Le piante non mentonoLa storia di una conifera che ha portato un uomo sulla sedia elettrica

Nel suo libro “Cluedo botanico” (il Saggiatore), il docente di biologia vegetale David J. Gibson ricostruisce una serie di processi in cui gli indizi di natura botanica hanno aiutato a risolvere casi misteriosi, a cominciare dal rapimento e uccisione del piccolo Lindbergh, noto caso crime americano degli Anni Trenta

Probabilmente ricorderete il celebre caso di O.J. Simpson, accusato di omicidio nel 1995, durante il quale i media illustrarono dettagliatamente le diverse prove forensi; personalmente non riuscivo a scollarmi dal televisore. Sessant’anni prima c’era stato un altro «processo del secolo» altrettanto seguito: il rapimento del figlio della famosa famiglia Lindbergh. Questo episodio è ancora citato negli annali della scienza forense perché rappresenta un precedente di riferimento per l’impiego delle testimonianze di periti e consulenti scientifici e fu uno dei primi casi in cui vennero portate in aula prove di natura botanica.

In una calda notte di primavera, il 1º marzo 1932, la famiglia Lindbergh stava andando a dormire dopo aver cenato nella lussuosa villa di loro proprietà a Hopewell, nel New Jersey. Tutto era andato meravigliosamente bene nella loro vita agiata fino alle 22.30 circa di quel giorno, quando i Lindbergh udirono le grida isteriche di Betty Gow, la bambinaia del loro primogenito. Charles Jr., di soli venti mesi, era scomparso dalla sua cameretta al piano superiore. I Lindbergh, Betty Gow e i tre domestici della famiglia cercarono disperatamente in ogni angolo della casa. Il padre, Charles Lindbergh, prese il fucile dal ripostiglio della sua camera da letto, chiamò il colonello Henry Breckinridge, suo avvocato a Manhattan, e la polizia. Fucile alla mano, l’uomo si precipitò fuori e percorse il vialetto che portava alla casa e la strada vicina in cerca di tracce. In breve tempo arrivò la polizia in auto e motocicletta.

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Il caso «Lindbergh» non fu soltanto un rapimento di alto profilo, da quel momento infatti il mondo dell’investigazione criminale venne completamente trasformato, in quanto si capì che le prove di natura botanica (l’anatomia dei frammenti di legno trovati sulla scena del crimine) avrebbero avuto un ruolo fondamentale per incastrare il colpevole. Fu una delle prime volte in cui prove botaniche vennero ammesse in un processo penale per confermare un sospetto. […] I Lindbergh vivevano in una grande casa a due piani, eppure qualcuno aveva rapito il bambino dalla sua stanza senza che nessuno se ne accorgesse. Come era potuto accadere? Il primo indizio scoperto fu la scala di legno che venne trovata, divisa in tre parti, in mezzo ai cespugli a circa diciotto metri dalla casa. Quando il rapitore aveva appoggiato la scala al muro dipinto di bianco, il legno di cui era fatta aveva lasciato alcuni segni proprio sotto la finestra della stanza dove dormiva il bambino. Se cercate online le foto della scala, vedrete che la polizia l’aveva rimontata e appoggiata al muro sotto la finestra della cameretta, verificando così che era esattamente della lunghezza giusta. Sulla scena del crimine vennero trovati anche altri indizi. Nel terreno bagnato erano rimaste alcune impronte che andavano da sotto la finestra fino al cespuglio dove venne trovata la scala.

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Come fu che la scala a pioli, fatta a mano e usata dal rapitore, divenne una prova forense tanto rilevante? Il colonnello H. Norman Schwarzkopf, che diresse le indagini per conto della polizia di stato del New Jersey, chiese un parere a Arthur Koehler, un guardaboschi che lavorava nel Wisconsin per il servizio forestale degli Stati Uniti. Nel corso del processo, l’accusa presentò poi Koehler come un «esperto di legni». L’avvocato difensore, Frederick A. Pope, tentò senza successo di respingere la testimonianza di Koehler, sostenendo che «non può esistere nulla di simile a un “esperto di legni”, poiché questa non è una scienza riconosciuta dai tribunali». In una giornata storica per la botanica forense, il giudice dissentì con quanto affermato dall’avvocato difensore replicando che considerava «il testimone qualificato come perito». Quel processo divenne così uno dei primi casi in cui prove di natura botanica furono ammesse in tribunale. Koehler comunque aveva effettivamente le competenze e l’esperienza necessarie per fare di lui un testimone qualificato. In possesso di una laurea in silvicoltura ottenuta presso l’Università del Michigan e di una specializzazione dell’Università del Wisconsin, Koehler lavorava per l’us Forest Products Laboratory con il compito di identificare gli alberi, analizzare i loro modelli di accrescimento a partire da campioni di legno, testare le proprietà meccaniche dei diversi legni e dare consigli sulle modalità di lavorazione e fresatura.

