Il nuovo premier franceseDopo le dimissioni di Élisabeth Borne, Macron sceglie il trentaquattrenne Gabriel Attal

A 34 anni, diventa il più giovane primo ministro della Quinta Repubblica. È la figura scelta per guidare i macronisti verso le elezioni europee, in grado di affrontare l’altro giovane mediaticamente forte, Jordan Bardella, capolista del Rassemblement national

(La Presse)

Dopo le dimissioni di Élisabeth Borne, il presidente francese Emmanuel Macron ha sciolto la riserva scegliendo, per il ruolo di premier, Gabriel Attal, ministro dell’Istruzione uscente. Che ha prevalso sull’ex ministro dell’Agricoltura, Julien Denormandie, e sul ministro della Difesa uscente, Sébastien Lecornu. Attal, a trenquatattro anni, diventa il più giovane primo ministro della Quinta Repubblica. È la figura scelta per guidare i macronisti verso le elezioni europee di giugno, in grado di affrontare l’altro giovane mediaticamente forte, Jordan Bardella, capolista del Rassemblement national.

Macron ha bisogno di ridare slancio all’azione di governo in vista delle elezioni europee. Se l’avversaria Marine Le Pen dovesse avanzare ancora, il presidente si troverebbe indebolito. E la svolta impressa da Macron segue alla lettera la tradizione francese, cambiando il primo ministro, da sempre destinato a essere il «fusibile» da sacrificare per aprire una nuova fase. Il presidente francese ha inoltre ancora tre anni di presidenza, nonché un anno che si prospetta piuttosto complesso per via delle Olimpiadi di Parigi 2024, che attireranno molta attenzione mediatica.

Macron aveva nominato Borne subito dopo la riconferma a presidente, nel maggio 2022, anche per rispondere all’accusa di avere tradito la promessa iniziale di essere «di destra e di sinistra». È stata la seconda donna, dopo Édith Cresson, a ricoprire questo ruolo nella storia del Paese. Dopo Édouard Philippe e Jean Castex, Borne è stata la prima premier di sinistra di Macron, avendo alle spalle una carriera politica nei gabinetti ministeriali socialisti di Lionel Jospin, Jack Lang e Ségolène Royal. Ma è stata la premier della fase più difficile della presidenza Macron, quella della lotte per la riforma delle pensioni e della spaccatura anche interna sull’immigrazione.

Durante il suo mandato, Borne è stata aspramente criticata per aver fatto spesso ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, una procedura legislativa che permette di forzare l’approvazione di un testo senza passare dal voto dei deputati. La riforma delle pensioni, promulgata dal governo nell’aprile del 2023 dopo settimane di contestazioni e tensioni politiche, era stata fatta passare proprio grazie all’articolo 49.3.

In questo contesto è più facile comprendere perché Macron abbia scelto di allontanare una prima ministra che era diventata profondamente impopolare. Borne è riuscita a fare passare tutte le proposte di legge più contestate, dalla riforma delle pensioni alla nuova disciplina dell’immigrazione. Ma non è riuscita nell’impresa più difficile, «allargare la maggioranza» a destra, come le chiedeva Macron per conquistare i 38 seggi che mancano all’Assemblea nazionale.

La destra repubblicana di Éric Ciotti è ormai sempre più allineata al Rassemblement national di Marine Le Pen, proprio quello che il presidente voleva evitare. E la maggioranza di governo deve fare i conti con le prime avvisaglie di una fronda interna, come è accaduto in occasione della legge sull’immigrazione quando alcuni deputati macronisti hanno votato contro e quattro ministri hanno minacciato le dimissioni.

Le dimissioni di Borne non sono state particolarmente sorprendenti. Da settimane Macron aveva lasciato intendere che ci sarebbe stato un rimpasto di governo e molti ritenevano che a essere rimossa sarebbe stata proprio Borne. Nella lettera che ha accompagnato l’annuncio, Borne stessa ha scritto di aver dato le dimissioni dopo che Macron l’aveva «resa partecipe della sua volontà di nominare un nuovo primo ministro» aggiungendo di «dover dare le dimissioni» da una «missione» che l’ha «appassionata».

Dopo la notizia delle dimissioni di Borne, il partito di estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, La France Insoumise, ha chiesto che il nuovo o la nuova prima ministra si sottoponga a un voto di fiducia dell’Assemblea Nazionale, che non è però obbligatorio in Francia, e ha minacciato che senza questo voto «presenterà una mozione di censura».

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