordare lo stesso magistrato in una intervista del 2011 al Fatto, dal collegio furono poi allontanati «per gravi irregolarità» due periti ma dei restanti nove solo due si dissociarono dalle conclusioni adottate a schiacciante maggioranza dagli altri sette membri: fu un’esplosione interna nella toilette posteriore.

I due «dissidenti», Casarosa ed Held, peraltro esclusero anch’essi l’ipotesi missile, ma si limitarono a non escludere che potesse esservi stata teoricamente «una quasi collisione» con altro velivolo, del quale fosse stata ovviamente dimostrata la presenza. In conclusione: non uno degli esperti (assolutamente eccellenti) formulò, sia pure con il beneficio del dubbio, la conclusione che il CD9 fosse stato abbattuto da un attacco esterno.

Non volendo rientrare nella categoria dei «patetici», nella quale il presidente Amato colloca i dissidenti dalla tesi del missile, suggeriamo di leggere il libro “La strage di Ustica, il processo e le verità oscurate”, ed. Bulzoni, pubblicato di recente e scritto dai due avvocati che in giudizio difesero il capo di stato maggiore Franco Ferri.

Gli autori, Giampaolo Filiani e Gregorio Equizi, con la tipica e noiosa pignoleria degli avvocati, così lontana dalla verve investigativa dei grandi inviati sugli inestricabili misteri italiani, elencano e riproducono gli eventi del processo, il contenuto delle varie testimonianze, i passaggi della perizia Misiti e soprattutto il contenuto di ben tre sentenze che hanno assolto gli ufficiali in appena trecento pagine che chiunque voglia farsi un’opinione documentata può consultare.

Per la precisione, il generale Ferri, prosciolto per prescrizione dalla più grave accusa di tradimento, è stato poi assolto nel merito con sentenza della corte di appello di Roma poi confermata dalla Cassazione.

Vale la pena di riprodurre un passo della motivazione di secondo grado, dove la Corte espressamente sottolinea che «l’accusa (di aver occultato l’attacco aereo) non è altrimenti dimostrabile se non affermando come certo quanto ipotizzato (dall’accusa e dall’opinione pubblica), ma non vi è chi non veda in essa la trama di un film di spionaggio ma non un argomento degno di una pronunzia giudiziale» (pagina 48 della sentenza Corte di Assise di appello di Roma). Così, dopo un processo di un milione e 750 mila pagine di istruttoria, quattromila testimoni e 277 udienze.

Sempre dal libro di Filiani ed Equizi si trae uno spunto di indubbia attualità leggendo la deposizione di uno dei periti, lo svedese Gunno Gunnval, il 19 Dicembre 2002: «Nel 1990, quando l’ho incontrato per la prima volta, il dottor Priore (il giudice istruttore dell’indagine) mi ha detto varie cose tra cui che il giornalista Purgatori del Corriere della Sera… gli era stato indicato… detto da qualcuno che era stato un missile ad abbattere il DC9… due anni dopo, nel 93 il dottor Priore mi ha dato una registrazione della Rai ed il giornalista italiano era andato a Mosca ed ha intervistato un agente sovietico dell’intelligence. Lo dico perché la mia impressione è che il popolo italiano sia stato influenzato da un antiamericanismo…» (pagina 17).

Una personale opinione anche questa, che è agli atti del processo e che, sebbene formulata oltre un ventennio fa, non può non richiamare tecniche e prassi di disinformazione con cui ancora oggi le democrazie occidentali devono fare i conti.

Una sentenza non è il Talmud né la verità assoluta, ma un parametro ineludibile con cui confrontarsi per evitare di degradare nel complottismo. Si possono nutrire dubbi, ma la Storia, quella vera, deve avere la pazienza di dimostrare dove una perizia ha errato e dove esista la certezza «ogni oltre ragionevole dubbio».

Altra cosa sono le personali opinioni e sia consentito osservare che non può esistere un «doppio binario» sulle sentenze, alcune (vedi la strage di Bologna) inconfutabili e altre come Ustica e la Trattativa, discutibili e che non fanno testo. In un momento storico e politico come questo, la manipolazione della realtà è un attacco alla democrazia, da qualunque parte e per qualsiasi scopo perseguito.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter