Interconnessioni sanitarieLa reazione scatenata dai farmaci introvabili in tempo di pandemia

L’epidemia di Covid ha portato a galla i rapporti tra migrazioni e sanità a livello globale in quello che Mariangela Pira definisce un “Effetto domino” (Chiarelettere) che coinvolge il cambiamento climatico, la fuga di cervelli e la corsa ai vaccini

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Chiunque abbia vissuto in Italia in tempo di pandemia sa che trovare medicinali quali Nurofen, Brufen o qualsiasi altro antinfiammatorio a base di ibuprofene era impossibile. A Milano mi è capitato di girare anche tre farmacie di fila prima di riuscire ad acquistarlo. Le ondate invernali di Covid, infatti, associate all’influenza stagionale, hanno fatto balzare alle stelle il consumo di farmaci antinfiammatori, determinandone la carenza e portando molti quotidiani a pubblicare titoli, come questo del «Corriere della Sera» dell’11 gennaio 2022 –Farmaci introvabili: dal Moment alla Tachipirina (con altri 3200) –, che allargavano lo spettro della carenza a molte altre tipologie di medicinali, tra cui antibiotici e aerosol. Le farmacie e i magazzini degli ospedali hanno rapidamente esaurito le scorte, rendendo complicatissima la prescrizione di medicamenti e cure.

La corsa ai vaccini e alla successiva distribuzione ha reso evidente quanto il mondo sia interconnesso – perché una cosa accaduta in Cina ha avuto conseguenze planetarie – ma ha sottolineato ancora di più quanto sia diseguale.

Abbiamo letteralmente dimenticato una fetta della popolazione, il Sud del mondo. L’Unione europea ha dato la priorità alla vendita delle dosi prodotte in Europa ai paesi ricchi, destinando solo infime percentuali al continente africano. A prevalere è stata ancora una volta la logica del profitto delle case farmaceutiche, con la conseguenza che, mentre in Europa buttavamo vaccini ormai inutilizzabili perché in scadenza, ampie fasce del Sud del mondo ne erano ancora sprovviste. Come se quella parte del pianeta non ci riguardasse.

«Girò la bufala dei migranti che non prendevano il virus» ricorda Eleonora Camilli del Redattore Sociale, la prima agenzia di stampa italiana specializzata nei temi del welfare, della marginalità e dell’esclusione. «Gliene si faceva quasi una colpa».

Il varo del Covax, lo strumento sostenuto dall’Onu che mirava a rendere disponibili due miliardi di dosi di vaccino – 1,3 miliardi delle quali per le economie a basso reddito – entro la fine del 2021, ha in parte migliorato la situazione. Tuttavia, mentre scrivo, esiste ancora un divario significativo tra le donazioni annunciate di vaccini e le consegne effettive portate a segno nei paesi in via di sviluppo.

Per fortuna nel frattempo la pandemia si è evoluta e alcune parti del mondo sono state effettivamente meno colpite, ma la forte disparità tra Nord e Sud resta. Per la carenza di servizi sanitari, nei paesi africani a basso e medio reddito si muore di malattie da noi facilmente curabili o contrastabili con l’igiene o con programmi di prevenzione, come la diarrea, la malnutrizione, il tetano, la polmonite, il morbillo. Per non parlare del divario nel trattamento di malattie come il cancro o la depressione.

Tornando alle interconnessioni, la carenza di medicine contribuisce alle migrazioni? Sì. Ma in Africa il problema è molto più complesso e si lega a tutto ciò che nei paesi in via di sviluppo rende la vita difficile, non solo le carenze sanitarie. Basti pensare alla mancanza di sistemi di trattamento delle acque reflue e dei rifiuti, nonché alla scarsa disponibilità di cibo.

Paola Barretta, coordinatrice di Carta di Roma, associazione nata nel 2011 per attuare il protocollo deontologico per un’informazione corretta sull’immigrazione, lo spiega bene. «La migrazione legata alla questione sanitaria» dice «è di tipo regolare nella maggior parte dei casi, almeno quella proveniente dall’Albania e dai paesi dell’Est. È invece di tipo irregolare nei casi in cui, e il pensiero è rivolto soprattutto al continente africano, è legata all’insicurezza alimentare, dunque ai casi in cui le pessime condizioni di vita hanno evidentemente un impatto sulla salute».

