Cucire l’invisibile I profumi dei ricordi d’infanzia nei pupazzi di Darya Ershad

La creatività non si vede, essendo connessa alle emozioni. Il tessuto invece è tattile e duttile. L’estro dell’artista iraniana nasce dall’incontro di questi due mondi (apparentemente) agli antipodi

Courtesy of the artist (ph. Elisabetta Cociani)

«L’essenziale è invisibile agli occhi», ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. La creatività è la capacità di mescolare l’influenza di ciò che ci circonda, dell’ambiente, delle persone, dei comportamenti. È come guardarsi allo specchio per un momento e cogliere l’emozione di quell’istante stesso. Essere creativi significa essere connessi con i materiali e con le persone che osservano le tue opere. Fondamentale è l’interazione con il loro stato d’animo e con la loro percezione. Essere creativi significa anche ascoltare, interagire, avere un atteggiamento empatico verso il mondo. La sensibilità è uno degli elementi chiave.

Darya Ershad nasce a Shiraz (Iran) nel 1983 e si laurea in pittura presso l’università Art&Architecture di Tehran. Nel 2008 decide di partire per l’Italia per specializzarsi in Fashion Design presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. La sua vera passione non era tanto la moda, quanto il teatro; proprio per questo motivo inizia ad avvicinarsi al mondo degli spettacoli di scena, collaborando con teatri e atelier come costumista, per diversi anni. Nel 2017 inizia a realizzare creature e pupazzi per bambini.

Courtesy of the artist (ph. Elisabetta Cociani)

«Avevo due zie sarte e la loro casa, per me, era un frammento di paradiso. Mi lasciavano i pezzettini di stoffe con cui potevo realizzare composizioni o bambole. Ancora sento l’odore di quelle stanze: un miscuglio tra olio della macchina da cucire, tessuti, fibre, lana… Poi c’era la musica che ascoltavano, accompagnata da un profumo diffuso di fiori d’arancio. Quel luogo aveva una finestra sul cortile dove c’erano quattro alberi d’arancio, che in primavera si riempivano di fiori profumatissimi. Cambiavano le stagioni, eppure per me l’aroma che permeava nelle stanze era sempre lo stesso, tanto che anche i miei pupazzi ne hanno assorbito le note aromatiche. Ora ovunque mi capiti di andare cerco stoffe e materiali tessili; in casa mia ho persino ritagliato uno spazio che è diventato un piccolo magazzino. Qualche volta non le utilizzo per niente, le guardo e le tocco solamente. Al momento giusto prenderanno nuova vita».

Darya tocca, sente le stoffe e ritrova quel tempo perduto, gioca con l’immaginazione e accede al mondo immaginifico della favola. Inizia qui una profonda comunicazione con chi quell’universo lo desidera, ne sente la mancanza e lo sta cercando. Esiste un nesso tra il filo del cucito e quello del pensiero: la mente elabora ogni riflessione come se fosse un pezzo di matassa, poi lo intreccia e lo compone come un tessuto, lo taglia e lo cuce come una stoffa. In questo processo c’è un principio di ordine, di collegamento tra le cose. La filosofia e la metafora di un oggetto quotidiano come il tessuto, nel caso delle bambole di Darya, evoca ricordi, sensazioni e sentimenti.

Courtesy of the artist (ph. Elisabetta Cociani)

La stoffa come materiale dà la possibilità di pensare in modo tridimensionale, per l’artista è un mezzo per esprimere i propri sentimenti. L’artista crea i suoi pupazzi partendo dalla forma, poi li dipinge e infine li ricama. «All’inizio le mie creature non hanno anima, almeno finché non dipingo i loro occhi. Da quel preciso momento in poi prendono vita e iniziano a parlare con me», racconta l’artista.

Parlare? Sì, è esattamente così come si legge: Darya Ershad letteralmente parla con le sue creature. A livello filosofico, questo è un passaggio ben definito: la visione, la vista, l’occhio danno forma agli oggetti della realtà. In questo caso riescono anche a dargli un’anima. I fili e nodi dell’artista raccontano le storie e ricordi della sua vita. I suoi pupazzi, invece, sono pezzi unici per quei bambini rimasti intrappolati nel corpo di un adulto.

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