Bastoni e caroteIl Medioriente è uno scacchiere di fazioni e nazioni in fiamme ma Israele guarda oltre il conflitto

Da Gaza a Beirut, da Teheran a Baghdad. Dopo la strage di Kerman a firma Isis, il fronte sembra espandersi. Ma Tel Aviv vuole parlare di una Palestina senza Hamas e di soluzioni diplomatiche con il Libano. Intanto gli Stati Uniti mandano Blinken.

La giornata è stata dominata da reazioni e commenti sulla rivendicazione a firma Isis della strage di Kerman, a sud-est della capitale, Teheran. Le due esplosioni che hanno causato la morte di oltre 95 iraniani durante la commemorazione dell’uccisione di Qassem Suleimani, il capo delle forze iraniane al-Quds, avevano scioccato i governi Occidentali. Ma con la scoperta della matrice dello Stato Islamico si è aperto un ulteriore scenario, per non dire un ulteriore fronte di guerra.

Suleimani, ucciso in un attaco di droni americani quattro anni fa, era un nemico giurato dell’ISIS, che lo accusa di aver bloccato la diffusione dello stato islamico in Iraq e Siria. E del resto ora è chiaro che per l’Iran il rafforzamento della sicurezza lungo i confini con Afghanistan e Pakistan annunciato è prioritario. Che gli ayatollah temano gli attacchi dell’ISIS lo aveva fatto capire anche Ahmad Vahidi, ministro degli Interni di Teheran: «Abbiamo punti al confine tra Afghanistan e Pakistan che è prioritario bloccare».

E mentre la Casa Bianca se la cava con una reazione diplomatica («non siamo nella posizione di dubitare sulla rivendicazione di responsabilità da parte dello Stato Islamico»), un certo tono diplomatico è assunto anche da parte di Israele. Non sulla questione Isis ma su una visione post-bellica. A parlare è stato il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant che ha assicurato che, a guerra finita, quando Hamas non controllerà più Gaza, non ci sarà più alcuna presenza civile israeliana e che del territorio saranno responsabili i corpi e gli organi palestinesi.

Anche Benjamin Netanyahu ha cercato un approccio morbido: ha detto che sta portando avanti l’idea di un cambiamento fondamentale sul confine tra Israele e Libano e che spera di di risolvere diplomaticamente il conflitto con il Paese vicino. Ha poi detto che il suo impegno attuale è reinsediare nelle loro case i cittadini israeliani evacuati dal nord di Israele e di metterli in sicurezza. Commenti che non a caso arrivano pochi giorni dopo l’attacco di droni israeliani a Beirut che ha ucciso un alto funzionario di Hamas. Una mossa che fa pensare a una significativa escalation della guerra di Israele contro Hamas ma anche a un inasprimento del conflitto con il gruppo libanese Hezbollah.

Ma si accendono fuochi anche tra Giordania e Siria, nella notte, Amman ha lanciato raid aerei all’interno della Siria lungo il confine con il suo vicino. Il motivo, secondo Reuters, sarebbe colpire  magazzini e nascondigli di trafficanti di droga sostenuti dall’Iran. In effetti l’esercito ha intensificato la campagna contro la droga dopo che durante tutto dicembre si erano verificati scontri con gruppi di infiltrati provenienti dalla Siria e legati alle milizie filo-iraniane, che trasportavano grandi carichi di armi.

C’è infine da registrare un attacco aereo americano a Baghdad durante il quale è morto il comandante di una milizia sciita appoggiata dall’Iran che Washington accusa di aver attaccato le forze Usa nella regione.

Scenari di cui si discuterà probabilmente tutta la prossima settimana, con l’arrivo in Medioriente di Antony Blinken, Segretario di Stato americano che, con lo scopo di stemperare le tensioni, visiterà Israele e la Cisgiordania, ma anche Turchia, Grecia, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita.