Fortezza ItaliaGli artifici retorici per giustificare le politiche contro i richiedenti asilo

In “Stato d'assedio” (Egea) Maurizio Ambrosini, con i numeri, cerca di curare la paura di un’invasione di migranti, analizzando le attuali misure adottate nei confronti dei rifugiati, analizzando le risposte di solidarietà provenienti dalla società civile e dal mondo del volontariato, fornendo utili proposte di governance

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È difficile trovare nel dibattito pubblico una questione più discussa, travagliata e divisiva dell’accoglienza delle persone in cerca di asilo. La questione compatta la destra su posizioni sempre più rigide di chiusura; interpella e, di fatto, scompagina il fronte di sinistra tra principi astratti e reticenze pratiche; è stata sfruttata dalle formazioni populiste anti-sistema per fomentare contrapposizioni tra poveri nazionali e nuovi arrivati fatti giungere da fantomatici complotti internazionali. Tuttavia, è una questione mal compresa e trattata in modo assai approssimativo, per non dire grossolano.

Si confondono sistematicamente rifugiati, richiedenti asilo e immigrati, si pensa che i profughi – spesso definiti genericamente migranti – arrivino soltanto o prevalentemente in Italia, si scambiano gli sbarchi dal mare per l’immigrazione nel suo complesso, si ingigantiscono le cifre: si alimenta in definitiva una sindrome da stato d’assedio permanente, sconfinando non di rado nella paura di un’invasione. […]

Per introdurre l’argomento, non si può prescindere dall’invasione dell’Ucraina. Questa sciagurata aggressione ha risvegliato empatia e apertura nei confronti di chi fugge dal proprio paese per cercare scampo, ma tale sussulto di umanità appare selettivo e circostanziato: riguarda gli ucraini, non necessariamente chi arriva dall’Ucraina ma non ne ha la cittadinanza, e non chi fugge da altre guerre. I conflitti e le crisi umanitarie nel resto del mondo non hanno rallentato la loro tragica virulenza: nel mondo sono attivi ventitré conflitti di media o elevata intensità, che coinvolgono ottocentocinquanta milioni di persone. Il 2023 ha visto l’esplosione di una guerra civile in Sudan, mentre il 2021 è stato l’anno della caduta di Kabul e del ritorno al potere dei talebani in Afghanistan. In Etiopia non è ancora risolto il conflitto armato tra il governo centrale e la regione ribelle del Tigray, mentre altre milizie regionali si sono sollevate contro Addis Abeba. In Sud Sudan e in Congo, sanguinosi conflitti interni si trascinano da anni.

Nel Sahel i movimenti jihadisti hanno guadagnato terreno, provocando migliaia di vittime e fughe di civili. In America latina è stato soprattutto il disastro politico-economico del Venezuela a provocare la fuga di milioni di persone, mentre in altri paesi poveri, come Haiti, El Salvador, Guatemala, lo stesso Messico, sono le bande armate a diffondere insicurezza e mettere in fuga le persone. Dobbiamo poi ricordare, tra le tante crisi aperte, il colpo di stato in Myanmar, la rinnovata persecuzione dei rohingya, i conflitti con altre minoranze interne, nonché la caccia agli oppositori in molti paesi del mondo. Come recita un incisivo slogan dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati): «se oggi i rifugiati bussano a casa tua, è perché qualcuno prima ha bussato a casa loro». […]

La rilevanza simbolica e ideologica delle politiche dell’asilo ha ricevuto una conferma, se fosse necessaria, con la mossa del governo Meloni nel marzo del 2023: dopo la tragedia del naufragio di un natante nelle acque di Cutro, sulla costa ionica della Calabria, con la perdita di oltre novanta vite umane, oltre a una trentina di dispersi, ha organizzato un teatrale consiglio dei ministri sul posto e varato un decreto il cui obiettivo annunciato doveva essere quello di scongiurare il ripetersi di eventi del genere. Il decreto ha invece stabilito delle maggiori aperture all’immigrazione per lavoro, assecondando le richieste delle organizzazioni imprenditoriali, mentre sul fronte dell’asilo ha ristretto le possibilità d’ingresso e di accoglienza. La timida apertura ai lavoratori è stata presentata come la risposta alle crisi umanitarie, malgrado vari paesi in guerra, come Siria, Afghanistan, Somalia, non rientrino tra i beneficiari delle risicate quote d’ingresso.

