Lavoro polarizzatoLa rimonta a sorpresa del contratto a tempo indeterminato

I posti fissi a febbraio sono centoquarantaduemila in più, mentre calano sia i contratti a termine sia gli autonomi. Contano l’effetto della riforma Fornero, i concorsi pubblici, ma anche la volontà delle imprese di attrarre candidati in un momento in cui scarseggiano le persone in età da lavoro a causa del calo demografico

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Gli ultimi dati Istat sul mercato del lavoro riferiti a febbraio 2024 confermano la dinamica già vista nel 2023: mentre da un lato c’è chi denuncia la precarizzazione del lavoro italiano, a conti fatti continuano ad aumentare invece gli occupati a tempo indeterminato. Il tanto agognato posto fisso è cresciuto in un solo mese di ben centoquarantaduemila unità, mentre calano sia i contratti a termine (settantaseimila in meno) sia gli autonomi (ventiseimila in meno). Il numero di contratti stabili sfiora il record storico di sedici milioni – un trend di crescita che prosegue dalla fine della pandemia – con gli occupati a termine scesi a 2,8 milioni. È questa la fotografia di un mercato del lavoro che prosegue nella sua tendenza positiva, accumulando rapporti di lavoro sicuri pur senza risolvere la questione delle questioni: ovvero quella salariale.

Rispetto a gennaio 2024, gli occupati a febbraio sono quarantunomila in più. Dopo la frenata di inizio anno, si tocca il nuovo record di 23,773 milioni di posti di lavoro, aumentati in un anno di trecentocinquantunomila unità. Di cui seicentotremila sono i contratti stabili in più, a fronte di un crollo di duecentomila contratti a tempo determinato.

A crescere, per questo mese, è solamente la componente maschile del mercato del lavoro, con 54mila posti in più. Mentre le donne perdono tredicimila occupate, dopo il recupero registrato a gennaio. A febbraio, diversamente da inizio anno, la crescita dell’occupazione a febbraio si concentra tra i venticinque e i trentaquattro anni (+ diciannovemila) e ancora di più tra i trentacinque e i quarantanove anni (+ trentaquattromila). Resta più o meno stabile tra gli over 50 (+ dodicimila). Mentre cala tra i quindici e i ventiquattro anni (- venticinquemila), fascia nella quale aumentano in modo preoccupante sia i disoccupati sia gli inattivi. Ma anche al netto della componente demografica, gli under 35 perdono l’effetto trainante della crescita occupazionale, registrando un -0,2 per cento in un anno. Guidano invece i trentacinque-quarantanovenni con un + due per cento sui dodici mesi.

Il tasso di occupazione sale al 61,9 per cento, vicino al record di dicembre 2023. Il tasso di disoccupazione sale dello 0,2 per cento, anche a causa della diminuzione del tasso di inattività, che torna al trentatré per cento, vicino al minimo storico ma comunque altissimo se paragonato agli altri Paesi europei. I disoccupati aumentano di quarantaseimila unità e gli inattivi sono sessantacinquemila in meno, dopo l’aumento di oltre settantamila unità di gennaio.

A febbraio, dunque, gli italiani sembrano essersi rimessi a cercare lavoro. E sembra che molti lo stiano trovano, per giunta con contratti a tempo indeterminato. Rispetto a dieci anni fa, si contano un milione e mezzo di contratti stabili in più. Mentre i contratti a termine continuano a calare e sono circa centocinquantamila in meno rispetto ai picchi di inizio 2022, ai tempi della ripresa post-pandemica.

Mentre il governo Meloni correva ad archiviare il decreto dignità per rendere meno rigidi i contratti a termine, il mercato del lavoro si spostava invece verso il posto fisso. Le cause di questo cambio di passo possono essere molteplici, come spiega Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt. Il primo elemento da considerare è che nel corso dell’ultimo decennio si è registrato il forte effetto trainante della riforma Fornero che, aumentando l’età della pensione, ha fatto sì che rimanessero più a lungo nel mercato del lavoro un numero maggiore di persone, molte delle quali assunte in un momento storico nel quale il contratto a tempo indeterminato era una quasi normalità nei rapporti di lavoro.

Vanno considerati anche i numerosi concorsi pubblici banditi negli ultimi mesi, anche se molti dei posti legati al Pnrr sono a termine. E c’è poi un tema di scarsità, in termini quantitativi, di forza lavoro generata dai primi evidenti effetti del calo demografico. Un numero inferiore di persone in età da lavoro avrebbe portato le imprese a utilizzare anche il contratto a tempo indeterminato per attrarre e trattenere i lavoratori, soprattutto mentre si registrava un aumento delle dimissioni volontarie. Un trend confermato anche dalla crescita delle trasformazioni dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. Dati che si sposano con l’aumento delle ore lavorate, cresciute dello 0,8 per cento nell’ultimo trimestre del 2023 rispetto a quello precedente.

Eppure non bisogna dimenticare che, accanto alla impennata del posto fisso a tempo pieno, c’è la giungla dei contratti part-time (spesso involontari) a poche ore, e quelli a termine, che restano comunque tanti. Quello che si prefigura – commenta Seghezzi – è una crescita della polarizzazione del mercato. I lavoratori poco qualificati e meno appetibili per le imprese rischiano di restare intrappolati in una spirale di contratti di lavoro di bassa qualità che si rinnovano a singhiozzo, con forti ricadute sui salari.

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