Congiuntura negativaLa prima grande crisi dell’Europa intera

In “L’età dell’oro e del ferro”, Vincenzo Ferrone e Franco Motta tracciano una fitta trama di fili storici che corre lungo i secoli che vanno dal tramonto del medioevo agli esordi della civiltà industriale che si combinano nelle figure che dominano la vicenda della storia moderna

Unsplash

Nell’anno di grazia 1300 la Chiesa indice il primo giubileo della cristianità, voluto da papa Bonifacio VIII per celebrare i tredici secoli dall’incarnazione di Cristo. Stando alle cronache, due milioni di pellegrini, un fiume di viandanti straordinario per l’epoca, raggiungono Roma, la città santa che ospita i sepolcri degli apostoli Pietro e Paolo, per invocare l’indulgenza, il perdono che la Chiesa accorda a chi si pente dei peccati commessi. Gli anni che separano quei pellegrini dal tempo della nascita di Cristo sono quasi il doppio di quelli che separano noi da loro: per quanto quel 1300 ci possa apparire lontano, esso in realtà appartiene già alla nostra storia piú di quanto possiamo credere.

In quell’anno di grazia e di perdono gli europei vivono al culmine di una fase di sviluppo che, a fasi alterne, dura da circa tre secoli: una crescita demografica costante piú o meno dal Mille, una produzione agricola solida, il fiorire delle città, degli scambi economici, della cultura scritta. La civiltà del medioevo è al suo apice, e testimoni ne sono fiorenti centri universitari e commerciali come Parigi, Bologna, Firenze e Bruges, abitati da studenti e mercanti provenienti da ogni angolo del continente, o le sedi del grande potere politico ed ecclesiastico come Toledo, Colonia, Costantinopoli, Roma.

Dal nostro punto di osservazione, in realtà, sappiamo che quella lunga fase di crescita è vicina a esaurirsi, e che sta per lasciare spazio a una gravissima congiuntura di crisi. Con tutte le incertezze dovute alla scarsità delle fonti a disposizione, possiamo ritenere che l’apice della curva demografica europea sia toccato verso l’ultimo quarto del XIII secolo, allorché la popolazione del continente si colloca sui settanta-cento milioni di abitanti. Da quel momento ha inizio una flessione decisa e molto rapida. Firenze, che doveva superare i centomila abitanti all’inizio del Trecento, ne conta novantamila nel 1338; il contado di Prato, poco distante, passa dai diciotto mila circa del 1290 a meno di 8000 nel 1339, subendo, in un arco di cinquant’anni, un autentico tracollo. Piú a ovest, in Provenza e in Piemonte, la discesa sembra inizi soltanto dopo il 1330. 

Le ragioni di una cosí brusca flessione restano in buona parte nella nebbia. Le statistiche serie che possono essere ricostruite, per quanto frammentarie, ci indicano un aumento della frequenza delle carestie durante tutto il XIV secolo, e questo è di per sé un dato importante: a causa della bassa produttività dei cereali, all’epoca, un’annata di cattivo raccolto incide già sulla sussistenza e due annate consecutive sono certamente disastrose, portando intere regioni a spopolarsi per fame.

La carestia del 1315-16, tra le peggiori della storia dell’Occidente, colpisce quasi tutta l’Europa centrosettentrionale; è dovuta a un’eccezionale piovosità che inizia nella primavera del 1315 e prosegue per tutto il resto dell’anno, facendo marcire i semi nel suolo. I raccolti vanno di nuovo perduti nel 1321, ma questa volta a causa della siccità. Altre carestie colpiscono la penisola iberica nel 1333, l’Italia centrale nel 1340 e nel 1346, l’arco del Mediterraneo nel 1373-74.

Cosa determina una simile frequenza di annate critiche? Di nuovo, dobbiamo muoverci nell’incertezza, ragionando su ipotesi. Esiste una prima spiegazione di ordine climatico, che fa appello a quella che gli storici chiamano «piccola era glaciale»: un raffreddamento generale del clima che interviene proprio in quel periodo e, con andamento altalenante, perdura sino alla metà del XIX secolo. Le estati si fanno piú fredde e piovose, diminuendo le rese agricole dei cereali (il rapporto fra semi piantati e semi raccolti) e, con esse, la disponibilità alimentare, in buona parte garantita dal pane.

