Teatro dell’assurdoIl processo sulla nave Iuventa è finito ancor prima di cominciare

Dopo sette anni, il caso che riguarda l’imbarcazione per il salvataggio di migranti è stato archiviato sotto richiesta della Procura di Trapani, lo stesso ufficio che aveva avanzato le accuse nel 2017

AP/LaPresse

Era un’aula di tribunale, ma sembrava un teatro. Un teatro dell’assurdo però. Con una messa in scena costata tre milioni di euro, sette anni di tempo, cinquantamila ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, una nave per il soccorso in mare a marcire in porto. Si è concluso a Trapani il processo che vedeva tra i principali imputati l’equipaggio e gli armatori della nave umanitaria Iuventa.

In realtà già dire «processo» è tecnicamente sbagliato. Eravamo ancora, infatti, nella fase delle udienze preliminari. Il giudice, insomma, doveva pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio della Procura, in quella che era stata definita «la madre di tutte le inchieste sulle Ong». Un record. Sette anni – siamo nel teatro dell’assurdo, d’altronde – e circa quaranta udienze (più correttamente, sessioni di udienza), per arrivare alla seguente conclusione: è stata la stessa Procura di Trapani a chiedere l’archiviazione, e il Giudice per le Udienze Preliminari ha dato il suo benestare. Tutto finito ancora prima di cominciare.

La vicenda è stata seguita dai media di tutto il mondo. Non mancava una giornata di udienza in cui non ci fossero gli inviati di Amnesty International, i volontari di Save The Children davanti il tribunale, media stranieri dalla Germania o dalla Francia. D’altronde, l’accusa era clamorosa, dal momento che per la prima volta, l’equipaggio di una nave delle Ong, i famosi «taxi del mare» (copyright Luigi Di Maio) era stato beccato: non salvava naufraghi, ma si accordava con i trafficanti libici per farsi consegnare direttamente i migranti.

Per arrivare a questa prima conclusione, la Procura di Trapani, allora, ha messo in campo il meglio dell’armamentario investigativo a disposizione: intercettazioni satellitari, geolocalizzazione nel Mediterraneo degli indagati, agenti infiltrati tra i volontari. Nell’entusiasmo di aver scoperto la truffa del secolo, sono stati intercettati anche giornalisti e avvocati (anche lì, poche imbarazzanti scuse in Italia, grande scandalo, invece, nei media esteri).

Era il 2017. In Italia il presidente del consiglio era Gentiloni, il Ministro dell’Interno Minniti. L’Italia, a febbraio, aveva firmato un patto con la Libia che aveva fatto storcere il naso a molti: prevedeva finanziamenti e mezzi alla Guardia costiera libica per evitare le partenze di migranti e per pattugliare il mare (il memorandum, nel 2022, è stato rinnovato). La nave Iuventa era stata messa in mare da una piccola associazione di giovani di Berlino, la Jugend Rettet (“Giovani in soccorso” in italiano) che si erano autotassati per finanziarne l’acquisto e poi il pattugliamento del Mediterraneo per salvare vite. La nave fu sequestrata, e oggi marcisce al porto di Trapani, sotto la custodia (sulla carta) della Capitaneria di Porto. Finirono indagati anche gli attivisti di Medici Senza Frontiere e Save The Children. In tutto ventuno persone. L’accusa: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.  Per Matteo Salvini, poi ministro dell’Interno, si trattava della «prova della collusione delle organizzazioni umanitarie con i trafficanti di uomini».

Il teorema dei pm era il seguente: i soccorritori e le Ong partecipavano a un disegno criminale per favorire l’immigrazione clandestina in Italia grazie a un «accordo pregresso» con i trafficanti libici che prevedeva «consegne concordate» di migranti. Qual era il movente? Aumentare le donazioni dei privati alle Ong. Gli indagati, sulla base di questo impianto accusatorio, rischiavano fino a vent’anni di carcere. Al giudice Samuele Corso, alla fine, sono bastati quindici minuti di lettura del dispositivo di archiviazione per chiudere sette anni di indagini. Non sono stati assolti. Peggio: il reato proprio non c’è. Le accuse non sono state dimostrate e non erano dimostrabili.

