A ciascuno il suoI tre candidati alle elezioni taiwanesi hanno visioni divergenti sul futuro dell’isola

Lai Ching-te vuole una indipendenza pragmatica dell’isola ma senza una dichiarazione formale, Ko Wen-je propone un’equidistanza tra Pechino e Washington, mentre Hou Yu-ih sostiene la particolare ipotesi di una «unica Cina ma con diverse interpretazioni»

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Ventitré marzo 1996. È il giorno delle prime elezioni presidenziali libere della Repubblica di Cina, Taiwan. Nelle settimane precedenti, l’Esercito popolare di liberazione della Repubblica Popolare Cinese ha inviato missili balistici a qualche decina di chilometri di mare da Kaohsiung e Keelung, i due principali porti dell’isola principale di Taiwan. Obiettivo dichiarato: intimare ai taiwanesi di non votare due dei quattro candidati, Lee Teng-hui del Kuomintang (KMT) e Peng Ming-min del Partito progressista democratico (DPP). Chen Li-an, nativo della Cina continentale arrivato a Taiwan insieme ad altri due milioni di persone portate da Chiang Kai-shek dopo la sconfitta nella guerra civile contro Mao Zedong del 1949, era un candidato visto bene a Pechino. 

Transfugo dal KMT dopo che divenne chiaro che Lee, nato invece a Taiwan, non era una figura di transizione. Non solo voleva restare al potere, ma con la visita negli Stati Uniti del 1995 iniziò a portare Taiwan fuori dalla cornice della retorica della unica Cina e a seminare quella teoria dei due stati mai accettata dal Partito comunista cinese (PCC). Poco prima di quel cruciale voto del 1996, Chen avvertì: «Se votate per Lee, state scegliendo la guerra». Ma quel 23 marzo i taiwanesi votarono proprio per Lee, dopo che due gruppi di battaglia di portaerei degli Stati Uniti transitarono vicino a Taiwan ponendo fine a quella passata alla storia come terza crisi dello Stretto.

Il prossimo 13 gennaio a Taiwan si torna a votare per le elezioni presidenziali. In questi ormai ventotto anni è cambiato praticamente tutto, ma c’è qualcosa che è rimasto uguale. «Queste elezioni sono una scelta tra la guerra e la pace, se la gente vuole la pace, la prosperità, un governo senza corruzione e la stabilità dello Stretto, allora deve votare per il KMT». Stavolta a dirlo è stato Jaw Shau-kong, il candidato alla vicepresidenza del KMT, nella sua prima uscita pubblica dopo la nomination. Una posizione che non sorprende, visto che il primo a utilizzarla già a inizio 2023 era stato Ma Ying-jeou, presidente tra il 2008 e il 2016 e leader di Taipei più dialogante di sempre con Pechino. 

Stavolta il nome più inviso a Pechino e dunque più minaccioso per i suoi rivali è quello di Lai Ching-te, attuale vicepresidente e candidato del DPP, il partito di maggioranza al potere dal 2016. La presidente uscente Tsai Ing-wen non si può ricandidare per un terzo mandato. In questi otto anni ha avvicinato molto Taipei a Washington, invertendo il processo di avvicinamento innescato negli anni precedenti da Ma. La telefonata di complimenti a Donald Trump per la sua vittoria alle elezioni statunitensi e il ricevimento dell’allora presidente del Congresso Nancy Pelosi nell’agosto 2022 sono i due snodi nevralgici di un obiettivo che Pechino non accetta: l’internazionalizzazione di Taiwan. Per il PCC, prodromi di una dichiarazione di indipendenza formale. Ai quali ha risposto intensificando le pressioni diplomatiche (favorendo la rottura dei legami ufficiali di diversi governi con Taipei, ora riconosciuta solo da tredici paesi al mondo) e militari, con le manovre sempre più frequenti nella regione intorno a Taiwan. 

Eppure, secondo alcuni Pechino potrebbe persino ritrovarsi a rimpiangere Tsai, figura molto diversa da quella del suo possibile successore nonostante la militanza nello stesso partito. Politico di lungo corso, Lai si è formato a Tainan, nel sud dell’isola. Si tratta di un feudo del DPP ma anche e soprattutto di un pilastro del senso di alterità identitaria di Taiwan. Qui, l’antica capitale, fu dichiarata l’indipendenza per un breve periodo di tempo agli albori della colonizzazione giapponese. 

In passato, Lai si è descritto un «lavoratore pragmatico per l’indipendenza di Taiwan», ammettendo dunque di non accontentarsi dell’indipendenza de facto come Repubblica di Cina, una cornice di cui Tsai non ha mai dato l’impressione di volersi disfare. Da quando è stato indicato come candidato alle presidenziali del 13 gennaio, la priorità di Lai è stata quella di rassicurare. Non solo Pechino, ma anche e soprattutto i taiwanesi che sono sì in larga parte pragmatici, ma per il mantenimento dello status quo.

