Liberi di desiderareLa battaglia intergenerazionale per salvare una foresta (e il mondo intero?)

“Ferrabosco” (Fandango Libri) è il romanzo postumo di Michele Cocchi, scrittore e psicoterapeuta morto prematuramente nel 2022. Un libro che parla di difesa dell’ambiente, attivismo e sensibilità comuni tra generazioni (spesso) in conflitto. Ne pubblichiamo un estratto a un anno esatto dalla scomparsa dell’autore

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Erano giunti alla spicciolata, i ragazzi, toscani, emiliani, umbri, quasi tutti universitari, qualcuno che aveva da poco terminato le superiori e si era preso un anno di pausa. Poi da più lontano, dal Veneto, dal Trentino, dalla Calabria, a gruppetti di tre o quattro, e poi dalla Francia, dalla Spagna, dall’Olanda, qualcuno in camper, altri tirandosi dietro vecchie roulotte derelitte. Venivano a lottare per una battaglia che non gli apparteneva, non direttamente almeno, eppure ogni giorno costruivano case, alzavano barricate, si documentavano in biblioteca, scrivevano articoli su internet, animavano dibattiti e portavano esperti a parlare, la sera qualcuno di loro faceva il cameriere in una taverna, o in una pizzeria, per raccogliere un po’ di soldi da versare nella cassa comune. 

Alla loro età si sarebbe entusiasmato allo stesso modo e come loro avrebbe parlato di una rivoluzione verde, si sarebbe impegnato dall’alba al tramonto, senza risparmiarsi. Adesso questo slancio non gli appartiene più, si è indurito e ormai guarda soltanto al lato pratico della questione, non certo a quello idealistico: sensibilizzare le persone, richiamare i media, resistere sugli alberi, impegnarsi affinché Ferrabosco viva il più a lungo possibile, ma non si è mai illuso di poter davvero salvare la foresta. Nessuna rivoluzione verde, il sistema divorerà anche questa resistenza, come da oltre sessant’anni divora tutto, riuscendo persino in qualche modo a specularvi sopra.

Non si è certo illuso che l’opportunismo delle aziende colpevoli del surriscaldamento potesse improvvisamente mutare in consapevolezza responsabile, era soltanto un’illusione, stavano giocando al gioco delle ombre, ciò che vedevano muoversi tra i tronchi degli alberi non corrispondeva alla realtà, e come lui lo sapevano anche gli altri e, nel loro profondo, ne erano consapevoli persino i ragazzi più entusiasti. Ma tutto ciò lui non può dirlo, non sarebbe giusto. Chi è lui per mettere fine alle loro speranze? Per pronunciare un oracolo tanto nefasto? E comunque, è la sua ultima possibilità, l’ultima occasione per far quadrare i conti, espiare le proprie colpe e mettersi una volta per tutte l’anima in pace. 

Dalla resistenza ne usciranno, lo sa, ma questo non è importante, era importante animare la discussione e dibattere, che gli uomini e le donne riprendessero a interessarsi di questo mondo malandato, si facessero delle domande, esprimessero una loro opinione. Ciò che molti di loro, quarant’anni prima, avevano di punto in bianco smesso di fare: si erano gongolati nei successi ottenuti, per il benessere conquistato, così a poco a poco i movimenti si erano sfilacciati e infine persi mentre l’orribile creatura si riorganizzava, cambiava forma e li fagocitava una volta per tutte. 

Nemmeno si erano accorti di essere stati divorati e di dimorare nella sua pancia, coi succhi gastrici che, settimana dopo settimana, anno dopo anno, li digerivano, finché anche loro non erano diventati parte della creatura, molecole per nuove fibre. La sua generazione pensava ancora di aver cambiato il mondo? Aveva contribuito a renderlo migliore, certo, ma era davvero poca cosa rispetto alle ingiustizie che lo attraversavano. L’orribile creatura ha fame, una fame insaziabile, e in un modo o nell’altro assoggetta le persone, le costringe a lavorare per lei, come una tenia ingorda perennemente insoddisfatta che chiede ancora cibo, e poi ancora e ancora finché l’ospite non sarà troppo debole, o troppo vecchio, allora verrà abbandonato moribondo sul ciglio della strada. 

