La Biennale pacifistaL’eroica resistenza di Buttafuoco contro le guerre e le censure al pensiero russo

Il funambolo del radicalismo reazionario, già raffinato scrittore dannunziano, ghibellino e sciita, a Venezia mostra la sua versione pacifista e pure terzomondista con un festival del dissenso come quello di Ripa di Meana del 1977, ma stavolta non contro Mosca, contro l’Occidente

LaPresse

Pietrangelo Buttafuoco si offenderebbe se uno spregiatore del suo furioso eclettismo politico-religioso lo definisse «fascio-islamista nell’anima», riecheggiando l’accusa mossa da Luciano Canfora a Giorgia Meloni, e dalla presidente accolta (a ragione) assai poco sportivamente? Nel suo romanzo di vent’anni fa, “Le uova del drago”, esaltato dal suo direttore di allora e ammiratore di sempre Giuliano Ferrara come un «capolavoro massimalista», Buttafuoco aveva cantato l’alleanza dei miliziani musulmani e delle forze del Reich contro lo sbarco alleato in Sicilia del 1943, con un’intonazione nostalgica perdonata politicamente a destra in nome del talento e dell’amicizia, e censurata letterariamente a sinistra come un’opera ideologicamente revisionista.

Buttafuoco ha poi proseguito la sua strada di funambolo del radicalismo reazionario convertendosi all’Islam sciita e rifiutando ostinatamente di convertirsi a una normalità politico-culturale occidentale, anzi continuando a irriderla. Questo percorso lo ha, per così dire, salvaguardato, consentendogli di distinguersi dal becerume razzista e clericale della sua parte politica e di continuare, al contempo, a tenere alta la bandiera della differenza di un’Italia moralmente ferma al gran rifiuto del tradimento badogliano.

Quando Meloni è arrivata al Governo, Buttafuoco era quindi il candidato perfetto per un ruolo di responsabilità culturale. Non era un Achille Starace delle lettere, ma al contrario uno scrittore e pensatore raffinato. Non era un volgare propagandista, come quasi tutti gli intellettuali della destra che fu e che è, ma neppure un camerata imborghesito e pronto a inchinarsi agli idoli del mercato e dell’industria culturale mainstream. Era davvero perfetto, e il fatto che fosse diventato musulmano era meno rilevante del fatto che fosse rimasto fieramente anti-liberale e anti-occidentale.

Quindi è andato (è stato mandato) alla Biennale di Venezia a fare, per dirla ironicamente, la resistenza. E quale resistenza è migliore, quale opposizione è più necessaria oggi, per Buttafuoco, se non quella al binarismo liberale – la libertà contro l’oppressione, lo stato di diritto contro l’arbitrio, la legge contro la violenza – che polarizza il mondo e scatena inevitabilmente la guerra con i suoi paradigmi divisivi e le sue insensate intransigenze? 

Quindi, ecco a voi la Biennale come «fabbrica di ponti», perché «in tempo di guerra è necessario che i saggi, gli artisti, l’aristocrazia della conoscenza faccia fronte alla catastrofe»; un «agone dove sondare la vicinanza tra popoli», perché «qui si apre a tutti, non si boicotta nessuno». E qual è il boicottaggio per eccellenza, secondo Buttafuoco? «La censura del corso di Paolo Nori su Dostoevskij due anni fa all’università». E quindi pace, pace e ancora pace, quella perpetua di Immanuel Kant, quella cristiana di Giorgio La Pira e quella post-bellicista di Ernst Jünger, che con François Mitterand e Helmut Kohl celebrò ormai novantenne la riconciliazione franco-tedesca.

Dopo il Buttafuoco dannunziano, esoterico e ghibellino, ora tocca a quello pacifista, e pure terzomondista, che con gli “Stranieri ovunque” – come da titolo della Biennale Arte 2024 – dà un tocco di esotico alla sua predicazione, e apparecchia una nuova Biennale del dissenso: questa volta, però, non contro Mosca, come quella eroica di Ripa di Meana del 1977, bensì contro l’Occidente e le sue guerre. 

Chissà come è contento quello che il Buttafuoco non ancora presidente della Biennale, ma già sciita, pochi anni fa definiva «l’unico statista davvero di destra», che guida un Paese che «vince la guerra in Siria, regala al Mediterraneo la pace, evita una catastrofe umanitaria – soprattutto per l’Italia – di sfollati e disperati ma, per gli atlantisti, è uno Stato canaglia». Indovinate di quale statista e di quale Paese parlasse.

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