Nemico immaginarioIl fantasma del patriarcato e la guerra ideologica che non fermerà i femminicidi

I dati sulle donne vittime in ambito famigliare/affettivo sono scioccanti. Ma il responsabile della strage continua non è solo il maschilismo, bisognerebbe tenerne conto per arginare il problema

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Trenta di meno. Sono le donne vittime di omicidio in ambito famigliare/affettivo (sul totale di trentaquattro donne uccise, contro settanta uomini) nei primi cinque mesi del 2024, secondo il rapporto del Servizio analisi criminale del ministero dell’Interno (Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Direzione centrale della Polizia criminale) aggiornato al 26 maggio. Una spaventosa contabilità ulteriormente ritoccata, tre giorni dopo, con il ritrovamento della donna scaraventata giù da un cavalcavia dall’ex compagno nel Padovano, e ora (siamo a giugno) aggiornata dall’uomo che a Modena si è presentato ai carabinieri con il cadavere della moglie nel bagaglio del furgone. In (poco fiduciosa) attesa, oltre tutto, di sapere qualcosa di un’altra donna scomparsa tre mesi fa a Susa.

Che ne è stato, nel frattempo, dei bellicosi cortei femministi («Siamo il grido altissimo e feroce / di tutte quelle donne che più non hanno voce») che alla fine dell’anno scorso, sull’onda emotiva degli ultimi fatti di cronaca, percorrevano le strade scandendo “Non una di meno”? Sopravanzati da nuove urgenze mobilitanti, con la scontata eccezione dell’8 marzo, non se ne è più saputo nulla. Ma, soprattutto, che sorte hanno avuto?

Intendiamoci, se tanta (transitoria) mobilitazione fosse servita a salvare anche una sola vita femminile, ne sarebbe valsa la pena. Le trentuno vittime dei primi cinque mesi sono meno delle quaranta registrate nello stesso arco di tempo del 2023, con una flessione del 22,5 per cento, più o meno in linea con quella degli omicidi volontari globali nel periodo (allora 138, quest’anno 104: meno venticinque per cento). La proiezione – se ha un senso azzardare delle previsioni – darebbe quindi, alla fine del 2024, un totale di circa settantacinque delitti di questa natura: in significativo calo rispetto agli anni precedenti (novantasette nel 2023 e 2022, novantotto nel 2021 e 2020, novantaquattro nel 2019), ma sempre indiscutibilmente tanti, troppi – già uno solo sarebbe troppo.

Può darsi che il miglioramento sia (anche) un effetto della sensibilizzazione seguita all’omicidio della ventiduenne Giulia Cecchettin, lo scorso novembre; ma siamo sicuri che l’effetto perdurerà quando si sarà spenta l’eco di quell’efferato delitto?

Il sospetto è che la doverosa battaglia per debellare il fenomeno dei femminicidi abbia scelto l’obiettivo sbagliato, e che l’abbia scelto a causa dell’irresistibile tendenza a ideologizzare anziché guardare alla realtà. Si è dichiarata la guerra al “patriarcato”. Le piazze si sono riempite di cartelli e di slogan, in un tambureggiante contagioso autoconvincimento collettivo: «Il maschio violento [variante: lo stupratore] non è malato, è figlio sano del patriarcato», «La nonna partigiana ce lo ha insegnato, il vero nemico è il patriarcato», «Ma che diffamazione, ma che reato, la lotta delle donne distrugge il patriarcato», «Come sono lo decido io, violenza e patriarcato ti diciamo addio», «Abortisci il patriarcato», «Interruzione volontaria di patriarcato», «Il vero criminale il sistema patriarcale» e così via esecrando. Sui muri, più sintetiche, sono fiorite anche le scritte in inglese, perché la guerra, s’intende, si combatte in tutto il mondo libero e maschilista: «Burn the patriarchy», «Smash the patriarchy».

Ma – a parte la considerazione che il patriarcato, nel suo effettivo significato storico, è quel sistema sociale in cui c’è una figura (il pater) che esercita la provvidenziale funzione di assicurare la protezione e il sostentamento della comunità famigliare – anche accogliendo la connotazione degenerativa invalsa in seguito, quale imposizione di una autorità maschile brutale e sopraffattrice, si può seriamente sostenere che questo anacronistico residuato di tempi andati esista ancora nell’Italia d’oggi, nell’Occidente d’oggi? È possibile additarne dei casi reali – se non, beninteso, in qualche contesto marginale socialmente e moralmente degradato, o all’interno di certe (non tutte e non in tutte) comunità immigrate che qualcuno, qui da noi, vagheggia come portatrici di sani valori rigenerativi?

Nella realtà che abbiamo intorno a noi questo vituperevole patriarcato non esiste, è un classico esempio di baconiano idolum fori che sorge e si incrementa nell’uso intemperante del linguaggio.

Un fantasma che inquieta la ragione sonnacchiosa, ma non svanisce al risveglio, anche perché non sembra esserci risveglio. Esiste invece, ancora e indubbiamente, un maschilismo che discrimina, sfavorisce, prevarica, si spinge alla molestia, e comunque in vario modo ostacola la piena affermazione della parità femminile: e sono queste tenaci persistenze che andrebbero contrastate, anziché sfornare astrazioni che, nella loro impalpabile genericità, si frappongono alla possibilità di affrontare concretamente i problemi reali.