Volete essere liberi?, domandava negli anni sessanta e settanta la creatura. Avete ragione, è un vostro diritto, liberi di desiderare, liberi di esprimervi, liberi di possedere, anzi, vi aiuterò io, vi suggerirò io come apparire e cosa acquistare per avere successo. Le donne desiderano lavorare? Giusto, le donne dovranno avere gli stessi diritti degli uomini, le stesse opportunità, vi indicherò come potranno risultare più desiderabili, perché più saranno desiderabili più saranno forti. La guerra in Vietnam? È sbagliata, certo, troppi errori, ci sono stati troppi morti, non sbaglieremo più, ne faremo di migliori di guerre, avremo nuove armi, più sicure, i vostri ragazzi moriranno ancora, ma ne moriranno meno, e comunque moriranno meglio. 

Un giorno si era svegliato con la convinzione che la creatura non poteva essere sconfitta, perché la creatura, in fondo, era un’estensione dell’essere umano. Se avessero voluto ucciderla avrebbero dovuto liberare la Terra dagli homo sapiens, non c’erano alternative. Forse per questo non aveva più partecipato ai movimenti e aveva dissociato la sua voce da quella di chi sognava un mondo radicalmente diverso. Qualcuno avevano fondato eco villaggi e adesso ci abitava, c’era persino stato un paio di volte, a fare visita ai compagni con cui nel ’77 aveva occupato la facoltà, animato le riunioni nelle aule, picchettato gli ingressi, trascorso nottate a scrivere articoli per riviste di cui adesso nemmeno ricordava il nome. Lo avevano accolto in vecchie e cadenti case coloniche coi maglioni logori e un odore di fieno e formaggio che, come un alone, avvolgeva i loro corpi. 

Erano felici, per il sogno di una società diversa che si materializzava davanti ai loro occhi, per il fatto di offrire ai loro figli e ai loro nipoti una vita più giusta e più genuina. Una vita più falsa, pensava lui, che i loro figli non avevano scelto di vivere e a causa della quale si sarebbero portati incollata addosso l’etichetta di diversi per tutta la durata della loro vita. Quello non era il mondo che loro avevano sognato, quello per il quale le loro teste erano state aperte a colpi di manganello e i corpi buttati come sacchi lungo i marciapiedi. Loro avevano lottato per tutto il mondo, per i più deboli, i più bisognosi, i discriminati, per gli sconfitti. Così, dopo aver mangiato e bevuto con loro, parlato di ecosostenibilità, di energie rinnovabili e, come se non se ne fosse parlato abbastanza, di libertà, se n’era andato, un po’ alticcio, profondamente depresso, con addosso un’insanabile sensazione di sconfitta. Ipocriti, aveva pensato, opportunisti. 

Ma lui che diritto aveva di giudicarli? Proprio lui che da vigliacco aveva lasciato Milano, e da egoista aveva smesso di sognare. Altri erano stati più coraggiosi, ed erano coloro che aveva invidiato di più, quelli che avevano deciso di lavorare per le organizzazioni non governative, o ne avevano fondate di nuove: le donne e gli uomini che avevano sacrificato la vita per rendere migliore il mondo, per raccogliere i corpi masticati e sputati dalla creatura, gli scampoli di ciò che un tempo era stato un uomo, per metterli in salvo, ricucirli, garantire loro un futuro. 

Per tutta la vita si era detto che li avrebbe raggiunti, che avrebbe messo al loro servizio le sue competenze, che un giorno si sarebbe licenziato e sarebbe partito, per il Camerun, o il Kenya, o l’Iraq, su qualche nave che attraversava il Mediterraneo in cerca di disperati su canotti e barconi. Ma alla fine non era partito, ogni volta rifugiandosi dietro una scusa diversa, il matrimonio, i figli piccoli, i figli da crescere, i genitori da accudire, e adesso i nipoti. Si ripeteva che era meglio così, che così facendo non era stato egoista, che lo sarebbe stato se fosse andato via mollando tutto, senza curarsi dei sentimenti dei suoi familiari. 

Si diceva che anche nella quotidianità si può comunque contribuire a un mondo migliore, nei valori che si trasmettono ai figli, nella cura giornaliera per l’altro, nel rispetto del pianeta, nel votare il meno peggio, nel devolvere una parte dei propri guadagni. Eppure qualcosa, in lui, gli diceva che non era abbastanza. Una voce, per tutta la vita, gli aveva ripetuto che avrebbe dovuto fare di più, fare meglio, che le sue erano le scuse di un vigliacco e di conseguenza il peso della colpa si risvegliava dalle profondità del cervello e tornava a pungolarlo, a premergli il torace allargandosi nel petto, a dirgli che per lui non ci sarebbe mai stata espiazione, e dunque non ci sarebbe stata mai pace. 

Michele Cocchi, “Ferrabosco”, Fandango Libri, 300 pagine, 18 euro