L’Italia vuota Lo spopolamento dell’Appennino e il paese ignorato dai giovani

In “Comunità Appennino” (Rubbettino), Raffaele Nigro racconta che le aree interne sono «un mondo a sé stante» che dovrebbero convincere i politici a intervenire per difendere una realtà in via di abbandono

Unsplash

Proviamo ora a guardare la Penisola con i piedi nel Mediterraneo e gli occhi all’Europa. La scopriremo sistemata in tre lacerti culturalmente e orograficamente diversi tra loro. Non più nord centro e sud bensì un’Italia tirrenica, una adriatica e al centro l’Appennino, come la colonna vertebrale del Paese sistemata tra le coltri di due mondi diversi e lontani. Come disse Vittorio Bodini: nostro padre fu il Mediterraneo, nostra madre l’Europa. […] Al centro dei due schieramenti marini resta un territorio alpestre e boschivo che è la spina dorsale dell’Italia, l’Appennino. Una catena di montagne che esprime una cultura uniforme dalle Langhe all’Aspromonte e ai monti Iblei. L’uniformità si legge in una serie di aspetti che fanno dell’Appennino un unicum antropologico, letterario, botanico, faunistico e urbanistico. Un unicum che ha generato anche una scrittura legata alle radici e al localismo, a dispetto di un globale che sta uccidendo le specificità della tradizione.

L’Appennino ha viti a spalliera e a ceppaia, non ha i tendoni, che sono propri della pianura assolata. Sono dell’Appennino le fungaie e i felceti e il gorgogliare delle sorgenti e dei torrenti sotto i fusti dei faggi e dei castagni. Penso alle distese di gallinacci nascosti dalle felci, ai chiodini e ai porcini spugnosi. E poi ai ricci che ridono alla spinta delle castagne toscane e lucane, per non parlare di noci e nocciole di Montella e dei tartufi umbri e lucani e dei migliori di tutti, quelli delle Langhe.

La flora appenninica è fitta di acacie, canneti, alberi da frutta come meli, peri e fichi, mentre se cerchi ombra ne trovi sotto cipressi, olmi, faggi, abeti e olivi. Uno spettacolo sterminato e sconosciuto di equiseti, capelveneri e felci coricati tra i rovi e a decoro del sottobosco e delle sponde dei torrenti.

Ma anche la fauna appenninica che popola il sottobosco è particolare, per via di ricci volpi falchi lupi e cinghiali. Federico II avviò tra le alture di Lagopesole la caccia col falcone e la codificò nel volume De arte venandi cum avibus. Un mondo purtroppo non più amato perché soppiantato dalla passione per il mare e dalla voglia di abbronzatura. Un mondo a sé stante, unico e diverso che dovrebbe convincere i politici a intervenire per difendere una realtà in via di spopolamento e di abbandono.

Perché oggi ciò che affligge l’Appennino è lo spopolamento, la fuga dei giovani che corrono verso le università del nord e cercano lavoro nelle metropoli dove si sono laureati. Costringendo in un secondo momento i propri genitori a rincorrerli e a cercare casa nei luoghi dove i figli hanno deciso di vivere.

La fondazione Appennino si dibatte in cerca di una soluzione, intende trasformare i luoghi della fuga in luoghi delle opportunità e costruire qui delle ragioni per frenare l’idea che si sia nati nel posto più orrendo del mondo. Curare prima di tutto il bisogno di fuga dei malati, tutti richiamati dalla medicina praticata negli ospedali delle grandi metropoli e dell’Europa.

Un’impresa ardua, ma che è anche una bella scommessa. Non bisogna abbandonare le armi e schierarsi dalla parte dell’impossibile. Battere i pugni in difesa della sanità in Appennino. Con gli occhi all’Europa e i piedi radicati nel Sahara, come un ponte ideale.

Il Paese da saltare a piè pari
Gli abitanti del Sahara superano a piè pari la Penisola italiana, quasi percorrono la lunghezza dell’Appennino con una sola prospettiva, raggiungere Francia, Spagna, Inghilterra e il resto dell’Europa. Mentre l’Adriatico e i Balcani hanno permesso al vicino oriente di raggiungere la Germania e i Paesi Bassi. E il Tirreno con il corrimano delle due sponde, tra Ceuta e Algeciras ha guardato alla Spagna come possibile approdo.

L’Italia è stata una sorta di continente a sé, attrattivo ma incapace finora di mostrarsi agli occhi dei migranti come un luogo delle reali prospettive di futuro. Di sicuro la condizione di ex colonie ha fatto guardare ai Paesi dominatori come a patrie lontane e magnetiche. Soprattutto Parigi è stata il centro attrattivo dei popoli africani, mediterranei e subsahariani. E non diverso è il discorso che tocca l’Albania e la Grecia. Ismail Kadare, il maggior narratore albanese del Novecento, vive da sempre a Parigi. A Parigi viveva Camus. E a quella città guardavano Kavafis e Ritsos. Per tutti era come se l’Italia fosse un promontorio bello e antico da ammirare con gli occhi ma da saltare con il corpo.

Così le narrative non si sono intersecate. E a tutt’oggi da noi non c’è una fiera del libro mediterraneo, non un premio dedicato a scrittori africani, e l’attenzione per quegli scrittori è stata riservata in Italia solo da qualche editrice.

Al di là di alcuni reportage realizzati per grandi settimanali italiani da Moravia e Pasolini, dovevamo attendere che uno scrittore bosniaco si occupasse di Mediterraneo dopo Braudel. È stato infatti Predrag Matvejević a raccontare il Mediterraneo e a prospettare un confronto con l’Europa, nell’ultimo Novecento. Mentre un viaggiatore come Paolo Rumiz è stato attratto dalle cime dei monti, sia l’Appennino che i Balcani, e ha esaltato la Via Appia e il viaggio di Annibale. Prima di lui Raffaele Crovi, uno scrittore emiliano, ha aperto il discorso intorno alla vita nelle valli dell’Appennino emiliano.

E il cinema? Ha guardato all’Africa come a un luogo da dove provenivano donne bellissime come la Zeudi Araya de La ragazza dalla pelle di luna e ha acquistato grandi calciatori ricchi di talento e solo con Gillo Pontecorvo si è esaltata la Battaglia di Algeri mentre oggi in pieno Duemila, Checco Zalone prima e Matteo Garrone poi hanno provato ad agitare le acque della condizione dei migranti. Il resto è silenzio.

Il brano di Raffaele Nigro è tratto da “Comunità Appennino. Superare l’«internità»” (Rubbettino), a cura di Piero Lacorazza e Gianni Lacorazza, pp. 250, 19€

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club