Etica delle conseguenzeLa questione morale in politica non è un problema di legalità, ma di responsabilità

La deriva del sistema partitocratico verso una democrazia di relazione e di scambio è iniziata molto tempo fa. Ormai la Repubblica è finita: si è lasciato al potere togato un’eversiva sovraintendenza politica

di Camilo Jimenez, da Unsplash

Che differenza c’è tra la “questione morale” di Enrico Berlinguer, surrogato identitario della (tramontata) speranza comunista, e la “questione morale” di Felice Cavallotti, quasi novant’anni prima, contro il nazionalismo crispino e lo scandalo della Banca Romana? Che differenza c’è tra le ripetute evocazioni della dimensione etica della responsabilità politica, che ricorrono nella pubblicistica gobettiana, salveminiana, einaudiana e ernestorossiana (“ernestorossiana” è pour cause un tributo all’idioma pannelliano), e il moralismo manettaro o l’ordalia degli inquisiti, che proprio Pannella agli albori di Mani Pulite, nel 1992, irrise riuscendo di fatto a convertire un Parlamento di predestinati al processo, alla condanna e alla galera nella prima assemblea legislativa capace, dopo un quindicennio di follie, di rimediare ai propri stessi disastri con due leggi finanziarie mostruosamente rigoriste?

Gli appassionati della scapigliatura radicale, che però sono pochi, saprebbero leggere all’impronta la coerenza patriottica tra l’impuntata intransigenza dei padri (da Felice Cavallotti a Ernesto Rossi) e la corsara politicità del figlio (Marco Pannella) e comprendere al volo il senso della differenza tra – poniamo – la questione morale di Marco Travaglio e quella di Luigi Einaudi.

Per gli altri, si può dire che essa è weberianamente quella tra l’etica dell’intenzione e della responsabilità, cioè tra la moralità soggettiva, di cui vanno indagati e giudicati arbitrariamente i moventi e i fini individuali, e la moralità oggettiva, validata sperimentalmente in base al risultato dell’azione politica sulla vita collettiva.

In Italia, dagli anni ’80 in poi, la questione morale non è stata infatti il segno o la parola d’ordine di un’alternativa concreta – un modo diverso non di essere, bensì di fare – ma un diversivo propagandistico, fondato sulla presunzione di una accertata superiorità antropologica: i comunisti erano più buoni dei non comunisti, perché migliore era il fine che riscattava anche il ricorso a mezzi peggiori. I risultati però non contavano, come non contava la convergenza effettiva sulle scelte di governo e di spesa tra comunisti e non comunisti. Contava l’intenzione, l’afflato, la dedizione all’ideale.

I comunisti prendevano i soldi da Mosca o, in Italia, da un sistema legalizzato di collateralismi politico-economici finanziato in gran parte da una spesa pubblica locale o nazionale teleguidata. I loro avversari lo facevano in modo più grottescamente delinquenziale, ricattando o taglieggiando anche i poveracci, o più scopertamente affaristico, estraendo valore (quattrini) dal controllo padronale del potere pubblico. Ma i comunisti erano più morali, perché il comunismo era più morale del capitalismo.

Non c’è quindi da stupirsi che, quando la cosiddetta questione morale assunse una declinazione prettamente giudiziaria e l’unica alternativa apparentemente percepibile fu tra quanti rubavano per sé o per il partito e tra le appropriazioni legali e quelle illegali, alla sinistra fu facile rivendicare una verginità politica (i francescani della partitocrazia italiana: allora vivevano tutti in case modeste), che i miasmi e le convulsioni della Prima Repubblica rendevano preclusa ai partiti di governo.

Ma questa deriva giudiziaria della questione morale, questa surrettizia coincidenza con il problema della legalità è stato, a seconda dei casi, un equivoco (per i presunti colpevoli) o un alibi (per i presunti innocenti) di cui non siamo ancora riusciti di liberarci. E la cosa continua tutt’oggi se un’accusa suona di per sé come una prova provata di disonore per l’indagato e un’assoluzione vale tout court come una patente di onorabilità per il prosciolto o per l’assolto.

