Problem solvingCome siamo arrivati alla definizione di permacrisi (e cosa fare per non pensarci)

Le nostre economie dovranno incominciare a studiare modelli nuovi per sopravvivere. Gordon Brown, Mohamed A. El-Erian e Michael Spence nel loro nuovo saggio edito da Egea propongono un cambio di rotta che non ammette alcun ritorno al passato

Natacha Pisarenko/LaPresse

Alla fine del 2022, il dizionario Collins ha annunciato la parola dell’anno. Tra i candidati c’erano quiet quitting, splooting e partygate. Ma era in atto un vibe shift (anche questa espressione era in lizza) geopolitico più grande, ovvero: «permacrisi». La Russia ha invaso l’Ucraina. Le tensioni tra Stati Uniti e Cina sono aumentate. L’inflazione negli Stati Uniti e in tutta Europa ha raggiunto livelli mai visti per decenni. I prezzi dell’energia hanno costretto alcune famiglie a scegliere tra gas e generi alimentari. Le calamità naturali hanno continuato a mietere vittime e devastare i mezzi di sussistenza.

L’incessante scia di distruzione correlata al cambiamento climatico ha aumentato la sua portata con le inondazioni in Pakistan e le ondate di calore in Europa. Sul fiume Elba, nella Repubblica Ceca, la «pietra della fame» risalente a centinaia di anni fa, quella che soleva indicare il limite minimo del livello d’acqua che usava precedere le carestie, ha restituito alla luce un segnale chiaro: «Se mi vedete, piangete». Questi problemi e molti altri non mostrano segni di diminuzione; al contrario, solo di accelerazione. Questo è quanto accade in una permacrisi.

Avete la sensazione di essere in una permacrisi? Pensate per un momento a quanto segue: le notifiche push che arrivano sul vostro telefono portano buone notizie o, in misura maggiore, aggiornamenti negativi e cupi su inflazioni e invasioni? Intorno alla tavola, i vostri familiari e amici appaiono fiduciosi rispetto al loro lavoro o temono che la musica possa fermarsi da un momento all’altro, mandandoli a gambe all’aria? Come chiese Ronald Reagan durante la campagna elettorale per la presidenza nel 1980, «oggi state meglio rispetto a quattro anni fa?». E un anno fa, o sei mesi fa? Vi pare che il mondo stia andando nella giusta direzione? È probabile che proviate un po’ di ansia. Non ci sono sufficienti luci verdi in giro. Troppe sono gialle e lampeggianti o rosse e fisse. Come siamo giunti a questo incrocio pericoloso?

È stato per via di una combinazione di traumi imprevisti, risposte politiche inadeguate, difficoltà di coordinamento e sfortuna. Per essere chiari: non si verificherà una inversione di tendenza in virtù della quale, con il tempo, il mondo si rimetterà in piedi. Al contrario, più a lungo il mondo oscilla sull’orlo del baratro, più aumentano le probabilità che insorgano problemi ancora più gravi. Proprio come nella vita, più a lungo un problema si trascina, più probabile è che peggiori. Lo pneumatico sgonfio della vostra auto non solo aumenterà il tempo di frenata, ma rischia di scoppiare mentre viaggiate ad alta velocità.

C’è una generazione, forse anche due, che ritiene che la relativa stabilità degli ultimi trent’anni fosse normale e che questo recente periodo di instabilità sia, invece, anormale. In realtà è esattamente il contrario. La realtà è che gli ultimi tre decenni hanno costituito una porzione insolita della storia recente, caratterizzata da una rapida crescita delle economie in via di sviluppo, da massicce iniezioni di capacità produttiva e di lavoro e da una relativa stabilità globale, con gli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale. Quindi non basta dire che molte cose stanno cambiando. La nostra mentalità è settata sul vecchio, e fatica ad adattarsi rapidamente alle nuove realtà. Dobbiamo adeguarci e considerare nel loro insieme questi cambiamenti – i cambiamenti e le cause sottostanti che sono arrivati a definire questa permacrisi – e poi fare un passo avanti ideologico, per navigare in questo mondo sempre più complesso.

Se non si agisce con decisione, si rischia di portare oltre il punto di rottura molte delle tensioni che minano vite e mezzi di sussistenza. E le conseguenze andranno ben oltre il danno procurato a questa generazione. Il rischio maggiore è che queste criticità permangano, e che interagiscano in modo problematico tra loro. Se non ci muoviamo rapidamente, l’inazione ci condannerà a un futuro di scarsa crescita, bassa produttività e disuguaglianza incrementale. La promessa di una crescita elevata e inclusiva lascerà il posto a un’orribile combinazione di stagflazione e instabilità finanziaria che finirà con l’aggravare problemi secolari, come il cambiamento climatico, che è già in atto da tempo. Il debito crescerà, facendo aumentare i livelli di povertà e instabilità e gli incidenti finanziari, come la sfilza di fallimenti di banche regionali conosciuta negli Stati Uniti nel marzo 2023, che ha peraltro condotto a una situazione di sofferenza dall’altra parte dell’oceano.

Casi del genere diventeranno sempre più comuni. Inevitabilmente, questo inasprirà le tensioni sociali e politiche. La fiducia nelle istituzioni, sia nazionali che multilaterali, sarà ancora più difficile da ripristinare. Le soluzioni di prima scelta diventeranno impraticabili, con il rischio spiacevole di danni collaterali e conseguenze indesiderabili.

Non è questa la strada che vogliamo percorrere – come famiglie, imprese, Paesi e famiglia di nazioni. E si tratta di una strada che ridurrà la nostra capacità di affrontare crisi sempre più frequenti. Alla base di questi fallimenti ci sono errati approcci alla crescita, alla gestione economica e alla governance che spiegano tutto, dai prezzi elevati del gas ai bassi salari.

Permacrisi

Tratto da “Permacrisi. Un piano per riparare un mondo a pezzi” di Gordon Brown, Mohamed A. El-Erian, Michael Spence, Egea Editore, pp. 316, 29,50€

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