«How far to be beloved»Il diritto negato alle donne di stabilire il confine dell’essere amate

Neppure di fronte alle continue violenze, sopraffazioni e femminicidi, la società maschile riesce ad ammettere che le donne non hanno mai il potere di sentirsi al sicuro. E di fronte al male, gli uomini allargano le braccia invocando la responsabilità personale

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In italiano, come al solito, sente terribilmente di tinello: «I confini entro i quali essere amata voglio fissarli io» (Antonio e Cleopatra, 1,1). Invece l’originale, come al solito, è l’unico che preserva l’attualità universale delle cose che quel mostro riusciva a tirare fuori: «I’ll set a bourn how far to be beloved». C’entra qualcosa con er dibbattito di questi giorni sui femminicidi, su «non si può generalizzare!», su «non è vero, mio marito è tanto rispettoso»? C’entra molto. C’entra tutto.

Perché la verità è ancora che il diritto delle donne di stabilire in proprio «how far to be beloved», il diritto di stabilirlo per giudizio proprio, per criterio proprio, è un diritto disputato: è un diritto passibile di revoca da parte della società maschilista, e da parte del maschio che singolarmente se ne intesta il potere, sulla base della pretesa di fare stato sulle ambizioni affettive e di vita della femmina. Naturalmente per il suo bene. Naturalmente per proteggerla dai suoi stessi cedimenti. Naturalmente affinché trionfi in lei la giusta propensione a essere femmina secondo natura: che non è quella della donna libera che mette nel corteo della sua vita «le cose impalpabili e meravigliose: i sogni, la musica, i poeti» (Panzini), ma è la natura della femmina di leone marino destinata all’ineluttabile violenza sopraffattoria del maschio, il pachiderma che il pungolo della generazione obbliga a depositare il proprio seme costi quel che costi, e cioè anche al costo di ferire e mutilare e perfino uccidere il corpo di femmina che lo riceve.

È ingentilita, quella sopraffazione, nella società umana pur contemporanea? Sì, ma in radice è la stessa. È resa più soffice nelle liturgie degli accoppiamenti legittimati dal protocollo parrocchiale e dal modulo del coniugio tollerante e arcobaleno? Sì, ma in profundo è la medesima.

Ma si torni ar dibbattito di questi giorni, sulla scorta dell’ennesimo assassinio. Il Maschio Unico Risentito per le parole della sorella dell’uccisa ha obiettato – con Arthur Schopenhauer, con Tommaso Campanella, con Meister Eckhart, con il ritiro dei ghiacciai e con una volta qui era tutta campagna – che «non si può fare di ogni erba un fascio» e che «la responsabilità penale è personale» e che semmai – questo è il punto irriducibile – si tratta di garantire la certezza della pena perché i responsabili di violenze sulle donne la fanno sempre franca.

Puntualmente, sul caso dell’uomo che molesta o picchia o uccide una donna c’è la (postuma) lamentazione: «Quello era stato già attenzionato, eppure era libero e così ha fatto quel che ha fatto». Era libero, sì, ma per una ragione che non c’è verso di vedere riconosciuta e denunciata: e cioè perché la donna è esposta alla violenza maschile, al sopruso che il maschio esercita in quanto maschio sulla femmina in quanto femmina, in un generale quadro di accettazione che ha bisogno dell’assassinio per ravvedersi. 

Un ravvedimento solo precario, ovviamente, fino al prossimo assassinio, e mentre le donne sono comunque esposte allo scempio bagatellare, ma prodromico di più cattivo sviluppo, del ceffone del marito geloso, del «puttana» rivolto dal padre alla figlia adolescente in minigonna, della pretesa maschile di fare stato sul corpo della donna tramite le leggi dello Stato che incorporano una naturalità solo aggiornata, solo urbanizzata, solo apparentemente evoluta rispetto a quella della bestia che risponde al comando biologico di perpetuare la specie e il proprio potere mettendo sotto la femmina.

La realtà è che quella frase scespiriana di Cleopatra è anche meno che un’ambizione, ancora oggi, per le donne. La realtà è che non si pone neppure l’ipotesi di un confine da loro stabilito, e dagli uomini rispettato, entro il quale decidano loro di essere amate. Non possono contare nemmeno su un confine entro il quale non essere violentate e uccise senza che la società maschile allarghi le braccia davanti al guaio della responsabilità personale.