La questione morale non è una questione di legalità. Sul piano dell’etica pubblica – cioè delle conseguenze che le azioni politiche (e dei politici) hanno sulla vita reale dei cittadini e le scelte dei governi rovesciano sulla sorte dei governati – la corruzione politica in Italia è stata ed è solo subordinatamente e secondariamente un fenomeno illegale o criminale. È stato per l’essenziale un fenomeno sciaguratamente democratico. Legalissimo e disastroso proprio nella sua incontestabile legalità.

La politica del debito pubblico e quella pensionistica, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90, ha rubato agli italiani del futuro molto più soldi di quanti, nello stesso periodo, la malversazione tangentizia abbia mai potuto accumulare ai danni degli italiani del presente. Se oggi l’Italia è il quarto Paese più indebitato del mondo in rapporto al Pil, lo dobbiamo più a chi negli anni ’80 pensava con un deficit a due cifre e una crescita drogata di avere trovato la gallina dalle uova d’oro del consenso, che ai traffichini che negoziavano tangenti pure sulle pulizie dei ricoveri per anziani.

Abbiamo inseguito i ladri, ma i ladri eravamo “noi”, e in questo esorcismo collettivo, che è stato un esercizio altrettanto collettivo di cattiva coscienza, abbiamo pure preteso che l’amministrazione della giustizia andasse per le spicce, per placare il desiderio di vendetta e l’ansia di innocenza del popolo. I ladri non potevamo essere “noi” elettori, noi italiani brava gente, noi persone perbene che non abbiamo mai rubato neppure uno stecchino al ristorante.

La deriva del sistema partitocratico verso una democrazia di relazione e di scambio intermediata, in larghissima misura, dalla spesa e dalla regolazione pubblica è continuata – a proposito di cattiva coscienza – ben oltre la fine della Prima Repubblica ed è proseguita fino ad oggi, tanto che il suo esempio moralmente più monumentale e finanziariamente più imponente – il Superbonus 110% – è stato realizzato proprio dal Governo degli onesti per definizione, il Conte II, presieduto da un professionista del trasformismo, distillatore dell’eredità berlingueriana in purezza populista.

Parlare di questione morale, tra mattinali di questura e veline di procura, è sbagliato e fuorviante perché la vera questione morale, in politica, è quella rappresentata dalla depredazione e auto-depredazione del futuro degli italiani e dal circolo vizioso tra una democrazia che procura rendite, privilegi e protezioni (in cambio del voto, dell’iscrizione o dell’affiliazione) e un elettorato che ne chiede di ulteriori, in misura insieme più larga e particolaristica.

Niente di nuovo sotto il sole. I filosofi e gli economisti liberali dal ‘700 indagano il legame indissolubile tra corruzione morale, irresponsabilità politica e rovina economica. Se per Einaudi, epigono di quella tradizione, la politica serviva l’ideale della “elevazione morale e materiale” dei cittadini (che espressione stentorea, per le orecchie dei politici di mondo!), dovremmo prendere atto che in Italia quella legalissima e politicamente vincente, mica quella criminale ne ha procurato la degradazione e la decadenza, rendendoli tutti, poveri e ricchi, degli accattoni di favori procacciati dal sovrano.

Non è finita formalmente la democrazia. È proprio finita la Repubblica e neppure ce ne siamo accorti, rilasciando al potere togato un’eversiva sovraintendenza politica. E abbiamo pure eletto salvatore dello Stato uno come Di Pietro, che restituiva i debiti contratti con un indagato in contanti dentro una scatola di scarpe e poi inseguito la ruffianeria nichilista di un comico (Grillo) e della sua anima nera capellona (Casaleggio) come la nuova terra promessa della “o-ne-stà”.

E siamo rimasti lì: guardiamo alle inchieste giudiziarie come le fattucchiere guardano nei fondi del caffè per divinare la fortuna o la disgrazia di questo o di quello e l’avvento di un nuovo potente. Dovremmo guardarle, al contrario, come un incidente eventuale e tutt’altro che decisivo per capire come funziona, ad esempio, il mercato delle tessere del Pd in Piemonte e il sistema di potere di Michele Emiliano in Puglia, quale disastro civile entrambi rappresentino e quanto non preludano davvero a nulla di nuovo.

Insomma, non è che la questione morale in politica non rilevi o che sia solo la maschera dell’impostura. È che è una cosa troppo seria per lasciarla amministrare dai magistrati penali e troppo grande per lasciarla smerdare dai moralisti o dagli immoralisti di giornata.

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