Codice di condottaLa sicurezza è l’ossessione di Xi Jinping quando tutto il resto crolla

Il vecchio patto sociale che faceva appello alla creazione di una ricchezza diffusa è entrato in crisi: la Cina deve affrontare la contrazione dei consumi e degli investimenti stranieri, la fuga di società e aziende e la deflazione. Nel suo libro “La Cina al centro” (Il Mulino) Maurizio Scarpari esamina le ragioni storiche e culturali alla base del modello di potere cinese legando l'attualità alla storia imperiale

AP/Lapresse

Il XX Congresso ha segnato una svolta epocale, accuratamente preparata nel corso del decennio che lo ha preceduto e rappresenta il punto di arrivo di un percorso politico lungo e complesso culminato con l’occupazione del potere istituzionale a tutti i livelli da parte di un gruppo ristretto di persone selezionate nel corso del tempo da un leader accentratore e autocratico, determinato a esercitare il controllo dell’economia e a dominare l’intera società ricorrendo se necessario alla censura, alla repressione poliziesca e alla mobilitazione dei cittadini. L’ideologia ufficiale viene imposta alla popolazione attraverso il monopolio totale dei mezzi di comunicazione e di propaganda e il controllo dell’apparato amministrativo, educativo e della sicurezza. Insomma, gli ingredienti per definire il regime della Cina una dittatura ci sono tutti.

L’affaire Hu Jintao e la nuova immagine che Xi Jinping sta dando di sé negli ultimi anni riportano all’attenzione quanto affermato nel 2021 da Cai Xia, docente e ideologa di spicco della Scuola centrale del Partito comunista cinese, andata in pensione nel 2012. Tra l’agosto e il dicembre 2020 Cai Xia ha rilasciato una serie di interviste e pubblicato un lungo articolo su Foreign Affairs per denunciare il costante allontanamento della classe dirigente del Partito dall’ortodossia comunista, soprattutto da quando Xi Jinping, definito senza mezzi termini «un boss mafioso», è al potere. Per queste sue posizioni radicali nell’agosto 2020 è stata espulsa dal Partito, privata del trattamento pensionistico e considerata una traditrice della nazione. Il suo disprezzo per Xi è giunto al culmine quando lui ha imposto al Partito di cambiare la carta costituzionale per restare al potere e nessuno ha osato opporsi: «Ha costretto tutti i presenti a ingoiare la revisione come se stesse infilando escrementi di cane nelle loro gole» ha dichiarato. Per questo motivo ha definito il Partito uno «zombie» politico: «[Xi] ha afferrato il manico del coltello (l’apparato di polizia) e la canna del fucile (le forze armate) e i difetti all’interno del sistema stesso – vale a dire la corruzione tra i funzionari e la mancanza di diritti umani e protezione legale per i membri e i quadri del partito – per trasformare novanta milioni di affiliati al partito in schiavi, strumenti utili al suo tornaconto quando ne ha bisogno, non considerati più tali quando non ne ha bisogno. Può facilmente metterti da parte quando vuole ed etichettarti come funzionario corrotto».

Cai Xia è una figura discussa, le sue prese di posizione sono state criticate da più parti, per cui le sue dichiarazioni vanno considerate con le debite cautele, tuttavia non si possono nemmeno ignorare. Intervistato da Alessandra Colarizi, Deng Yuwen, l’ex vicedirettore della rivista Study Times della Scuola centrale del Partito comunista, sospeso nel 2013 in seguito a un articolo che criticava le relazioni troppo amichevoli che la dirigenza cinese intratteneva con la Corea del Nord, attualmente docente all’Università di Nottingham, ha affermato di non condividere l’affermazione di Cai Xia «secondo cui il Pcc è più simile a una cosca mafiosa. Sebbene ora tutto risponda agli ordini di Xi – ha continuato Deng –, il presidente presta ancora grande attenzione alla costruzione di regole e regolamenti all’interno del partito. Quindi, anzi, direi che oggi più di ieri il PCC sembra avere la forma di un partito politico moderno». Chissà se questa dichiarazione, rilasciata a fine settembre 2022, tiene conto del nuovo codice di condotta del Partito, che prevede regole più vincolanti per i quadri locali e l’esclusione di coloro che difettano di «senso di responsabilità» e «spirito combattivo» opponendosi ai dettami di Xi Jinping, che dimostra una crescente attenzione per la questione della sicurezza, tramutatasi in vera e propria «ossessione», secondo Sheena Chestnut Greitens, docente e direttrice dell’Asia Policy Program dell’Università del Texas.

Comunque sia, Xi Jinping ha fatto della stabilità e della sicurezza interna e internazionale, sostenute da un crescente nazionalismo e patriottismo, la base del «nuovo patto legittimante» del suo potere, visto che ormai il vecchio patto sociale che faceva appello alla creazione di una ricchezza diffusa è entrato in crisi, come dimostrano i dati economici e commerciali sempre più in sofferenza, la contrazione dei consumi e degli investimenti stranieri, la fuga di società e aziende in seguito all’ulteriore stretta alle norme di sicurezza e di controspionaggio, la deflazione e tanti altri problemi che non trovano soluzione. Secondo Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics, «l’attuale debolezza della ripresa cinese non è un problema temporaneo, superabile con qualche manovra di spesa pubblica. Sarebbe piuttosto la conseguenza di mali profondi e strutturali, che segnano la fine del miracolo cinese, rendendo irripetibile un ritorno del boom dei decenni precedenti». 

Da “La Cina al centro. Ideologia imperiale e disordine mondiale”, Maurizio Scarpari, Il Mulino, 304 pagine, 20 euro 

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