Anticapitalista La Russia non si è mai percepita come una potenza europea, né occidentale

Da più di cento anni Mosca si propone come alternativa all’Occidente perfettamente capace di tutelare gli interessi eurasiatici, sapendosi adeguare all’evolversi della società, come racconta Amin Maalouf ne “Il labirinto degli smarriti” (La nave di Teseo)

Unsplash

Di tutte le scintille che si sprigionarono dall’arcipelago giapponese dopo la sua clamorosa irruzione sulla scena mondiale, le più decisive per il futuro dell’umanità furono quelle che colpirono le due grandi nazioni che aveva sconfitto: Russia e Cina. Le loro dinastie regnanti, i Romanov e i Qing, entrambe al potere dal XVII secolo, sarebbero presto crollate, lasciando il posto a regimi politici di tipo inedito, che promettevano di rovesciare l’ordine mondiale costituito. Sostenendo la stessa ideologia socialista e internazionalista, i due paesi avrebbero colto, ciascuno a suo modo, la “fiaccola” accesa dall’era Meiji, quella di una sfida radicale e globale alla secolare supremazia dell’Occidente.

Per la Russia c’era qualcosa di strano nell’assumere un simile ruolo. Il prestigio acquisito dal Giappone presso i popoli dell’Est non era forse dovuto proprio al fatto che aveva inflitto una sconfitta a una grande potenza europea? Come poteva questa stessa potenza ergersi, una dozzina di anni dopo, a cittadella della lotta contro l’Occidente e a portabandiera degli oppressi?

Questa apparente stranezza riflette la posizione paradossale che la Russia occupava nel mondo all’inizio del XX secolo – e che, in ampia parte, occupa ancora: innegabilmente una grande potenza europea, dato che era e rimane il paese più popoloso e più grande del continente, e i suoi cavalieri, i temibili cosacchi, si erano accampati proprio nel cuore di Parigi alla caduta di Napoleone; e allo stesso tempo anche una grande potenza orientale, che all’epoca si estendeva dagli Urali al mar del Giappone, occupando l’intera Asia settentrionale e condividendo i confini con l’impero ottomano, la Persia, l’Afghanistan, la Cina e la Corea.

In gran parte “eurasiatica”, la Russia cristiana non si è mai percepita come occidentale. Naturalmente ha capito, come tanti altri, che doveva imparare dall’Occidente; niente illustra meglio questa attrazione del viaggio in incognito che lo zar Pietro il Grande fece in vari paesi europei, tra cui Inghilterra, Paesi Bassi, Prussia e Austria, alla fine del XVII secolo, per capire e imparare; si potrebbe persino dire che, in questo senso, egli fu il precursore e l’ispiratore di un gran numero di leader in tutto il mondo, compresi i riformatori dell’epoca Meiji.

Tuttavia, tra l’Occidente e la Russia ci sono sempre stati dei divari difficili da superare, in particolare quello rappresentato dallo scisma quasi millenario tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. Se da un lato esso non ha impedito alleanze o scambi, dall’altro ha costantemente mantenuto un’alta barriera tra il mondo ortodosso e il resto della cristianità, che nulla è stato in grado di appianare. Questa diffidenza reciproca sarebbe cresciuta con la caduta degli zar e il terremoto ideologico del paese. Era come se un secondo scisma fosse arrivato ad aggravare il primo.

Diventando leader della lotta globale contro l’egemonia dell’Occidente, la Russia ha dato a questo confronto una tonalità intellettuale completamente diversa. Ai tempi in cui l’arcipelago giapponese svolgeva lo stesso ruolo, la questione della razza era onnipresente. Le potenze europee erano inizialmente percepite come “bianche”, caratterizzazione che esse si assumevano pienamente, e gli orientali si identificavano con i giapponesi perché non erano di quel colore.

La rivoluzione russa avrebbe cambiato questa visione. Da quel momento in poi, l’aspetto decisivo per definire l’Occidente sarebbe stato il suo sistema socio-economico, il capitalismo, con il suo corollario imperialista, descritto da Lenin come il suo “stadio supremo”, senza dimenticare lo sfruttamento dei lavoratori negli stessi paesi colonizzatori.

Questo cambiamento di prospettiva, che ha attenuato la dimensione razziale del conflitto, era inevitabile nel momento in cui la sfida alla supremazia occidentale veniva lanciata da una nazione a prevalenza bianca ed europea. I suoi leader dovevano sbarazzarsi dei criteri per i quali assomigliavano agli oppressori e proporne altri che li rendevano simili agli oppressi. Il nemico non era più l’uomo bianco o l’europeo, ma il capitalista, che sfruttava e opprimeva non solo i neri e i gialli, ma anche una moltitudine di bianchi.

Finché il marxismo rimase l’ideologia dominante tra i rivoluzionari di tutto il mondo, l’appartenenza razziale di individui e gruppi fu raramente messa in evidenza. Di conseguenza, la sfida della Russia all’Occidente riuscì a ottenere un immenso sostegno in un gran numero di paesi, ricchi o poveri, colonizzatori o colonizzati. Per la prima volta nella Storia, si diffondeva in tutto il mondo una dottrina laica e internazionalista. A volte, sembrò addirittura sul punto di trionfare.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club