Ragione di StatoIl dibattito sul sostegno della Germania a Israele non aiuta né gli ebrei né lo Stato ebraico

Il finanziamento militare di Berlino a Tel Aviv viene giustificato facendo leva sul senso di colpa per l’Olocausto, riducendo in questo modo la portata millenaria dell’antisemitismo

AP/Lapresse

Si sono tenute questa settimana le udienze pubbliche per il processo avviato dallo Stato del Nicaragua contro la Germania davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. La Germania è accusata di essere complice di Israele nel genocidio che starebbe perpetrando contro i palestinesi nella striscia di Gaza poiché vende armi e altri equipaggiamenti militari a Israele. In effetti, la Germania è il più grande fornitore di armamenti dello Stato ebraico dopo gli Stati Uniti.

La Germania si difende dalle accuse con puntuali argomenti nel merito che si concentrano sull’operato dell’esercito israeliano a Gaza, gli aiuti umanitari forniti dalla Germania durante i sei mesi del conflitto e i dettagli tecnici degli armamenti che fornisce a Israele.

Quello però che più colpisce nella difesa tedesca è che la Germania ha sentito il bisogno di affermare che il sostegno a Israele è una Staatsräson della repubblica federale, una «ragione di stato», un «dovere collettivo» imposto dalla «responsabilità storica» della Germania per l’esigenza dell’esistenza di uno stato ebraico a seguito della Shoah.

Non conosco lo spirito della nazione (Volksgeist) tedesca a sufficienza e non ne condivido la storia per commentare questo sentimento collettivo. Il sostegno a Israele è senza dubbio genuino e in buona fede.

Specialmente, la Germania è un Paese serio ed è cosciente che il sostegno a Israele, soprattutto davanti a certe strumentalizzazioni delle istituzioni e dei processi internazionali, è indispensabile per la difesa dell’Occidente e dell’Europa stessa.

Mi preme però far presente che la retorica usata dalla Germania può in realtà ritorcersi contro gli ebrei e Israele acuendo l’incomprensione e odio per lo Stato ebraico per due motivi: da un lato si perpetua la falsità teorica e storica che la nascita dello Stato di Israele e la sua legittimità siano connessi all’Olocausto, dall’altro si alimenta il paradosso per cui quanto più si parla di Olocausto, meno si comprende il fenomeno dell’antisemitismo.

Vediamo i due temi in dettaglio. La connessione tra Stato di Israele e Olocausto è al cuore della narrativa anti-sionista. Questa narrativa vuole veicolare l’idea che lo Stato di Israele sia stato creato (e imposto alla popolazione araba locale) dalla comunità internazionale che afflitta dal senso di colpa per l’Olocausto decise di concedere una terra e uno stato agli ebrei.

Insomma, una forma di riparazione per l’antisemitismo della Germania nazionalsocialista. Questa idea è volta a minare legittimità dello Stato di Israele, avendo come premessa che i territori israeliani siano sì stati dati a un popolo vittima di un grande ingiustizia, ma a loro volta siano stati sottratti a un altro un popolo che ovviamente non aveva alcun responsabilità per questa ingiustizia (per quanto le autorità proto-palestinesi avessero stretti legami con Hitler e Mussolini).

Questa narrazione è falsa nella sua dimensione teorica e storica.

È falsa da un punto di vista teorico e ideologico perché la legittimità dello Stato di Israele si basa, molto banalmente, sul diritto di autodeterminazione di cui godono tutti i popoli, e che spetta quindi anche al popolo ebraico. Lo Stato di Israele avrebbe diritto di esistere anche se non ci fosse stato un solo giorno di antisemitismo sulla terra.

I duemila anni di antisemitismo nell’Europa cristiana e millecinquecento anni di antisemitismo nei Paesi islamici sono solo la riprova di quello che succede quando un popolo è privato della sua sovranità ed è costretto a vivere in posizione di subalternità alle altre nazioni. Destino che il popolo ebraico ha condiviso con molti altri popoli privi di uno stato (e un esercito), vedi ad esempio gli armeni.

Ancora più grave è la falsità storica. La creazione dello Stato di Israele non si inserisce nel contesto del secondo conflitto mondiale, ma è il prodotto della prima guerra mondiale e del processo di dissoluzione e ripartizione dell’impero ottomano.

