Contagio socialeIl farmaco per fermare la pubertà e il preoccupante trattamento per la disforia di genere

La triptorelina si usa per curare il tumore alla prostata, ma viene spacciato da sedicenti medici come un modo per trattare la salute psicofisica di un adolescente. E se qualcuno osa dire che gli ormoni non sono caramelline gommose da dare al primo ragazzo triste, viene accusato di transfobia

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I bambini non possono mangiare i funghi prima dei dodici anni perché il loro intestino non è in grado di scindere e metabolizzare alcune sostanze, ma possono sempre prendere la triptorelina. Il mondo è pieno di genitori che si farebbero arrestare piuttosto che vaccinare i propri figli o anche solo dare loro un antipiretico, ma nessun problema ad accettare la somministrazione di un farmaco off label usato per il trattamento del tumore alla prostata in fase di sviluppo avanzata. E questo perché, ai genitori, viene detto che se non viene dato quel farmaco il figlio si ammazzerà. È medicina sperimentale o ricatto semplice? 

Dovremmo aver imparato che le cause di un suicidio non sono mai univoche, e nelle persone transgender ci sono quasi sempre degli altri fattori: ad esempio, spesso coesistono disturbi alimentari e neurodivergenza, ma quello degli adolescenti transgender sembra essere l’unico caso in cui le cause del suicidio siano inequivocabilmente accertate. I farmaci che si usano per la transizione di genere sono gli stessi che si usano per la castrazione chimica, ed è curioso come chi considera la castrazione chimica reato di tortura non applichi lo stesso principio di realtà a questi farmaci se vengono usati per la disforia di genere. 

La scorsa settimana è successo che, con uno smarrimento mai provato prima, molte persone abbiano pensato: speravo di morire prima di dover dare ragione a Gasparri. Gasparri ha fatto un’interrogazione alla presidenza del Consiglio e al ministro della Salute Orazio Schillaci sull’Ospedale Careggi che si occupa di minori con disforia di genere. Dovremmo tutti essere sollevati dal fatto che ci si accerti che procedure mediche che riguardano bambini e adolescenti vengano rispettate, ma siccome l’uomo è fatto per il sessanta per cento di acqua e per il quaranta percento di Pavlov, giornali, blog che pensano di essere giornali, influencer, attivisti e politici si sono preoccupati principalmente di non fare brutta figura davanti al pubblico illuminato. 

A Londra è stata chiusa la clinica Tavistock, nei paesi nordici è stato fatto un passo indietro sull’uso dei bloccanti della pubertà, negli Stati Uniti iniziano le cause milionarie contro i medici, cause che con ogni probabilità porteranno alla bancarotta del sistema sanitario, ma noi in Italia, stoici, giovani e favolosi, siamo qua a urlare «transfobia!» se uno osa pensare che gli ormoni non siano caramelline gommose e se uno osa pensare che, visti i numeri, forse siamo di fronte a un contagio sociale.

Le dottoresse che si occupano del reparto del Careggi – la psicologa Jiska Ristori e l’endocrinologa Alessandra Fisher – hanno detto che no, loro non fanno fare psicoterapia agli undicenni. Alessandra Arachi ha pubblicato un pezzo sul Corriere della sera con le dichiarazioni di Ristori e Fischer: «La presa in carico per i percorsi di affermazione di genere non prevede una psicoterapia, questo è importante specificarlo. Esattamente come succede nelle persone cisgender alle quali non viene richiesta una psicoterapia per definire la propria identità di genere, questo vale anche per le persone trans», dice infatti Jiska Ristori. E la Fisher spiega: «Nell’ospedale Careggi non esiste la neuropsichiatria infantile, c’è la psichiatria che però va bene per chi ha compiuto sedici anni». Peccato che l’Aifa abbia disposto che per trattare i minori con la triptorelina sia indispensabile un consulto multidisciplinare, e che soprattutto venga fatto un percorso di psicoterapia per certificare la disforia di genere. 