Lai continua dunque a ripetere che seguirà la linea di Tsai sui rapporti intrastretto e che non esiste nessun programma per arrivare alla dichiarazione di indipendenza formale. Ciò nonostante, anche tra i taiwanesi c’è chi lo considera meno prevedibile di Tsai, che in passato aveva anche guidato il Consiglio degli Affari continentali, l’organismo taiwanese che si occupa dei rapporti con Pechino. Non solo, prima di entrare nel DPP l’ex presidente Ma aveva pensato a lei come vice per le elezioni del 2008. La presidente uscente è riuscita a portare il DPP al centro dello spettro politico taiwanese, archiviando l’afflato più radicale e indipendentista che il partito aveva sino ad allora. Una svolta che però all’inizio non era piaciuta a Lai, che nel 2019 arrivò a minacciare la scissione, poi scongiurata con la sua candidatura alla vicepresidenza per le elezioni del 2020. 

Anche ora che si pone in continuità con Tsai, gli osservatori più attenti notano un approccio diverso anche sul fronte lessicale, dossier che su Taiwan oltre la forma fornisce anche sostanza. I riferimenti alla Repubblica di Cina sono molto più sporadici nei suoi discorsi rispetto a quelli di Tsai e a luglio si è fatto sfuggire il desiderio che «un giorno il presidente taiwanese possa entrare alla Casa Bianca». Facendo alzare più di un sopracciglio a Washington, dato che tale evenienza implicherebbe un riconoscimento ufficiale e la fine dell’ambiguità strategica con cui gli Stati Uniti hanno contribuito a lungo a mantenere lo status quo, opponendosi a una riunificazione con la forza da parte di Pechino ma anche a una dichiarazione di indipendenza formale di Taipei. Anche per questo, come candidata vicepresidente è stata scelta Hsiao Bi-khim, che per presentarsi ha lasciato il posto di rappresentante negli Stati Uniti. 

Hsiao è una scelta di garanzia nei confronti di Washington, che la conosce meglio di Lai, ma anche nei confronti dei taiwanesi. Hsiao, ribattezzata «gatta guerriera» dal ministero degli Esteri di Taipei con riferimento ai lupi guerrieri della diplomazia cinese degli scorsi anni, è infatti ritenuta una confidente di Tsai e piace all’elettorato giovane. La garanzia non sembra però funzionare nei confronti di Pechino, che l’ha sanzionata due volte inserendola nella lista nera di quelli che definisce «secessionisti» dopo che ha organizzato il doppio transito di Tsai negli Stati Uniti dello scorso aprile. Eppure, in passato a Taiwan era stata presa di mira dalla parte più radicale del DPP che l’aveva persino etichettata come «China’s Khim».

Lai e Hsiao appaiono favoriti alla vittoria elettorale. Non si tratta per niente di una cosa scontata. Dal 2000 a oggi, nessun partito ha mai ottenuto la presidenza per più di otto anni. La popolarità di Tsai ma soprattutto del DPP non è certo quella di qualche anno fa. Ampi strati della popolazione vedrebbero bene un cambio di rotta. Attenzione: ciò non significa che si disapprovi la postura di Tsai sui rapporti con la Repubblica Popolare. Vero che le elezioni presidenziali si giocano spesso molto sul fronte intrastretto e identitario, ma stavolta tra chi vorrebbe un cambiamento c’è chi critica le politiche economiche, energetiche e sociali del DPP. Anche tra i più giovani, non manca la disillusione per alcune mancate promesse come sul salario minimo e la questione abitativa. Prova di una certa stanchezza del DPP, alle elezioni locali del novembre 2022 il partito ha riportato una batosta di proporzioni storiche.

Il grande vincitore di quel voto è stato il KMT, il cui candidato alle presidenziali è Hou Yu-ih, che lo scorso novembre ha stravinto alle urne ed è stato confermato come sindaco di Nuova Taipei. Hou è un ex poliziotto ed è stato capo della divisione investigativa criminale del Dipartimento di polizia di Taipei. Nel 2004 ha acquisito una prima notorietà dopo l’incarico per le indagini sul tentato omicidio dell’allora presidente del DPP, Chen Shui-bian. Alle spalle anche una tragica vicenda personale, quando nel 1992 ha perso il figlio nell’incendio di un autobus di un asilo. 

Hou ha più volte espresso la sua opposizione sia al modello un paese, due sistemi in stile Hong Kong, sia all’indipendenza formale di Taiwan, ribadendo la validità del consenso del 1992, un accordo tra le due sponde secondo cui esiste una sola Cina, di cui però il contenuto è a dir poco controverso. Il KMT lo definisce il principio della «unica Cina ma con diverse interpretazioni». In sostanza, una sorta di accordo di essere in disaccordo. 

