Artisti senza nomeLa spontaneità e la bellezza delle pietre che mancano ai pittori celebri

Nel suo libro “Muretti a secco” Vittorino Andreoli ( Edizioni [LOW]) ha deciso di percorrere a ritroso la storia dell’umanità fino a scoprire in che momento, davvero, abbiamo smesso di comportarci come singoli e abbiamo imparato a stare insieme

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Questo brano è tratto da Muretti a secco di Vittorino Andreoli. Il celebre psichiatra è appassionato di questa forma originaria di socialità, che ha studiato e fotografato negli ultimi decenni in Italia e in Scozia

Il grande capitolo della cultura della civiltà occidentale ha ormai accolto in sé certi manufatti, che originariamente avevano una valenza meramente funzionale, ma che costituiscono oggi la testimonianza di vere e proprie produzioni artistiche. Un indice particolarmente significativo di questo è stato vedere come il Musée de l’Homme, che raccoglieva materiali che gli antropologi avevano raccolto quali testimonianze delle cosiddette società primitive, sia stato trasformato in una sezione del Louvre e i reperti di uso quotidiano siano entrati nel novero delle opere d’arte. 

Questo è perfettamente in linea con il caso dei muretti a secco e con la nuova definizione di “artista” da attribuire a persone senza nome, che non avevano certo seguito il percorso delle accademie. L’arte primitiva degli “affreschi” delle caverne del Paleolitico nasce basandosi su processi funzionali, poiché le rappresentazioni di caccia venivano realizzare prima di affrontare una caccia reale (non simbolica) che allora, anche per i mezzi che si usavano, era pericolosa e comportava una vera e propria lotta. Dipingevano quindi sulle pareti delle caverne come rito propizio al buon esito, poiché gli animali rappresentati venissero colpiti e dunque dominati nella predazione.

Gli “artisti della domenica” appartengono pur sempre al mondo dell’arte, perché indicano come questa disciplina risponda ai bisogni di libertà che compensano una vita per il resto legata alla fatica e alla dipendenza dal lavoro. Un significativo movimento, in questo senso, è quello dell’Art Brut, dove l’aggettivo è da intendere come non culturelle. Creato da Jean Dubuffet, raccoglieva opere che provenivano da persone non acculturate, che non avevano frequentato accademie e sovente nemmeno le scuole ai livelli primari: esprimevano una spontaneità che mancava alle opere dei pittori celebrati. L’Art Brut ha scoperto gli artisti del quotidiano e, cosa particolarmente interessante in questo percorso, è stata in grado di rendersi conto che molte opere provenivano dai manicomi, arricchendo così il mondo dell’arte di persone che almeno in indipendentemente dalla loro condizione mentale, dall’uso della razionalità e dall’equilibrio affettivo.

A me pare straordinario poter affermare che anche quei contadini che hanno eretto dei muretti a secco, che ancora presentano la stessa fisionomia con cui erano stati costruiti, possano oggi essere considerati artisti. Proprio grazie a quei muretti, che vengono riconosciuti come opere d’arte.

A tutto questo si collega la mia attitudine personale, che da molti anni mi spinge a fermarmi davanti ai muretti a secco. Non solo in Veneto, dove vivo, ma in Toscana e ovunque si trovano testimonianze di questa tecnica costruttiva. Diffusa proprio perché determinante per la sopravvivenza, alla stessa maniera in cui degli oggetti (cucchiai, ciotole, vasi) servivano per vivere, per caratterizzare lo stile di vita.

Sono sempre stato affascinato dalla bellezza di un sasso, che aumenta quando lo si osservi nel contesto di un muretto a secco. Ho amato le montagne, che sono delle sculture gigantesche, e queste pareti fatte di sassi, di frammenti di quella stessa pietra che proveniva dalla montagna, magari trascinati dalle acque di torrenti che ne avevano elaborato le forme, mi sono sempre apparse una fonte di straordinaria bellezza e mi hanno appassionato.

Sono divenuto consapevole di questa attrazione in Scozia, nelle Highlands, e precisamente a Inverkirkaig, nell’estremo Nord, poco abitato dall’uomo e, al contrario, ricco di greggi. La possibilità di tenerle al pascolo, oltre che sullo straordinario impegno dei pastori scozzesi, si fondava proprio sui confini che segnalavano le aree in cui potevano sostare.

Ho trascorso lunghi periodi in una casa collocata in una baia dell’Oceano Atlantico, vicino alle montagne della Scozia che non sono molto elevate, ma che, data le temperature di quei luoghi, richiamano alla memoria altitudini ben maggiori. Luogo di pascolo e di muretti a secco, insomma, in un paesaggio montano pur situato a livello del mare. Lì sono frequenti i loch, ma soprattutto il silenzio, sottolineato solo dal vento. Per tredici anni, ho trascorso a Inverkirkaig le estati e ho fotografato i muretti.

Da “Muretti a secco. La ricchezza della semplicità” di Vittorino Andreoli, Edizioni  [LOW], 2023, 144 pagine, 22 euro

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