Il Cavaliere e il Dittatore La strana amicizia tra Berlusconi e Putin, tra lusso, regali e piccoli incidenti

In “B. Una vita troppo” (Feltrinelli), Filippo Ceccarelli analizza anche il rapporto tra l’ex premier e il presidente russo: uno scambio reciproco di vantaggi, che sfumava in un’intesa vera e umana

AP/Lapresse

Nell’estate del 2002 Berlusconi invitò la moglie e le due figlie di Putin a trascorrere le vacanze a Villa La Certosa. Anche mostrarsi munifico padrone di casa rientrava nella sua personale concezione di governo della nazione. L’anno seguente toccò al presidente della Federazione russa, che si presentò in Sardegna facendosi precedere da una mezza flottiglia che comprendeva l’incrociatore lanciamissili Moskva (poi affondato nel Mar Nero dagli ucraini, nonostante un frammento della Croce di Nostro Signore conservato nella cappella di bordo), il cacciatorpediniere Smetlivy e la nave appoggio Bubnov.

Per l’occasione, sempre nel tipico intruglio di potere esibito e relazioni d’amicizia, furono organizzate delle manovre al largo della costa sarda nelle quali i russi mostrarono in azione, con la speranza di venderlo all’Italia, anche il nuovo aereo antincendio BE-200. Venne poi fuori che al quartier generale della Nato non erano stati poi così contenti di tale esibizione di mezzi militari.

Anche per questo resta a tutt’oggi abbastanza misterioso il rapporto d’amicizia fra Berlusconi e Putin; e soprattutto come sia stato possibile che il Cavaliere abbia via via negli anni presentato l’uomo di ghiaccio del Cremlino, l’autocrate che ha soffocato il dissenso e scatenato due o tre sanguinose guerre, come «un uomo
di pace», «un animo delicato», «una persona chiaramente sensibile», addirittura «un dono di Dio».

Se lo chiedevano d’altra parte anche gli americani, cui fin da allora, come si deduce da alcuni spifferi WikiLeaks, non era sfuggito quel singolare rapporto preferenziale che poteva avere interessi reciproci, risvolti geopolitici e provvide conseguenze a livello energetico. Ma oltre a ragioni squisitamente politiche, bastava vederli insieme in quella vacanza con la medesima camicia bianca a maniche corte, per intuire che c’era un di più, «un raro caso di gemellaggio umano, psicologico e perfino somatico», scrisse Enzo Bettiza.

Qualcosa che probabilmente li riportava indietro nel tempo, agli esordi delle loro prodigiose carriere, quando Silvio, secondo Montanelli, era «un piccolo e furbo venditore brianzolo e Vladimir, a detta dell’oligarca Berezovskij, un piccolo e scaltro impiegato del Kgb».

L’uno insomma si rispecchiava nell’altro con ovvi vantaggi. Berlusconi coglieva l’enorme opportunità di quell’amicizia, mentre Putin apprendeva dal tycoon italiano l’importanza della tv e degli spettacoli ai fini della conservazione del potere. Del resto era naturale e al tempo stesso sorprendente come i due leader condividessero i medesimi interessi materiali e sentimentali, per così dire: residenze da favola, devoti servi beneficati, graziose signorine in gran copia, guadagni incalcolabili, lo Stato vissuto da entrambi come «una specie di dopolavoro», ha scritto Michele Serra, «nel quale miscelare allegramente gli affari pubblici
e gli affari loro».

Del tutto condiviso era anche il gusto di gareggiare per stupirsi l’un l’altro in modo al tempo stesso grandioso e infantile. Per cui Putin fece guidare a Berlusconi l’idrovolante e pretese che assaggiasse, da una specialissima cantina (pare già appartenuta a Goering), un archeo-sherry risalente al 1775; mentre l’ospite italiano, una volta tornato in patria, oltre a esibire con vanitosa disinvoltura un giaccone personalizzato della Marina russa,
favorì la nascita a Milano di un club di Forza Italia intitolato a Putin, pure omaggiando l’amico Vladimir di un copripiumino che ritraeva in foto i due capi beati e sorridenti.

Con qualche malizia quest’ultimo omaggio rimandava al celeberrimo «lettone di Putin», come si ricorderà salito all’onore delle cronache durante le movimentate notti di Palazzo Grazioli. Sia come sia, nell’estate del 2003 l’accoglienza fu speciale e «indimenticabile», anche se almeno alla fine non andò esattamente
come l’aveva programmata il Cavaliere.

L’intrattenimento della serata finale venne affidato a Tony Renis, che contattò Andrea Bocelli mettendo in programma arie della Tosca, della Turandot e alcune canzoni napoletane; altri brani avrebbe interpretato lo
stesso Berlusconi in duetto con Apicella. Per ricercare un effetto di continuità fra la tavola imbandita e le rigogliose piante del parco, con la supervisione di gastronomi e decoratori sette mastri cesellatori lavorarono giorno e notte alla realizzazione di due incredibili trionfi scolpiti di frutta e verdura.

Ma l’evento a mio malevolo giudizio più rimarchevole – e del quale si è avuto notizia diversi anni dopo – fu che durante uno spettacolo pirotecnico che doveva concludere la seratona, qualcosa andò storto e alcuni razzi puntarono direttamente sulla terrazza degli invitati. Non è difficile immaginare la scena pazzesca quando tutti, a partire dalle agguerrite guardie del corpo di Putin, pensarono che si trattasse del più temerario e clamoroso attentato mai compiuto nella storia. Putin comunque ebbe i pantaloni bruciacchiati, come del resto il Gran Cerimoniere Tony Renis, mentre il vestito della signora Bocelli rischiò la disintegrazione e Silvione afflitto non sapeva come scusarsi.

Il presidente della Federazione la prese sportivamente, l’incidente «non ci rovinò la festa», ha poi ricordato ad Alan Friedman, cui si deve l’ameno e istruttivo resoconto.

Appena possibile, Putin ricambiò l’ospitalità nella sua fiabesca dacia, ovviamente senza razzi. Da grande amico degli animali una volta ebbe il piacere di presentare a Berlusconi un meraviglioso cavallino nano della grandezza di un cocker che gli si mise a scorrazzare fra le gambe; in un’altra visita gli offrì una sontuosa colazione all’aperto a meno trenta gradi regalando al mondo una formidabile fotografia di loro due ridenti e imbacuccati come eschimesi.

Tornati in città, all’insegna del tifo machista, Putin accompagnò il Cavaliere ad assistere a incontri di lotta libera e hockey su ghiaccio. La sera Berlusconi fu segnalato in un locale notturno di Mosca attorniato da belle ragazze. All’entrata l’orchestrina l’aveva salutato al suono di Tu vuo’ fa’ l’americano – e in fondo un po’ era anche così, ma il mondo correva e ogni confine andava perdendosi nel grande disordine globalizzato.

B

Tratto da “B. Una vita troppo”, 2024, Filippo Ceccarelli, Feltrinelli editore, pp. 640, € 28,50

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