Futuro remotoLa prima conferenza italiana dei nomadi digitali

Si riuniscono per la prima volta online le diverse realtà nate da Nord a Sud, gli studiosi e le istituzioni per capire come rendere attrattiva l’Italia per i remote worker. Per essere competitivi con Bali o le Canarie, servono case agibili e a prezzi accessibili, ma anche connessioni stabili e il visto previsto in una legge del 2022

(Unsplash)

La stima è che siano circa trentacinque milioni in tutto il mondo. Numeri certi su quanti siano i nomadi digitali in Italia non ce ne sono. Ma sicuramente, dopo l’esperimento del lavoro da remoto durante la pandemia, coloro che hanno traslocato continuando a lavorare per aziende con sede altrove sono aumentati. E da un anno e mezzo sono ancora in attesa che il visto per nomadi digitali, previsto in una legge del marzo 2022, venga finalmente reso applicabile con l’approvazione dei decreti attuativi.

Ora, dal 10 al 14 novembre, i nomadi digitali italiani si riuniscono per la prima conferenza italiana sul fenomeno. Tutta rigorosamente in streaming, ovviamente. Con l’obiettivo di far sentire la propria voce in un Paese che, tra lacci burocratici, case che mancano e connessioni Internet ballerine, fatica a diventare attrattivo per i tanti lavoratori da remoto in giro per il mondo.

Tra città, borghi di montagna e paesini vista mare, da Nord a Sud in questi anni sono nati numerosi progetti per attirare smart worker italiani e stranieri. C’è chi ha puntato sulla creazione di spazi di coworking, chi è riuscito ad aumentare la popolazione residente in piccoli borghi ormai arresi allo spopolamento, chi ha fatto pressione sulle amministrazioni locali per portare la banda larga. «Ci sono sicuramente tanti piccoli progetti», spiega Giovanni Filippi, segretario generale dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali, nata nel 2021, che organizza la conferenza. «Noi vogliamo fare da collettore tra tutte queste realtà, in modo da avere un peso diverso quando ci rapportiamo con le istituzioni».

Competere con i paradisi dei nomadi digitali, come Bali o le Canarie, è difficile per i piccoli centri delle aree interne italiane. Soprattutto considerando che esistono Paesi che da anni hanno puntato sulla leva fiscale per attirare lavoratori stranieri. «Quello che noi cerchiamo di fare non è puntare sugli incentivi fiscali per attirare i nomadi digitali», dice Giovanni. «Sarebbe miope, perché ci sarà sempre qualcuno che può offrire un incentivo fiscale migliore del tuo. Quello su cui puntiamo è invece la cultura e la qualità della vita italiana come fattori attrattivi, aspetti che ci possono davvero mettere in competizione con altri Paesi al di là delle aliquote del 10 o del 5 per cento».

Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il quattordici per cento dei quasi 3,6 milioni lavoratori da remoto italiani ha cambiato casa, scegliendo spesso zone periferiche o piccole città. Ma l’ufficio vista mare o monti e il mito del bello italiano non bastano ad attirare i lavoratori stranieri, quando non si trovano appartamenti disponibili, non c’è segnale per lo smartphone e navigare su Internet è impossibile.

Nel corso della conferenza, saranno presenti molte delle realtà nate nelle province italiane, ma anche studiosi, deputati, sindaci e rappresentanti delle istituzioni. «L’obiettivo è ascoltare le diverse voci per guidare le policy che si stanno cercando di mettere in atto, dai finanziamenti del Pnrr alla creazione di spazi di coworking che siano davvero utili ed efficaci», dice Giovanni.

Il tema del nomadismo digitale è trasversale. Non è solo turismo, per chi lavora mentre è in vacanza. Non è solo una questione di business, per gli investitori che stanno puntando sulla rinascita dei borghi italiani. E non è solo un tema sociale, per quei progetti che mirano ad attirare nuovi cittadini in zone destinate allo spopolamento. «Il nomadismo digitale è tutte queste cose insieme», spiega Giovanni. «È uno stile di vita, quindi investe il problema abitativo quanto quello finanziario e legale». E i nomadi digitali sono diversi, hanno età, esigenze e progetti differenti, come emerso dal questionario elaborato dall’Associazione lo scorso anno. Il prototipo romantico del nomade digitale da social, con zaino in spalla e tavola da surf sotto il braccio, è solo uno degli svariati profili di chi si sposta per lavorare. Ci sono intere famiglie che decidono di traslocare per un certo periodo di tempo. E soprattutto figure professionali differenti. Più o meno stanziali.

«Dal rapporto che abbiamo prodotto lo scorso anno, è emerso che l’Italia è una meta attrattiva e ospitale per i nomadi digitali italiani e stranieri», spiega Giovanni. «Ora vogliamo capire cosa si sta facendo, cosa ci manca e quali sono le criticità che riscontra chi sta investendo».

Una delle maggiori problematiche è la carenza di abitazioni. Le case già pronte per essere abitate sono spesso disponibili solo per affitti brevi, con prezzi giornalieri che non è possibile affrontare per lunghi periodi. In molti casi, poi, soprattutto nei piccoli comuni, tante case necessitano di essere ristrutturate e non sono immediatamente agibili. E così capita di dover respingere molte richieste di trasferimento.

C’è poi la necessità di un quadro normativo per nomadi digitali, che non è ancora definito tanto a livello italiano quanto a livello europeo, soprattutto da un punto di vista fiscale. Tre nomadi digitali su dieci, infatti, esprimono l’esigenza di convenzioni con organizzazioni che li aiutino a orientarsi nel labirinto fiscale, legale, amministrativo e assicurativo.

Non a caso, il grande fantasma che aleggia sulla conferenza è proprio quel visto italiano per nomadi digitali di cui non si è saputo nulla. L’Italia, sulla scia di quanto fatto da altri Paesi, aveva introdotto questo strumento specifico di un anno per lavoratori qualificati extra Ue che lavorano da remoto. L’Associazione nomadi digitali era anche stata coinvolta per l’elaborazione dello strumento, che prevedeva anche una semplificazione dell’iter burocratico per il trasferimento. La legge è del marzo 2022, poi non si è saputo più nulla. Il decreto interministeriale, che avrebbe dovuto stabilire soglie minimo di reddito e altri requisiti, non si è mai visto. Oltre sessanta Paesi nel mondo concedono già visti speciali per attrarre lavoratori da remoto nei propri territori. Nel corso della conferenza, si chiederà conto anche di questo.

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