Motivazioni, provenienze e canali diversi di spostamento sono stati ancora una volta sovrapposti e confusi. In Parlamento, una settimana dopo, la premier ha rincarato la dose, affermando che non esiste un «diritto a migrare»: affermazione già di per sé discutibile, perché la carta dei diritti umani dell’ONU stabilisce che tutti hanno il diritto di uscire dal proprio paese; ma soprattutto, nega il diritto di cercare asilo all’estero. […]

La ricorrente lamentela sull’Europa matrigna, che lascia l’Italia sola a farsi carico delle persone che arrivano per chiedere asilo, è un’altra narrazione fuorviante: l’Italia riceve ogni anno meno richieste di asilo dei principali partner europei e ha un rapporto tra rifugiati e popolazione molto più basso della media dell’Europa occidentale.

Ma è priva di fondamento un’altra e più ampia rappresentazione: che siano l’Europa e il Nord del mondo più in generale a essere maggiormente investiti del compito di accogliere i rifugiati. Circa tre su quattro, invece, sono accolti in paesi intermedi o in via di sviluppo, non di rado poverissimi. I numeri delle morti nel Mar Mediterraneo (2.406 accertate nel 2022, già più di trecento nei primi due mesi del 2023) ci ricordano quante difficoltà e ostacoli debbano superare nella speranza di trovare un porto sicuro in Europa.

Ad aumentare lo scarto tra discorso pubblico e dati di fatto concorre un altro importante fenomeno, questa volta di segno positivo: la generosa accoglienza nei confronti dei profughi ucraini, soprattutto nelle settimane successive all’invasione russa del febbraio 2022. Comuni, associazioni, gruppi spontanei e semplici cittadini si sono impegnati in gare di solidarietà, talvolta disordinate ma impressionanti per il volume di donazioni e di persone coinvolte. Nessuna forza politica o voce mediatica ha dissentito, cosicché assistiamo allo strano paradosso per cui circa 170.000 profughi ucraini possono circolare in Italia e attraverso le frontiere, accedere al mercato del lavoro, beneficiare dei diversi servizi pubblici, ricevere contributi per l’affitto, mentre poco più di 100.000 persone sbarcate dal mare nel 2022 sono percepite da molta parte dell’opinione pubblica come una calamità da arginare. Una richiesta insieme alimentata e prontamente accolta dal governo in carica, prima con il decreto anti-ONG del gennaio 2023, poi con la stretta sull’asilo del mese di marzo. […]

Semplificazioni cognitive e artifici retorici servono a costruire giustificazioni delle politiche – non solo italiane in questo caso – che cercano di tenere lontani i potenziali richiedenti asilo e a evitare di accoglierli: su questo terreno, la più insistita e riuscita battaglia culturale riguarda l’individuazione dei cosiddetti scafisti come i responsabili delle morti in mare e come il grande nemico da combattere.

La premier Meloni ha parlato niente meno che di «schiavitù del Terzo Millennio», perdendo di vista una sostanziale differenza, ovvero che gli schiavisti di ogni epoca hanno tratto profitto dal fatto di tenere gli individui soggiogati e vincolati al loro potere, mentre i trasportatori vendono (a caro prezzo e ad alto rischio) un servizio che i malcapitati «clienti» non possono acquistare sui mercati legali. Anche su questo aspetto approfondirò l’analisi nelle pagine che seguiranno.

Parlare di rifugiati, in un contesto politico così intossicato, significa anche parlare di solidarietà nei loro confronti: un tema anch’esso controverso, tanto che la «criminalizzazione della solidarietà» è uno dei tratti emergenti delle politiche sovraniste. Gli attacchi alle ONG impegnate nei salvataggi (definite «vice-scafisti», «taxi del mare» e via diffamando), le inchieste giudiziarie, le ispezioni iper-meticolose e i fermi delle imbarcazioni, le misure politiche di restrizione delle loro attività, sono la manifestazione più eloquente della tensione tra impegno umanitario e riaffermazione (selettiva) dei confini. La mobilitazione di tante e variegate espressioni della società civile a favore dei rifugiati, spaziando dalle istituzioni religiose ai movimenti sociali, mostra che la crudeltà delle chiusure ha anche (o ancora?) il potere di scuotere le coscienze, di suscitare energie positive, persino di contribuire a definire identità, valori, orizzonti di senso di una combattiva minoranza di solidali.

Lo stato d’assedio anti-rifugiati, dunque, ci sta rendendo peggiori. Ma questo non vale per tutti. Come altre volte nella storia, le minoranze attive tengono accesa una luce di speranza, affinché l’umanità ritrovi la parte migliore di sé.

 

Da “Stato d’assedio. Come la paura dei rifugiati ci sta rendendo peggiori”, Maurizio Ambrosini, Egea, 160 pagine, 13,99 euro

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