Occorre ricordare che l’incongruenza di genere non è più classificata come un problema di salute mentale, ma rientra nel campo della salute sessuale. Pensare di poter sostituire la medicina con l’ideologia è un’idea estremamente pericolosa. Pensare di poter fermare l’adolescenza è altrettanto pericoloso. A quindici anni io avrei fatto qualunque cosa, qualunque, come chiunque, pur di non essere me. La pubertà è un trauma necessario per capire chi siamo e chi desideriamo: non è possibile stabilire la propria identità di genere scavalcando lo sviluppo sessuale, cristallizzando i corpi in un’infanzia senza fine. Dicono che i bloccanti della pubertà sono reversibili, ma non lo sanno, e non lo sanno perché non ci sono studi sufficienti sul lungo termine. Dicono che sono reversibili, lo dicono i caroselli di Instagram, i mitomani su TikTok, i medici che cercano clienti, ma la verità è che non lo sanno. 

GenerazioneD è un’associazione di cui fanno parte un centinaio di genitori con figli che si sono dichiarati transgender, in gran parte adolescenti o poco più. Chiedono cautela e approfondimento, e contrariamente a quelli che ci tengono a mettere i figli transgender di sei anni su TikTok, loro preferiscono rimanere anonimi. Ho parlato con la co-fondatrice, che è anche un medico, che mi ha fatto parlare con un papà di cui avevo letto la storia

La figlia di questo papà compie i quindici anni in lockdown, una ragazza come tante, con capelli lunghissimi che si rifiutava anche solo di accorciare, l’uso di cellulare e computer era limitato, ma con il lockdown ha avuto ampio accesso a social e internet. A sedici anni e mezzo la ragazza da un giorno all’altro si taglia i capelli e dice di essere transgender. I genitori non sanno di cosa stia parlando. La ragazza dice che a scuola ha assistito a delle lezioni a tema LGBTQ+ e lì, dice, è riuscita a dare un nome al suo disagio, dice che lei è nata in un corpo sbagliato. Il papà mi racconta che parlava come un comunicato stampa. I genitori vanno in ospedale, vanno da medici e da psicologi, tutti applicano una terapia affermativa e non esplorativa. Anche a loro è stato chiesto, come a tutti i genitori di cui ho letto le testimonianze, se preferivano una figlia morta o un figlio transgender. La preferivano viva. Alla fine, i genitori di questa ragazza vanno da uno psicologo non specializzato in disforia di genere per farle fare una terapia ad ampio raggio e la ragazza si trova bene. Dopo un anno, lo psicologo dice ai genitori che ha parlato con i colleghi che si occupano della questione e che gli hanno consigliato di usare un approccio affermativo, quindi la chiama col nome maschile. 

In questi giorni tutte le persone con cui ho parlato mi hanno detto la stessa cosa: bisogna andare da medici che abbiano più di sessant’anni. Questo papà poi scopre per caso che la scuola la chiama con il nome maschile, di fatto hanno fatto fare una transizione sociale a una minorenne senza informare la famiglia e senza nessun tipo di valutazione. La ragazza ora è maggiorenne, studia, e questo papà vorrebbe solo che sua figlia avesse una visione critica della realtà e che fosse felice, nient’altro. 

Le famiglie di questi ragazzi sono sole perché è molto difficile trovare qualcuno che non pratichi un percorso affermativo. È molto difficile avere a che fare con le infografiche di Instagram, con i balletti di TikTok, con gli influencer dei diritti, con gli psicologi che fanno consulti online e dopo una seduta certificano la disforia di genere, è molto difficile tutto. Charles Manson diventò Charles Manson perché in prigione studiò un manuale: “How to win friends and influence people” di Dale Carnegie. Carnegie diceva: «Lasciate che l’altra persona pensi che quell’idea sia sua». Alla fine, sarebbe bastato Instagram.

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