Anche dei flussi, regolari e non, con spostamenti per motivi sanitari ho parlato con Eleonora Camilli, che ha fatto diversi viaggi in Africa descrivendo i paesi d’origine dei migranti e seguendo i corridoi umanitari. «Parliamo poco dei fattori di spinta, delle cause che inducono le persone a lasciare casa loro» mi dice. «Il problema sanitario è uno dei tanti, ma noi in questi anni abbiamo visto arrivare in Europa persone che anche a malincuore hanno dovuto abbandonare la propria terra a causa di conflitti armati, carestie, fame, fattori ambientali. Persone che vivono in contesti dove ci sono stati sconvolgimenti climatici, a partire dalle alluvioni, che rendono impossibile la permanenza».

Pensiamo a chi vive della propria terra e dopo un periodo di siccità o inondazioni non può più coltivarla e si deve spostare. Camilli ha indagato anche il rapporto tra disabilità e migrazione. Il viaggio verso l’Europa presuppone un fisico per poterlo affrontare. «In famiglia si fa una sorta di scommessa» spiega la giornalista «e si fa migrare il soggetto sano, quello che ha più chance di poter arrivare e, una volta dall’altra parte, di mantenere la famiglia». Per questo spesso giungono da noi minori non accompagnati, ragazzini tra i sedici e i diciassette anni, sui quali la famiglia – a volte un villaggio intero – investe, con la speranza che possano un giorno mandare qualcosa a casa.

È un viaggio arduo e complesso: occorre superare diverse frontiere e se una persona ha difficoltà sanitarie è molto difficile che ci riesca. Non a caso le vie legali e sicure (quelli che sentite spesso definire «corridoi umanitari») sono destinate in particolar modo alle persone con problemi sanitari, perché sono quelle che difficilmente arriverebbero in altro modo. «Sono persone che vengono qui per essere curate: hanno tumori, disabilità gravi». precisa Camilli.

Se noi lavorassimo per dare condizioni di vita migliori a questi paesi – dall’acqua potabile all’elettricità, a un sistema fognario, all’eliminazione dei rifiuti – riusciremmo a far crescere una classe produttiva o, per dirla in termini ottocenteschi, una borghesia. Pensiamo al fatto che in Africa ancora circa settecentosettanta milioni di persone non hanno alcun accesso all’energia elettrica e banalmente non possono usare internet, telefonare, studiare.

Persino cucinare può risultare difficile, se non ricorrendo a sistemi talvolta dannosi per la salute. Lo spiega per esempio Carlo Carraro, professore di Economia ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che da sempre si occupa degli impatti economici dei cambiamenti climatici. «Usare vecchi forni a legna nelle abitazioni è pericolosissimo» dice il docente. «Crea condizioni respiratorie particolarmente dannose per la salute. Mirano a risolvere questo problema diversi progetti che hanno lo scopo di portare energia in questi paesi: dalle piccole comunità energetiche basate sul solare al grande progetto della Bill & Melinda Gates Foundation di portare forni e sistemi di cottura sempre basati sulla legna ma molto più efficienti e meno inquinanti».

Il cambiamento climatico anche in questo caso si aggiunge alle criticità che, insieme alla pandemia e alla guerra, hanno aggravato ancora di più la situazione di molti paesi africani. Con la siccità o i repentini eventi torrenziali, l’agricoltura, spiega Carraro, «diventa sempre più difficile, le terre si desertificano, c’è meno disponibilità d’acqua e sono tutte condizioni che implicano la necessità di spostarsi».

Si tratta essenzialmente di migrazioni interne, almeno per ora e – secondo quanto riportano gli esperti – per il prossimo decennio. Ci si sposta da una parte all’altra dell’Africa o tra paesi confinanti. La quantità di persone che si muove a livello intercontinentale è invece limitata e riguarda la fascia media della popolazione. In Italia continuiamo a parlare di «disperati sui barconi», ma a tentare la traversata sono spesso farmacisti e ingegneri, giovani che hanno avuto la possibilità di studiare. «Tant’è che giustamente i tedeschi hanno puntato moltissimo su questo tipo di immigrazione, perché per loro è forza lavoro qualificata, mentre noi non ne siamo capaci» aggiunge il docente.

Chiedo a Carraro perché noi non riusciamo a vedere gli immigrati come una risorsa.
«Sono arrivato alla conclusione che abbiamo una classe dirigente troppo mediocre per affrontare problemi così grandi» è la risposta. «I nostri talenti migliori se ne vanno all’estero o preferiscono lavorare in azienda, in banca, in università pur di non occuparsi di politica». Non siamo poi così appetibili, ricordiamocelo.

Tratto da “Effetto domino: Come il mondo globale influenza le nostre tasche” (Chiarelettere), di Mariangela Pira, pp. 208, 9,99 €

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