Capolavoro senza tempoI venticinque incredibili anni di Metal Gear Solid

Per l’anniversario del celebre videogioco, Konami pubblica una Master Collection che tiene insieme i primi capitoli della serie, ricordandoci una volta di più tutti i motivi che hanno reso questo titolo leggendario

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Ogni “Metal Gear Solid” ha fatto la storia dei videogiochi. Ma prima l’attualità: oggi è il giorno di uscita della “Metal Gear Solid: Master Collection Vol.1”, che include “Metal Gear Solid” (con le missioni speciali e quelle VR), “Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty” e “Metal Gear Solid 3: Snake Eater”. Si tratta di una remaster in HD e 16:9 personalizzabili dei primi tre capitoli in tre dimensioni della serie, più Metal Gear (anche in versione NES) e “Metal Gear 2: Solid Snake”. Insomma un pacchetto ricco ma non definitivo, perché a questo punto ci si aspetta un secondo volume con i restanti episodi, almeno fino a “Metal Gear Solid V: The Phantom Pain”.

“La Metal Gear Solid: Master Collection Vol.1”, che uscirà su PS5, Nintendo Switch, PC, Xbox Series X/S e PS4, offrirà alle nuove generazioni l’occasione di confrontarsi con i capolavori che hanno fatto decollare la carriera di Hideo Kojima, game designer leggendario. I veterani invece potranno avere su un solo disco (o in qualche decina di giga) titoli che prima erano sparpagliati tra le piattaforme o i negozi digitali. Entrambi i gruppi rischiano di dover fare i conti con una sensazione da rottura dell’incantesimo: e se i “Metal Gear Solid” non hanno retto alla prova del tempo? Se sono meno belli di quanto non ricordassimo, o avessimo sentito dire? Il ricordo è una bolla che può scoppiare, un altro tipo di esercizio è mettere in prospettiva una serie che ha saputo arricchirsi e cambiare da titolo a titolo, segnando ogni volta il medium.

“Metal Gear Solid” del 1998 si candida a essere il gioco Konami più importante di sempre e il titolo per PlayStation più rappresentativo. Si apre con una scena dal sapore cinematografico: Solid Snake nuota nelle acque dell’isola-fortezza di Shadow Moses, in sovrimpressione compaiono i titoli di testa. Poco dopo, il protagonista osserva i nemici con un binocolo e si mette in comunicazione con la squadra di supporto che da remoto coordina i suoi sforzi di infiltrazione. “Infiltrazione” è la parola chiave. Il giocatore che affronta a viso aperto le guardie è destinato al game over. Quello che si nasconde su un camion o passa per i condotti dell’aerazione senza farsi vedere dimostra di aver afferrato le dinamiche cosiddette stealth, che suggeriscono di aggirare, e non ingaggiare in combattimento, i nemici. Insieme a “Thief: The Dark Project” e “Tenchu: Stealth Assassins”, pure questi del 1998, “MGS” ha inventato lo stealth game, in un’epoca in cui l’introduzione di una terza dimensione costringeva gli sviluppatori a ripensare il loro lavoro: la seconda metà degli anni Novanta fu un’epoca di pionieri, sperimentazioni, capolavori. “Metal Gear Solid” è uno di questi.

Non sorprende che l’attesa (o, come si direbbe oggi, l’hype) per “Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty” raggiunse, a ridosso dell’uscita del 31 novembre 2001, livelli stellari. In un vecchio articolo di Wired si legge che ogni opera multimediale interattiva che sovverte le aspettative degli spettatori ha un debito con Kojima. È vero. “MGS 2” è stato definito postmoderno per la sua capacità di intessere citazioni e intuizioni visionarie in una trama ipertrofica e sopra le righe, tutto il contrario di quello che ci si aspetterebbe da un action/stealth. C’è un momento che appare assolutamente fuori tono, paracadutato all’interno di una storia di cospirazioni, soldati e tecnologie cyberpunk: si tratta dello scontro con il vampiro Vamp. Le ragioni dello straniamento trovano una spiegazione nel gioco dei riferimenti, nel caso specifico all’horror sanguinolento e dozzinale. Può essere interpretato in chiave ludica e metatestuale anche lo scambio dei protagonisti, un colpo di scena che nessuno, all’epoca, vide arrivare. In “MGS 2”, per la maggior parte del tempo, il giocatore comanda Raiden, non Snake. Questo switch, attentamente tenuto nascosto da Kojima in fase promozionale, generò dibattito e fece arrabbiare alcuni fan, ma può essere visto come una performance dal vivo sul tema della manipolazione delle informazioni, che tiene banco nel corso del gioco.

“Snake Eater” (2004) è ambientato nella giungla ai tempi dell’Unione Sovietica, una scelta che informa direttamente il gameplay: Naked Snake/Big Boss (un nuovo protagonista), può utilizzare gli alberi o l’erba alta per nascondersi, aiutato da alcune opzioni cosmetiche come la pittura facciale. Entrano a far parte della ricetta alcune meccaniche survival, cioè legate alla sopravvivenza: se non mangia, Snake vede diminuire la barra della stamina e ne consegue l’applicazione di alcuni malus. “MGS 3” espande e modifica il gameplay e riporta la trama con i piedi per terra (per gli standard di questa serie, ovviamente). È un episodio con meno divagazioni e sconfinamenti, più posato del precedente. Grazie a questi aspetti è rimasto nella memoria di una generazione di appassionati: non sorprende che Konami ne stia facendo un remake. Si tratta di “Metal Gear Solid Delta: Snake Eater”, il progetto al quale tende tutta l’operazione di rilancio: un’operazione cauta, conservativa, probabilmente perché la compagnia ha dovuto fare a meno di Kojima, che nel frattempo ha fondato Kojima Productions. Rimettere mano ai giochi inclusi nella raccolta di ottobre ci aiuta anche a non sottovalutare la presenza (o l’assenza) del geniale sviluppatore.

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