Per il PCC invece, riconoscere che esiste una unica Cina significa di fatto dire che Taiwan dovrà tornare a far parte della Repubblica Popolare, visto che è quella riconosciuta come legittima da quasi tutti i paesi del mondo. «La Repubblica di Cina è il nostro Paese e Taiwan è la nostra casa», ha detto Hou, ripetendo un concetto molto caro a Ma, l’ex leader che lo ha formato in questi mesi sui rapporti intrastretto. Al candidato del KMT sembra però mancare una proiezione internazionale, qualità che in realtà potrebbe rappresentare una garanzia agli occhi di Pechino, sempre impegnata a presentare Taiwan come una questione interna. 

Al momento Hou è secondo nei sondaggi, non così lontano da Lai. Ma le sue speranze di vittoria sono state pesantemente ridotte dall’ascesa di un terzo attore nella politica taiwanese. Si tratta di Ko Wen-je, ex chirurgo ed ex sindaco di Taipei che ha fondato da qualche anno il suo Taiwan’s People Party (TPP). Ko ha raccolto l’attenzione di molti elettori stanchi della storica polarizzazione DPP-KMT, che oltre alla sfera politica invade anche quella identitaria. 

Ko si autorappresenta come una scelta pragmatica, criticando la postura ideologica dei due grandi partiti tradizionali. In realtà, rispetto ai rapporti con Pechino sembra avere posizioni molto più simili al KMT che non al DPP. Con una differenza: quando Ko sostiene che serve stabilizzare i rapporti intrastretto e assumere maggiore equidistanza tra Cina e Stati Uniti, lo fa senza avere lo scomodo retaggio della legge marziale imposta da Chiang Kai-shek. 

Per settimane, persino mesi, si è parlato del possibile accordo tra KMT e TPP per una candidatura unitaria. Accordo che era stato raggiunto all’improvviso il 15 novembre, a poco più di una settimana dalla scadenza per depositare le candidature ufficiali del 24 novembre. Ma a tre giorni di distanza, dopo aver capito che la metodologia di sondaggi scelta per individuare chi tra lui e Hou dovesse guidare il ticket lo sfavoriva, Ko ha deciso di fare un passo indietro. 

Nonostante un nuovo incontro in extremis a ventiquattro ore dalla scadenza, né TPP né KMT hanno voluto cedere e l’accordo è definitivamente saltato. Ko ha preferito correre da solo, sapendo che difficilmente potrà vincere, ma sperando di conquistare un risultato abbastanza positivo da poter giocare un ruolo di kingmaker allo yuan legislativo, il parlamento unicamerale. Non ci sarà invece Terry Gou, il patron della Foxconn, colosso dell’elettronica e principale fornitore di iPhone per Apple. Dopo che il KMT gli ha preferito Huou, Gu si era candidato come indipendente ma qualche settimana fa la sua campagna ha subito un colpo letale dopo che le autorità cinesi hanno annunciato l’avvio di indagini sulla Foxconn, che in Repubblica Popolare ha grandi interessi e stabilimenti immensi. 

La querelle sull’accordo disatteso concede invece al KMT la possibilità di dipingere Ko come il colpevole dell’eventuale vittoria del DPP, avendo gettato al vento una coalizione che avrebbe avuto tutti i favori del pronostico. Una partita dunque per il secondo posto che può però condizionare molto il futuro assetto della politica taiwanese.

Un futuro complesso, anche perché allo yuan legislativo molto difficilmente un partito avrà la maggioranza assoluta. La possibilità di avere un presidente parzialmente azzoppato è molto concreta. Scenario non così sfavorevole a Pechino, che in caso di vittoria di Lai proseguirà il trend attuale di pressione diplomatico-militare, cercando di erodere progressivamente lo spazio di manovra di Taipei. 

In caso di rimonta di Hou, prevedibile invece un abbassamento delle tensioni militari nel medio breve periodo, accompagnato però da una rinnovata urgenza per siglare nuovi accordi commerciali e politici. A incidere, ovviamente, anche quanto accadrà negli Stati Uniti, i cui rapporti con la Cina sono forse il barometro principale per provare a scrutare il futuro dello Stretto di Taiwan.

Rispetto a ormai ventotto anni fa, non si vedono per ora missili cinesi e portaerei statunitensi intorno a Taiwan, dove però la situazione interna è ben più stabile e chiara rispetto ad allora grazie al completamento della transizione democratico. Il gioco è più sofisticato, ma non per questo meno delicato. Anzi, lo è forse più di quel marzo 1996.