Uno fra i maggiori storici francesi del Novecento, Emmanuel Le Roy Ladurie, studiò per primo negli anni Sessanta del secolo scorso l’impatto di questo attore naturale, il clima, sulla storia dell’umanità, basandosi sulle testimonianze relative a vicende apparentemente di secondo piano quali l’avanzata dei ghiacciai alpini o la coltivazione della vite. Le Roy Ladurie apparteneva alla scuola storiografica il cui centro d’irradiazione nacque intorno alla celebre rivista, le «Annales», che avviò le pubblicazioni nel 1929 con l’obiettivo di incrociare la storia con altre discipline sociali: fu quella scuola a introdurre per prima l’analisi quanti- tativa dei processi storici, intesa a cogliere costanti di lungo periodo – economiche, sociali, geografiche e, appunto, climatiche –, nello svolgersi delle vicende umane.

L’interpretazione climatica, tuttavia, non spiega tutto: crisi agrarie, anche devastanti, si sarebbero ripresentate a lungo nel panorama della società europea, fino a tutto il Settecento e oltre: mai, però, con la frequenza e gli effetti di quelle del XIV secolo. Per questo, il problema va inserito in un insieme di motivi piú ampio, per spiegare il quale si è soliti ricorrere al cosiddetto modello «malthusiano».

Thomas Robert Malthus (1766-1834), un economista inglese dell’età della Rivoluzione industriale, legò il proprio nome a un modello dell’andamento demografico basato sulla proporzione fra popolazione e risorse alimentari disponibili. Detto dei «rendimenti decrescenti», esso postula una divergenza fra la crescita geometrica della popolazione (basata su un rapporto costante fra ogni elemento di una serie e il precedente: ad esempio il raddoppiamento, come nel caso della serie due, quattro, otto, sedici ecc.) e la crescita aritmetica dei prodotti agricoli (una differenza costante fra i numeri della serie, ad esempio uno, tre, cinque, sette ecc.), tale da determinare, sul medio periodo, l’insufficienza delle derrate necessarie a nutrire una società nel suo insieme. A quel punto interverrebbero correttivi naturali e sociali, come epidemie e guerre, con il decesso di una quota della popolazione, a riportare in equilibrio il rapporto.

Malgrado questo modello sia stato a lungo oggetto di critiche da parte degli economisti, tanto di matrice liberale quanto socialista – e del resto Malthus con la sua tesi intendeva denunciare la nocività degli interventi in favore delle classi inferiori, che ne assecondavano la fecondità –, rimane capace di inquadrare piuttosto bene una dinamica demografica di fondo delle società prein-dustriali. Evidenzia infatti la disomogeneità fra il quoziente d’incremento della popolazione e quello delle risorse alimentari, una disomogeneità causata da una produttività dei cereali irrisoria rispetto a quella dell’agricoltura industriale, con i suoi fertilizzanti e i suoi pesticidi, e inferiore nel migliore dei casi al rapporto di dieci a uno (contro il rapporto attuale di almeno trenta a uno), e che in caso di cattive condizioni meteorologiche può piombare a un disastroso due a uno, insufficiente a garantire il consumo e al tempo stesso lo stoccaggio dei semi destinati alla semina dell’anno successivo.

Probabilmente con il picco demografico di fine Duecento la popolazione europea supera il limite massimo delle risorse disponibili. Diversi fattori vi devono concorrere, fra cui l’arresto della frontiera agricola, che separa le terre coltivate da quelle lasciate a pascolo o a bosco (pure necessari per la carne, il latte, il concime, il legname), e le rese troppo basse dei terreni marginali, quelli già sottratti alle paludi o ai pendii montani. Eventi climatici negativi, in una condizione simile, spezzano un equi- librio già precario trascinando con sé la fame e, con essa, malnutrizione e malattie.

Sarebbe sbagliato, tuttavia, attribuire tutto ai cicli della natura. Il ruolo delle gerarchie sociali, dei rapporti di potere, è altrettanto importante. I grandi proprietari terrieri, ossia i feudatari laici ed ecclesiastici, e poi le città, con i loro domini sul contado, e le mo- narchie, con le loro proprietà demaniali, continuano a riscuotere i canoni e le decime fisse che spettano loro, in genere in ricchezza non monetaria, e quindi sotto forma di farine, latticini e capi di bestiame. La fame non colpisce tutti allo stesso modo: signori feudali e monasteri accumulano scorte sufficienti per affrontare i periodi peggiori; i ceti subalterni invece vivono per lo piú in condizioni che un’annata sterile mette subito a repentaglio, costringendoli a rinunciare al consumo di manufatti di produzione urbana, dai tessuti alle stoviglie. Ecco allora che la crisi delle campagne diventa una crisi economica generale, ed è su questo quadro recessivo che si abbatte il piú temibile dei flagelli, la peste.

 

Copy: © 2023 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Da “L’età dell’oro e del ferro. Una storia del mondo moderno”, Vincenzo Ferrone e Franco Motta, Piccola Biblioteca Einaudi, 12,99 euro, 678 pagine

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter