Hot deskingL’inganno dell’open space e la scomparsa (temporanea) degli uffici

In “La dittatura degli algoritmi”, Paolo Landi racconta che il lavoro a distanza perfeziona il capolavoro del capitalismo digitale, esasperando il senso di isolamento e di solitudine. Ma anche gli spazi condivisi inducono i lavoratori a una continua autocensura nei comportamenti naturali

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La fabbrica fordista non esiste più, è diventata un hub produttivo che dilata i suoi spazi, inglobando al suo interno altre imprese, in grado di integrare con conoscenze specifiche le abilità tecnologiche, demandate a una classe di lavoratori che vede gli operai e gli impiegati riuniti in un nuovo corpo integrato: tutti alle prese con procedimenti automatizzati sofisticati, utilizzando spesso gli stessi computer e tablet, in processi produttivi modernizzati da robot e stampanti tridimensionali. L’idea stessa di operaio e impiegato sta cambiando velocemente, con la medesima logica di mutazione del prodotto standardizzato, che usciva dalla macchina in un processo ripetitivo di assemblamento delle diverse componenti, e che ora lascia campo libero a specializzazioni, segnate dall’apporto creativo dei lavoratori.

Gli uffici HR (Risorse Umane) di queste nuove fabbriche parlano di “ingaggio cognitivo” quando devono assumere, a significare che non c’è più separazione tra chi lavora con le mani e chi con il cervello (si sarebbe detto una volta: dirlo oggi è ridicolo, nell’equivalenza che l’uso digitale di macchine, anche diverse tra loro, comporta). La fabbrica diventa luogo di elaborazione creativa, l’operaio contribuisce con le sue abilità e le sue conoscenze a determinare l’unicità del manufatto, qualunque esso sia, non solo ad assicurarne, come faceva prima, il miglioramento qualitativo.

Il lavoratore gerarchicamente subalterno e passivo lascia il posto a una figura che l’algoritmo capisce meglio, nella sua matematica classificatoria: il segmento di un’entità “orizzontale” (la vecchia fabbrica) divisa in linee produttive, in grado di collocare allo stesso livello funzionale i manager, i tecnici, gli operai specializzati che, oggi, l’algoritmo di vide attraverso il World Class Manufacturing (WCM), il programma di innovazione di derivazione giapponese che prevede l’impegno di tutti gli attori nel processo di ottimizzazione produttiva.

Tutti uguali, nelle diverse mansioni, per trasformare l’impresa da Agente Reattivo (che reagisce quando nasce un problema) e Preventivo (che utilizza le esperienze per evitare il ripetersi di problemi già insorti) in Agente Proattivo (che, utilizzando gli algoritmi del cosiddetto risk assessment, utilizza il personale in azioni correttive per prevenire la possibilità che insorga uno specifico problema).

Formazione permanente, scambio capitale-lavoro per determinare una situazione di superamento delle divisioni di classe, per arrivare a quella che l’algoritmo classifica come “operazione win win”: vincono tutti, il capitalista e l’operaio, uniti nell’eliminazione degli sprechi e delle perdite, perché hanno lavorato insieme per raggiungere lo stesso obiettivo. Logiche “lean” (produzione snella) e “cost deployment” (zero difetti, zero guasti, zero incidenti, zero resi, zero scorte) finalizzati a eliminare le fonti del deficit economico, per imprese modello sempre perfettamente in attivo.

Anche l’ufficio subisce metamorfosi rilevanti: il modello ibrido con l’home working imposto dalla pandemia da Covid 19 ha dato il colpo di grazia all’alzarsi al mattino e prepararsi per andare in ufficio. Un po’ di anni fa l’ufficio tradizionale era stato messo in crisi da una novità architettonica: i box della tradizione americana, che ospitavano ognuno un impiegato, si trasformavano in open space. Lo spazio aperto, inventato per rendere le persone più produttive e più efficienti, umanizzando la loro permanenza nelle otto ore di lavoro, perché le metteva a contatto con i colleghi, si è trasformato in una specie di fabbrica fordista, proprio mentre questo vecchio modello stava tramontando, cancellato dal progresso tecnologico: l’open space è uno spazio senza pareti, spesso enorme, con gli impiegati seduti davanti a lunghe file di scrivanie, intenti a inviare mail dai pc, illuminati dalla stessa luce artificiale, respirando tutti la stessa aria condizionata.

Il coronavirus ha reso queste aree comuni estremamente pericolose per i contagi ma, già da prima, questa soluzione era entrata in crisi: studi recenti hanno dimostrato che l’architettura aperta, invece di stimolare relazioni più empatiche e collaborazioni più profonde, induce gli impiegati a rinchiudersi in sé stessi, per cercare di estraniarsi dal rumore, dalle distrazioni, dalle continue interruzioni indesiderate. Per ignorare l’ambiente circostante gli impiegati degli open space devono compiere sforzi che non sarebbero necessari, e ugualmente inutile e dannoso è il continuo cercare di ritagliarsi una privacy (quando si telefona, quando si parla con qualcuno). L’open space indurrebbe quindi a una continua autocensura nei comportamenti naturali, perché gli impiegati hanno la sensazione di essere costantemente sotto osservazione, finendo per vivere il loro lavoro in modo alienato. L’evoluzione di questo tipo di ufficio, il cosiddetto hot desking, che consente a ognuno di sedersi ogni giorno in una scrivania diversa, ha peggiorato le cose.

La mancanza di un luogo certo dove stare, il vagabondare da un posto all’altro, risulta spersonalizzante, e si diventa invisibili (poiché non immediatamente collocabili: si può restare assenti per un mese senza che nessuno dei colleghi se ne accorga). Il lavoro a distanza perfeziona il capolavoro del capitalismo digitale, tutto basato sul prevalere dell’unità – intesa come singolarità, il numero uno – come valore, esasperando il senso di isolamento e di solitudine. L’uso dei social network scoraggia gli incontri fisici: il cerchio si chiude con l’home working, nello scenario post pandemico che ha fatto del contactless una regola di vita.

Da “La dittatura degli algoritmi – Dalla lotta di classe alla class action”, di Paolo Landi, Krill Books, 98 pagine, 13,30 euro

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