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Più tardi, dopo il processo Lindbergh, Koehler dichiarò in un’intervista alla radio: «Nei miei anni di lavoro mi sono convinto dell’assoluta attendibilità della testimonianza degli alberi perché portano dentro di sé una registrazione della loro vita. Gli alberi mostrano con fedeltà assoluta l’andamento degli anni, i violenti temporali, la siccità, le inondazioni, le ferite e qualsiasi intervento umano. Un albero non mente mai. Non si può fare un albero, né imitarlo». La scala fatta a mano e usata nel rapimento Lindbergh era stata costruita in tre parti inserite una sull’altra per allungarla. Esaminando il legno, e precisamente le venature, Koehler capì che tre dei sei montanti laterali erano realizzati con legno di pino della Carolina del Nord. Quindi identificò dieci degli undici pioli scoprendo che erano ricavati da pino ponderoso (Pinus ponderosa), mentre un piolo e tre dei montanti della parte superiore della scala erano di abete di Douglas (Pseudotsuga menziesii). Diversi tasselli di betulla (Betula, probabilmente betulla bianca, B. alba) univano insieme le tre sezioni della scala. […]

Un fattore essenziale fu la scelta del rapitore di servirsi di legno di «yellow pine» riciclato e di qualità scadente per realizzare un montante. Koehler non aveva faticato per capire che era stato usato un pezzo di conifera e, dopo un esame al microscopio relativamente rapido, aveva stabilito che si trattava di un pino. Il termine «yellow pine» o anche pino della Carolina del Nord, che si legge nei documenti del processo, indica una delle specie di Pinus che vivono negli Stati Uniti meridionali. Le specie sono numerose e non facilmente distinguibili in base all’anatomia del legno, tra queste ci sono Pinus taeda, oggi chiamata localmente «loblolly pine», il pino palustre (P. palustris), il pino a foglia corta (Pinus echinata) e Pinus elliottii. Molto probabilmente Koehler si riferiva al «loblolly pine», noto anche come pino dell’Arkansas. Al di là della specie esatta, il legno delle specie meridionali di pino ha un’ampia varietà di impieghi, per esempio è usato come materiale da costruzione, per realizzare laminati e per ricavare polpa di legno e carta da giornale. Koehler notò che alcuni dei montanti della scala avevano caratteristici segni di piallatrice meccanica sulla superficie piana e su quelle laterali.

Esaminando i montanti sotto una luce radente in una stanza buia, Koehler poté determinare da questi segni che la piallatrice usata per realizzare le tavole da cui erano stati ricavati i montanti doveva avere i rulli superiore e inferiore dotati di otto coltelli, mentre quelli laterali dovevano avere sei coltelli: i segni lasciati dalla piallatrice dimostravano che il falegname doveva aver lavorato il blocco di legno nella macchina con una velocità di circa settanta metri al minuto, ovvero il doppio di quella usuale. Koehler scrisse allora a 1600 fabbriche di macchine per la lavorazione del legno negli Stati Uniti orientali. Soltanto due di queste producevano piallatrici con simili caratteristiche e ne avevano vendute a ventitré segherie negli stati orientali e meridionali.

Dopo aver visitato queste segherie, Koehler stabilì che soltanto le piallatrici della segheria di M.G. e J.J. Dorn di McCormick nella Carolina del Sud lasciavano tracce identiche a quelle osservate nei montanti della scala. Nel settembre 1929 i proprietari della segheria avevano regolato la velocità di piallatura a settanta metri al minuto dopo aver cambiato una puleggia, e solo per un breve periodo di tempo. Tra l’ottobre del 1929 e la data del rapimento, il 1º marzo 1932, la segheria aveva spedito al Great National Millwork e alla Lumber Company nel Bronx, New York, quarantacinque vagoni di tavole di legno larghe dieci centimetri e spesse 2,5 centimetri che coincidevano con i montanti laterali della scala.