L’indagine da subito ha mostrato alcune falle clamorose. Tutto nasceva da non meglio precisate «confidenze» fatte ai servizi segreti dalla security privata (la Imi security service) di una nave noleggiata da Save the Children.  I magistrati erano convinti di aver documentato almeno tre casi di «contatto», con le navi che sarebbero intervenute a soccorrere i profughi senza che questi fossero realmente in pericolo, ma che, anzi, erano stati trasbordati dalle imbarcazioni libiche, con gli scafisti che poi si allontanavano indisturbati.

I sostituti procuratori di Trapani, nel 2017, parlavano di «gravi indizi». Nel 2024 i loro colleghi, chiedendo l’archiviazione, sono stati i primi a smentirli.  Nel frattempo, si accertano alcuni fatti clamorosi. I testimoni chiave dell’accusa, ad esempio, erano inattendibili, perché erano stati addirittura licenziati dalla polizia per una serie di negligenze gravi.  I due «informatori» invece, Pietro Gallo e Floriana Ballestra, ex ufficiali entrati nel business della sicurezza privata, avevano mandato il dossier ai servizi segreti a Matteo Salvini, allora all’opposizione. Una strana triangolazione. Ballestra si era addirittura vista con Salvini, sperando in un incarico politico, mentre Pietro Gallo era in contatto con il suo staff.

Le immagini dell’agente sotto copertura, ritenute la prova regina dell’accordo, non mostravano altro che piccole lance di salvataggio che trainavano le imbarcazioni vuote dei migranti. E sono state smentite da altre immagini girate da osservatori indipendenti (giornalisti a bordo delle navi come inviati) o dalle stesse telecamere utilizzate dai soccorritori nelle missioni.   Questo aspetto è molto importante, perché c’è un dato che salta agli occhi più degli altri: nelle trentamila pagine complessive dell’inchiesta, negli ottanta Cd che contengono registrazioni di telefonate varie, e negli altri centoventi che contengono giorni e giorni  di intercettazioni ambientali non c’è una sola chiamata o dialogo tra un trafficante, scafista, o quello che è, e un volontario, o membro di una Ong, un collaboratore. Il famoso accordo era supposto.

Il pm che aveva avviato nel 2016 le indagini, Andrea Tarondo (che dopo questa inchiesta si è trasferito in Perù) aveva riempito due armadi di documenti. Saranno i suoi colleghi, quando cercheranno di mettere ordine nella matassa, a trovare via via gli elementi che li porteranno a chiedere l’archiviazione del caso, a cominciare proprio dall’inattendibilità dei testi chiave. Ma mancavano i tracciati delle navi, le comunicazioni ufficiali sui soccorsi: tutti elementi che avrebbero permesso una ricostruzione diversa dei fatti. Già nel 2017, Save the Children aveva messo a disposizione tutto il materiale in suo possesso, che già smentiva le accuse. Eppure si è andati avanti fino ad oggi.

Nel frattempo, la nave Iuventa, piccola e di colore blu, abbandonata al porto di Trapani, sta affondando nonostante sia «in custodia» della Guardia Costiera. Un cantiere navale ha fatto alcuni interventi, su ordine del Tribunale, per salvare il salvabile, ed evitare che collassasse. Aspetta ancora il pagamento della fattura di venticinquemila euro.

Dal giugno 2016 alla data del sequestro Iuventa aveva realizzato centosettantacinque interventi, assistendo ventitremila persone. Oggi la nave è stata dissequestrata, ma nelle sue condizioni non può andare da nessuna parte. Il fatto non sussiste, la nave nemmeno.

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