Contra legemL’inchiesta contro il Milan è lo specchio della giustizia italiana

La procura milanese ha ipotizzato un reato insussistente, ha iniziato con i sequestri senza la certezza che vi sia un valido motivo giuridico, e lo ha fatto con modalità inquietanti

Lapresse

Prima di tutto, una doverosa premessa: chi scrive ha alle spalle oltre mezzo secolo di indistruttibile tifo per l’A.C. Milan la più vecchia e gloriosa squadra di Milano e il club italiano di maggior prestigio internazionale. Ciò non gli ha impedito di denunciare su questo coraggioso giornale i gravi torti che la giustizia sportiva ha arrecato alla detestata Juventus. Il fatto è che il diritto ha le sue ragioni che il cuore non conosce (che Pascal ci perdoni).

Dunque, ci si creda o meno, ciò che si leggerà è il punto di vista di un garantista per il quale sul lavoro non contano le ragioni del cuore, ma le opinioni maturate in anni di lavoro e che è sicuro che altrettanto valga per la prestigiosa procura milanese, oggi guidata da un integerrimo magistrato – incidentalmente, come ci dicono le cronache – acceso tifoso interista, il dottor Marcello Viola, al pari del presidente del tribunale meneghino (che potrebbe giudicare del caso) Fabio Roja.

L’iniziativa della procura di Milano è, con il dovuto rispetto, a dir poco sorprendente: si apre un procedimento per un reato palesemente insussistente sequestrando indiscriminatamente il contenuto di telefonini, computer, documentazione varia, forse attinente al presunto reato, sicuramente contenente comunicazioni private, segreti imprenditoriali, materiale destinato a essere riservato e che tale non è più. Il tutto, spiace dirlo, senza la certezza che vi sia un valido motivo giuridico.

Il reato ipotizzato è quello di “ostacolo alla pubblica vigilanza” previsto dall’articolo 2638 del Codice civile. Il punto è che nel caso di specie non vi è nessun “vigile pubblico”. Tale non è la Federazione Italiana Giuoco Calcio e tanto meno i suoi organismi di vigilanza, come la Covisoc, cui è demandato il controllo sulle strutture societarie e finanziarie dei vari club.

Le varie federazioni sportive che fanno parte del Coni (ente pubblico) sono associazioni di diritto privato. A stabilirlo con estrema autorevolezza sono state la Corte di Giustizia europea (l’organismo giudiziario che giudica sulla conformità delle norme nazionali ai trattati europei) e il Consiglio di Stato (organo di rilevanza costituzionale e giudice supremo della giustizia amministrativa).

Con la sentenza 15 luglio 2021, numero 5348, la Quinta Sezione del Consiglio di Stato – cui lo scorso febbraio la Corte di Giustizia europea aveva rinviato una propria decisione sulla dibattuta questione della natura giuridica della Federazione Italiana Giuoco Calcio – ha affermato che la Figc non è un organismo di diritto pubblico ai sensi e per gli effetti del D.lgs. 50/2016 (c.d. Codice contratti pubblici) e della Direttiva comunitaria 2014/24/UE.

Per inciso, la decisione è stata assunta in conformità a una precisa direttiva europea, cioè un provvedimento di natura normativa sovranazionale emessa dall’Unione europea, cui l’articolo 117 della Costituzione italiana riconosce efficacia e applicazione nell’ordinamento italiano al pari delle sentenze delle corti europee.

Qualche giurista della domenica di contrario avviso sventola un’antica sentenza di una sezione della Cassazione, unica e sola, risalente al 2013, che ha riconosciuto natura pubblicistica alla funzione di controllo delle società esercitata dalla Covisoc. Sarebbe dunque pubblica l’attività e non l’ente.

Una visione che una quarantina di anni fa era tipica delle banche, enti privati che svolgevano secondo la giurisprudenza prevalente una funzione (il credito) di pubblico interesse. Visione poi totalmente demolita dalle sezioni unite della cassazione.

Qualcuno ha parlato di dubbi interpretativi nascenti da questa divergenza, in realtà non c’è nessuna incertezza per chi ha chiaro l’articolo 25 della Costituzione e il principio di legalità in base al quale un cittadino ha diritto a sapere prima le eventuali conseguenze criminose della sua condotta.

A voler essere generosi, ove mai vi fosse un’incertezza sulla norma applicabile, essa va considerata in favore di chi agisce escludendo il dolo e dunque la penale responsabilità.

Non finisce qui, oltre alla carenza del presupposto normativo, l’azione della procura milanese suscita perplessità per le modalità esecutive, vale a dire per il sequestro indiscriminato di documenti e comunicazioni riservate.

Sul punto è intervenuta numerose volte la Cassazione, sanzionando ciò che definisce “sequestri esplorativi”, vale a dire l’acquisizione a strascico di materiale di prova non predeterminato. Il sequestro deve individuare in via preventiva l’oggetto dell’acquisizione, se non negli estremi, almeno nelle caratteristiche (ad esempio, sequestrare comunicazioni aventi un certo tipo di oggetto e non i messaggi con la morosa oppure riferiti ad altri affari).

A quanto riferiscono le cronache, la Guardia di Finanza ha prelevato numerosissimo materiale tra cui, a quanto pare, la possibile prova di un’altra trattativa condotta per un possibile ingresso di un fondo arabo nella compagine azionaria. Ebbene, tutto ciò è illegittimo secondo la Cassazione, oltre a costituire la violazione evidente del diritto alla riservatezza.

In un Paese contraddistinto da una stampa borbonica queste cose possono sembrare sottigliezze, invece hanno a che fare con la libertà delle persone, tutti compresi.

E vi è infine un altro aspetto inquietante che riguarda i possibili profili di intervento della giustizia sportiva. In effetti potrebbe esservi il paradosso di un’inchiesta penale dichiarata come illegittima e basata su prove acquisite contra legem che potrebbe fornire materiale per una sanzione sportiva.

Anche qui è tempo che le cose cambino, come abbiamo spiegato parlando del caso dell’atleta sudafricana Caster Semenya, che ha ottenuto un annullamento di una sanzione sportiva innanzi la Corte europea dei diritti umani. La Cedu ha affermato di avere voce in capitolo anche sulle sentenze sportive che vengano deliberate in ultima istanza dal Tribunale Arbitrale dello Sport (Tas), sottoposto alla giurisdizione della Corte federale Svizzera.

Non può esistere, in sostanza, una giustizia sportiva sganciata dalla tutela dei diritti fondamentali prevista dalle normative internazionali. Alla faccia dei giuristi che si nascondono dietro la fiaccola olimpica del barone De Coubertin. Questo è in ballo nel caso Milan.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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