Questa spedizione si rivelò il dettaglio fondamentale per risolvere il caso. I numeri di serie dei gold certificates usati per pagare il riscatto erano stati registrati e incominciarono a comparire nel New Jersey e, successivamente, a New York. Nel settembre del 1934, Bruno Richard Hauptmann, un immigrato tedesco e falegname di trentaquattro anni del Bronx, venne notato mentre usava uno dei certificati per comprare benzina a New York. L’addetto della stazione di servizio si insospettì, dato che gli Stati Uniti avevano smesso di emettere quei certificati l’anno prima e si supponeva che chi ne possedeva li avesse ormai scambiati con i «verdoni», le banconote, senza usarli più come moneta corrente. Il benzinaio prese nota del numero di targa dell’auto guidata da Hauptmann sul margine del conto e contattò la polizia, consentendole di localizzare e arrestare l’uomo dopo un inseguimento in auto che ebbe luogo vicino a casa sua. Ora la polizia aveva bisogno di trovare un collegamento tra Hauptmann e la scena del crimine e aveva già in mano buona parte degli elementi probatori tratti dall’esame della scala.

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Dopo l’arresto di Hauptmann, la prova tratta dall’esame del legno divenne ancora più importante in quanto permise di identificarlo come l’uomo che costruì la scala e, di conseguenza, come probabile rapitore. Perquisendo la casa di Hauptmann, gli investigatori scoprirono che nel pavimento di legno del solaio mancava un elemento. Koehler dimostrò che una tavola di legno usata per realizzare il montante 16 della sezione superiore della scala era stata staccata dal pavimento di legno del solaio di Hauptmann. I buchi dei chiodi presenti nel montante della scala corrispondevano per numero, posizione e forma a quelli degli elementi mancanti del pavimento. Gli anelli di accrescimento nel legno del montante coincidevano con quelli degli elementi contigui del pavimento del solaio. […]

La corrispondenza tra gli anelli del legno del montante e dell’elemento del pavimento del solaio è particolarmente interessante dal punto di vista botanico. Koehler poté infatti dichiarare non soltanto che parti importanti della scala erano realizzate con lo stesso tipo di legno che costituiva il pavimento del solaio di Hauptmann, ma anche che i pezzi in questione erano stati ricavati da uno degli elementi mancanti del pavimento. Ancora più rilevante fu scoprire che, quando erano state effettuate le spedizioni di legname corrispondente a quello usato per i montanti della scala, Hauptmann stava lavorando come carpentiere per la Great National Millwork e per la Lumber Company. L’indiziato inoltre possedeva una pialla manuale che lasciava sul legno segni simili a quelli trovati nel montante ricavato da uno degli elementi del pavimento del suo solaio. Koehler più tardi mostrò in aula le somiglianze anatomiche osservate e, nel corso del processo, piallò perfino una tavola di legno di fronte alla giuria.

Questa prova dimostrò che Hauptmann aveva la possibilità di procurarsi le tavole di legno per costruire i montanti laterali della scala, che avrebbe potuto prenderle nella ditta di legname dove lavorava e servirsene per realizzare la scala usata nel rapimento e che invece aveva usato un elemento di legno ricavandolo dal pavimento del suo solaio, lavorandolo con i suoi strumenti per realizzare uno dei montanti. […] In qualità di testimone esperto, Koehler presentò alla giuria la rilevante prova circostanziale per cui Hauptmann avrebbe realizzato la scala trovata sul terreno della casa dei Lindbergh con legno acquistato nelle ditte per cui lavorava o rimosso dal suo solaio. Dopo undici ore di deliberazione, la giuria dichiarò Hauptmann colpevole del rapimento e dell’omicidio del piccolo Charles, e il giudice lo condannò a morte. Il 3 aprile 1936 Hauptmann morì sulla sedia elettrica nel penitenziario dello stato del New Jersey. Fino alla fine, si dichiarò innocente. […]

La gravità del reato che portò al rapimento e alla morte del piccolo Charles spinse il governo ad agire rapidamente. Il 22 giugno 1932 il presidente Hoover firmò lo United States Federal Kidnapping Act, noto anche come legge Lindbergh, che rese il rapimento un reato federale e, dal 1948, un crimine capitale. Inoltre diversi stati, tra cui la California, approvarono le «Little Lindbergh laws» per perseguire penalmente i responsabili di rapimenti che non superavano i confini statali. Ma nel caso «Lindbergh» fu davvero Bruno Hauptmann il rapitore assassino? Quell’uomo aveva fatto tutto da solo? Per quanto rivoluzionario sia stato il processo per l’epoca, metodi forensi più moderni avrebbero forse raccontato una storia diversa? Come in molti altri casi di alto profilo, le teorie complottiste abbondano, e alcune appaiono più credibili di altre. Ufficialmente il crimine fu risolto e il caso si chiuse con l’esecuzione di Hauptmann il 3 aprile 1936.

Da “Cluedo botanico. Come le piante risolvono i crimini” di David J. Gibson, il Saggiatore, 312 pagine, 22 euro

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