Il sionismo dei congressi di Basilea di fine Ottocento trae linfa dai nazionalismi risorgimentali (quelli che hanno dato vita a Italia e Germania, per capirci). Sempre nella seconda metà dell’Ottocento, gli immigrati ebrei si insediano e ridanno vita ai vasti latifondi dell’Impero ottomano nella regione che oggi appunto comprende Israele e la Palestina.

Gli ebrei combattono pure fianco a fianco con le popolazioni arabe locali contro i colonizzatori ottomani per realizzare quelle aspirazioni nazionalistiche che, grazie al supporto della comunità internazionale (specialmente la Gran Bretagna), si tradurranno nella dissoluzione dell’Impero ottomano e la sua redistribuitone alle popolazioni ivi indigene, tra cui gli ebrei.

La famosa dichiarazione di Balfour è del 1917, un anno dopo il famoso trattato di Sykes-Picot con cui Francia e Gran Bretagna si spartiscono le aree di influenza nell’Impero ottomano, in previsione della vittoria nel primo conflitto mondiale.

Il diritto degli ebrei a uno Stato nella Palestina mandataria britannica viene poi sancito dalla Società delle Nazioni nella Conferenza di Sanremo del 1920 conclusiva della prima guerra mondiale.

Si potrebbe azzardare a dire che il sionismo non è altro che uno dei nazionalismi arabi di quel periodo. In quest’ottica la nascita dello Stato di Israele è frutto di un movimento anti-coloniale che, come ogni processo di decolonizzazione nella storia, ha creato le sue dispute territoriali e conflitti entico-religiosi (che infatti caratterizzano quasi tutti gli stati confinanti con Israele).

Il secondo problema, come detto, appare paradossale. Quanto più gli sforzi educativi si concentrano sull’Olocausto, tanto più si rischia di trasmettere un’idea errata dell’antisemitismo.

Il pericolo è che si perda di vista la natura sistemica dell’antisemitismo e si finisca per credere che l’antisemitismo si riassuma in quell’unico evento storico: che sia frutto della perversione dell’ideologia nazifascista o, in generale, espressione della xenofobia delle estreme destre nazionaliste.

L’antisemitismo in Europa non è nato nel 1938 con le leggi razziali.  Non vi è motivo di pensare che il rastrellamento del ghetto di Varsavia sia più grave dei rastrellamenti dei ghetti di ogni singola città spagnola nel corso del quattordicesimo e quindicesimo secolo.

Non vi è soluzione di continuità tra l’uno e gli altri ed è anzi fondamentale capire che uno è conseguenza degli altri. Se si vuole parlare di «responsabilità storica» – concetto che non mi piace quando applicato an un conflitto in corso perché retrospettivo e non «solution-oriented» – questa responsabilità nella storia europea non grava solamente sulla Germania.

Le atrocità del regime nazifascista non possono offuscare le «responsabilità storiche» delle altre nazioni europee. E il sostegno a Israele dovrebbe esser la Staatsräson di quasi tutti i paesi europei: Russia, Polonia, Ungheria, Inghilterra, Spagna (soprattutto Spagna!), Francia, Portogallo, etc. etc.

Se l’antisemitismo in Europa non è nato nel 1938, parimenti l’antisemitismo nei paesi arabi non è nato nel 1948 con la creazione dello stato di Israele. Ed ecco appunto un altro grande problema. L’attenzione all’Olocausto e alla storia delle persecuzioni degli ebrei in Europa ci fa dimenticare l’esistenza di un’altra tradizione millenaria di antisemitismo: quella islamica, che nata a partire dal Corano ha afflitto le comunità ebraiche che risiedevano nei paesi arabi e islamici per secoli.

Ma il rischio più grave e che non si comprenda la natura dell’antisemitismo, che lo si confonda per una forma di razzismo o odio verso gli ebrei, allorquando si tratta di un modo di pensare sistemico, un vizio del pensiero che ha attraversato la cultura europea cristiana e la cultura islamica nei secoli.

I manuali che conosco sull’antisemitismo vanno dalle cinquecento pagine ai quindici volumi, ma non è questa l’occasione per cercare di dare una definizione compiuta di antisemitismo.