Ma quand’anche fosse – ammettiamo pure l’accezione peggiorativa, estensiva e impropria ma imperante, della parola patriarcato – vogliamo riconoscere che dalla discriminazione, prevaricazione eccetera al femminicidio c’è una non irrilevante soluzione di continuità? Altrimenti i femminicidi non si ci conterebbero a decine ma a decine o centinaia di migliaia (secondo i dati Istat il 31,5 per cento delle donne in Italia ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, le forme più gravi per opera di partner o ex partner, parenti o amici).

No, non è il maschilismo, o patriarcato che equivocar si voglia, il responsabile della strage continua.

Filippo Turetta, l’assassino di Giulia Cecchettin, era forse cresciuto in un contesto patriarcale? Era un maschio alfa sopraffattore e dispotico che soggiogava la fidanzata dall’alto del suo potere fallocratico? No, era (è) un ragazzo insicuro, irrisolto, con un percorso universitario fallimentare: sostanzialmente un debole, frustrato e umiliato nel confronto con la ragazza più brava di lui. E come tutti i deboli, quando reagiscono, incapace di controllare i propri istinti violenti.

È a questa atavica inclinazione che si dovrebbe guardare come alla causa prima del male: diffusa in omnis, constans, sempiterna (come la legge naturale descritta da Cicerone), la violenza si annida nel maschilismo/patriarcato ma non solo, in certi luoghi e in certi momenti e in certi individui più che in altri, e negli uomini più che nelle donne, certo, almeno sul piano della violenza fisica. E quando si scende sul terreno della violenza fisica, l’uomo che è più forte naturalmente prevale. Non in quanto maschio o maschio maschilista o patriarcale: semplicemente perché è fisicamente più forte.

Del resto, che la violenza maschile non faccia differenze ma si eserciti equanimemente su entrambi i generi è dimostrato dalle statistiche: secondo i dati Istat relativi al 2022, sul totale degli omicidi di cui si era scoperto l’autore, l’omicida è stato un uomo nel 92,7 per cento delle vittime femminili ma anche nel 94,4 di quelle maschili.

Vogliamo per questo colpevolizzare indiscriminatamente l’intero genere, come pure è accaduto, inscenando una artificiale contrapposizione dei sessi che ci vorrebbe il graffio satirico di Aristofane per rappresentare al meglio, e che nei giorni successivi all’omicidio Cecchettin ha posto l’universo maschio di fronte alla surreale intimazione (storditamente accolta da molti, al solito i più miti e impressionabili) di assumersi la responsabilità collettiva per l’accaduto? Non avrebbe senso, e non servirebbe a nulla.

Intanto perché (fortunatamente) non tutti i maschi sono violenti, e la violenza non è una caratteristica soltanto maschile – anche se nei maschi, per le ragioni anzidette, più facilmente arriva a conseguenze estreme.

Per fare un solo esempio, il procuratore capo di Tivoli, Francesco Menditto, ha riferito sere fa in televisione di aver ricevuto in un anno milleduecento denunce di violenze subite da donne a opera di uomini ma altresì cinquanta subite da uomini a opera di donne: una sproporzione eloquente – anche se, va aggiunto, gli uomini, per comprensibile vergogna, più raramente arrivano a denunciare, e la violenza femminile si esercita spesso in forme diverse non meno psicologicamente crudeli – ma una prova che la tendenza è comune, e la maggiore o minore misura dipende forse anche dai mezzi a disposizione per esercitarla. In ogni caso non è concentrandosi unicamente sul contagiato che si cura il contagio.

La violenza è nel dna del genere umano, inutile girarci intorno, lo sappiamo dai tempi di Adamo ed Eva. E oggi l’esempio, la suggestione, il richiamo della violenza sono ovunque: dalle risse in discoteca che finiscono in spedizioni punitive, ai pestaggi tra estremisti politici rivali, alle battaglie intorno agli stadi, alle manifestazioni che cercano (e trovano) lo scontro fisico con le forze dell’ordine, ai pacifici cittadini che al volante diventano spietati giustizieri, ai ciclisti trasformati in bounty killer degli automobilisti che accostano per un attimo sulle piste ciclabili. Senza contare la violenza su larga scala delle guerre, che ci raccontano ogni giorno notizie di devastazioni e decine e centinaia di morti recepite come se fosse una cosa normale. E la violenza simulata di certi videogiochi dove i nemici si ammazzano a blocchi interi con febbrile entusiasmo a colpi di mouse.

E la violenza verbale, sempre più esagerata e non di rado foriera di quella fisica.

C’è da stupirsi se una parte di questa violenza diventa omicidio e una parte di questa parte femminicidio? Facciamo qualcosa per arginare il diuturno contagio? Altro che farneticare di “educazione sentimentale” nelle scuole: realisticamente, qualcuno crede che servirebbe a qualcosa? Non di più che leggere l’omonimo romanzo di Flaubert, che almeno lascerebbe il ricordo di un capolavoro.

Ma contrastare la naturale inclinazione alla violenza non è facile, richiede un’attenzione e un impegno su più fronti, anche sul lessico, e soprattutto non può accontentarsi di identificare un nemico sul quale sbrigativamente concentrare la crociata. Molto più comodo e in fondo autoassolutorio resuscitare dall’oltretomba il fantasma del patriarcato, per attribuirgli ogni colpa: così ci si scarica la coscienza, non si fa nulla ma ci si convince di aver lottato e tutto può tranquillamente continuare come prima. Perché perdendo tempo con i fantasmi non si incide sulla realtà.

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