Malizia antisemitaL’uso subdolo e razzista delle bugie per legittimare la parola genocidio

Nei cortei in cui sventola la bandiera palestinese si accusano gli ebrei, tutti, di crimini che non hanno commesso, e poi li si accusa di negare una realtà che non esiste. L’obiettivo è ripetere una menzogna finché non diventa la verità

Lapresse

Ho già scritto più volte, qui, dell’insensatezza, della malizia, dell’improprietà, della compiacenza razzista che, spesso tutte insieme, motivano e sorreggono l’uso del termine “genocidio” a proposito di quel che succede a Gaza. Un termine, “genocidio”, affibbiato alla responsabilità di Israele quando non, direttamente, agli israeliani e, perché no?, agli ebrei in quanto tali.

Ma c’è un particolare narrativo che agghinda e rende anche più oscena l’adozione di quella dicitura, un particolare che affetta colloquialità e mancanza di pregiudizio proprio mentre, al contrario, serve a rendere più efficace la violenza menzognera di quell’addebito. Si tratta di questo: del fatto che hai voglia di invocare distinzioni ed esattezze definitorie, ma un genocidio è un genocidio, caro mio, anche se lo chiami diversamente, mentre la reazione di chi si oppone a quell’uso sbrigliato non è niente di meglio, signori miei, che cercare il pelo nell’uovo per giustificare i massacri. E, siccome è così, siccome cioè la contestazione dell’esistenza del genocidio serve a giustificare i massacri, allora l’uso del termine genocidio diventa non solo lecito, ma dovuto, perché non parlare di genocidio finisce per legittimare i massacri.

L’estruso di questo dispositivo duplicemente contraffattorio è l’ennesima menzogna infamante: vale a dire l’accusa di negazionismo sostanziale rivolta a chi, denegando formalisticamente l’esistenza del genocidio, ne giustifica la verità concreta identicamente fatta di civili massacrati. Per capirsi: fanno il genocidio, come i nazisti; e come i nazisti fanno opera negazionista.

Il procedimento logico, chiamiamolo così, non risuona solo nei cortei con le bandiere che accomunano la svastica alla Stella di David, ma si sviluppa nelle requisitorie di marca Onu secondo cui “gli ebrei” (gli ebrei, attenzione, neppure gli israeliani: gli ebrei) stanno facendo ai palestinesi ciò che i nazisti hanno fatto a loro, requisitorie che si caricano di inoppugnabilità con il richiamo truffaldino alla Corte dell’Aia, che in pratica avrebbe già accertato che il genocidio c’è e si tratta solo di attenderne le motivazioni (ci siamo occupati qui delle letture alla carlona e delle interpretazioni da tabloid from the river to the sea dedicate alla decisione preliminare della Corte Internazionale di Giustizia).

Quindi non è affatto innocuo, non è affatto bonario né “tanto per intendersi” l’uso di quel termine; e non è di buon senso realistico l’accusa di guarda’ ar capello rivolta a chi pretende che le cose siano chiamate con il nome giusto. È tutta, e soltanto, un’operazione goebbelsiana in vernacolo pacifista: ripetere una bugia finché non diventa la verità.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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