Il concetto chiave, però, è che l’antisemitismo nasce come elemento costitutivo dell’identità cristiana e musulmana poiché cristiani e musulmani quali «nuovi ebrei» e «nuova Israele» hanno appunto determinato la loro identità, da un lato, ancorandola nella tradizione veterotestamentaria ma, dall’altro, posizionandola in opposizione alla cultura ebraica, di cui cristianesimo e islam sono un miglioramento e una sostituzione.

A partire dai Vangeli e dal Corano, quindi, l’immagine dell’ebreo è stata usata nella storia come strumento per indentificare tutti i disvalori (soprattutto sul piano morale) in una determinata società.

In altre parole, la figura dell’ebreo è stata un ausilio per definire il proprio assetto di valori e la propria morale, in opposizione ai disvalori e perversione morale che venivano rappresentati dagli ebrei.

Attraverso questo modo di pensare, la figura dell’ebreo trascende i veri ebrei in carne e ossa, tanto che questo paradigma si è protratto nella cultura dei paesi europei e islamici anche quando di ebrei in questi paesi non ve ne erano più.

Ad esempio, nell’Inghilterra shakespeariana gli ebrei potevano essere contati sulle dita di una mano. Eppure, Shakespeare, per comunicare al suo pubblico quali dovessero essere i valori di una società mercantile cristiana come l’Inghilterra del tempo, ha fatto leva sull’atavico vizio di pensiero contrapponendo il buon mercante cristiano, Antonio, al cattivo mercante ebreo, Shylock.

È inevitabile quindi che anche nei tempi moderni molti europei e moti musulmani, anche quelli in buona fede che non provano alcun odio verso gli ebrei «persone fisiche», finiscano per leggere la condotta degli ebrei e del loro Stato con gli schemi mentali che gli sono stati tramandati. E quindi leggerla nel senso che realizza le loro aspettative e premonizioni sugli ebrei.

Quale nota di colore, la premonizione che gli ebrei avrebbero perpetrato un genocidio in Palestina era già diffusa da tempo in Europa.

Scriveva Voltaire, padre del progressismo moderno, nel suo Trattato sulla Tolleranza (capitolo diciottesimo) «gli ebrei sembravano avere maggior diritto che chiunque altro di derubarci e ucciderci; benché vi siano infatti cento esempi di tolleranza nel Vecchio testamento, vi sono però anche alcuni esempi e alcune leggi di rigore. Dio alcune volte ha ordinato loro di uccidere gli idolatri […].»

Gli ebrei, continua, «sarebbero soprattutto assolutamente obbligati ad assassinare tutti i turchi» poiché controllano il loro territorio di cui «i musulmani [..] sono gli usurpatori da più di mille anni. Se gli ebrei oggi ragionassero così, è evidente che non vi sarebbe altra risposta da dar loro che mandarli in galera. Questi sono su per giù i soli casi in cui l’intolleranza sembra essere ragionevole».

Per tornare alla Germania, farsi il principale portavoce nella scena internazionale nella lotta contro l’antisemitismo a causa della Shoah distoglie l’attenzione dal fatto che l’Olocausto è il prodotto di una sistemica perversione del pensiero di tutta l’Europa cristiana.

In termini crudi e trucidi, il Terzo Reich ha massacrato sei milioni di ebrei non perché erano razzisti, nazisti, fascisti o xenofobi, ma perché erano antisemiti e quindi, direttamene e indirettamente, per colpa di quello che dicevano e pensavano i greci si Alessandria d’Egitto del primo secolo d.c., quello che c’è scritto nei vangeli, nelle lettere di San Paolo, nelle opere di Marcione da Sirone, San Giovanni Crisostomo, Sant’Ambrogio, San Girolamo, Sant’Agostino, Martin Lutero, Kant, Hegel e Voltaire, solo per citarne alcuni.

Associare l’antisemitismo esclusivamente o principalmente all’Olocausto, così come le giornate della memoria e simili rituali commemorativi sono diventati nei fatti strumenti di espiazione collettiva che ci danno l’impressione di essere immuni dal sistemico vizio di pensiero dell’antisemitismo, perché proviamo ovviamente pietà e compassione per gli ebrei vittime indifese della ferocia nazifascista. Quando gli ebrei si difendono però…

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