Ne vale la pennaStudiare all’università, anche solo tre anni, conviene sempre di più

I dati di Almalaurea sono chiari: dopo il titolo universitario, sono sempre di più i posti a tempo indeterminato e i salari alti. La sfida sarà fare in modo che questo trend non aumenti le disuguaglianze

Marco Ottico/ LaPresse

Laurearsi conviene. Conveniva prima e conviene ancora di più adesso. Certo, chi esce dalla Sapienza, dall’università di Bologna o anche dalla Bocconi difficilmente potrà sognare di avere i guadagni di chi ha frequentato l’Ivy League americana. Tuttavia se il dubbio è tra frequentare o meno una facoltà e fermarsi al diploma, non c’è storia, i dati di Almalaurea nonché svariate altre statistiche sono molto chiari, al di là di tutta la narrazione contraria, del lamentismo tipicamente italiano che ovviamente investe anche questo ambito.

Ma lo fa a sproposito. Il dato più emblematico è quello che riguarda la proporzione di coloro che hanno ottenuto, dopo il titolo universitario, posti a tempo indeterminato. Tra il 2018 e il 2023 sono aumentati nettamente. L’incremento più importante è quello dei laureati di secondo livello a cinque anni dalla fine degli studi: ad avere un contratto permanente l’anno scorso era il 72,7 per cento di essi, ben il 14,2 per cento in più di cinque anni prima. Si è allargato anche il divario tra questi ultimi e coloro che si sono fermati al primo triennio, per questi l’aumento della percentuale di chi gode di un lavoro a tempo indeterminato è stato del 4,8 per cento, ma si tratta pur sempre di una salita.

A un anno dalla laurea, invece, il posto fisso è sempre stato più raro, ma oggi un po’ meno di ieri. Nel 2023 lo ha raggiunto dopo dodici mesi il 26,5 per cento di coloro che hanno conseguito un titolo di secondo livello, il 7,8 per cento più che nel 2018, e il 34,9 per cento di coloro che hanno scelto di rimanere tre anni all’università. In questo caso l’aumento è di ben il 12,4 per cento.

Almalaurea

Il dato, apparentemente controintuitivo è dovuto al fatto che chi si è laureato dopo cinque anni di studi a volte intraprende la strada della ricerca e diventa un dottorando, come è accaduto nell’8,8 per cento dei casi l’anno scorso. Ma non è solo questo, è anche più alta la percentuale di quanti vengono assunti in apprendistato e fanno uno stage, magari in una grande impresa. Un laureato di secondo livello su quattro contro il 17,5 per cento di quelli di primo livello lo ha fatto nei dodici mesi successivi al conseguimento del titolo.

Il messaggio fondamentale, però, è che un netto miglioramento c’è anche per chi si è fermato dopo tre anni di università. Tra questi, tra l’altro, sono diminuiti coloro che sono stati costretti ad accettare un posto a tempo determinato, passando dal trentatré per cento del 2018 al trenta per cento del 2023, oppure i contratti atipici, come quelli in somministrazione, scesi dal 9,4 al 5,9 per cento.

Almalaurea

È vero, i lavoratori precari sono diminuiti in generale, tra i giovani fra i venticinque e i trentaquattro anni quanti hanno un contratto a termine sono scesi dal 29,1 al 25,2 per cento. Ma basta guardare ai laureati di questa età, ovvero a coloro che sono da un quinquennio al lavoro, ed è evidente come nel loro caso i numeri siano ancora più bassi e, soprattutto, siano diminuiti più in fretta, dimezzandosi se parliamo di quelli di secondo livello. Se poi consideriamo tutti gli occupati, di qualsiasi età oltre che con qualsiasi titolo di studio, si vede come i progressi siano in media più lenti. Le assunzioni a tempo indeterminato o le trasformazioni da tempo determinato a indeterminato sono cresciute, ma in proporzione sul totale sono rimaste all’incirca le stesse, e il calo dei contratti a termine è stato solo di pochi decimali.

Inps e Istat

È quasi solo tra chi ha fatto l’università che le cose sono andate bene. E non solo dal punto di vista contrattuale. Per tutti l’occupazione non è migliorata solo dal punto di vista qualitativo, ma anche quantitativo: la percentuale di chi ha un posto è salita in dieci anni di circa quattro-dieci punti, nonostante si partisse già da livelli superiori alla media, quindi è cresciuta anche più del tasso di occupazione dei coetanei diplomati, che è aumentato di circa il cinque per cento. Nel caso dei laureati di primo livello a cinque anni dal titolo sono stati persino superati i numeri precedenti alla crisi del 2008-09.

Almalaurea

Ma il dato cruciale è quello che riguarda i salari. Secondo l’Ocse dopo l’inflazione del 2022 e del 2023 in Italia in termini reali sono scesi al di sotto del livello dei decenni precedenti e certamente al di sotto di quelli del 2018 e 2019, prima del Covid. Nel caso dei laureati no. Certo, sono diminuiti fra 2021 e 2023, tra il tre e il sei per cento, ma sono rimasti al di sopra di quelli del periodo pre-pandemia, e non di pochissimo, l’anno scorso erano del 3,5-6,1 per cento più alti che allora. Chi aveva conseguito un titolo di secondo livello da cinque anni prendeva millesettecentosessantotto euro netti, decisamente più della media italiana.

Almalaurea

Anche in questo caso è notevole il fatto che il miglioramento di medio periodo più importante sia quello messo a segno da chi ha frequentato l’università da tre anni e lavora da uno, ovvero coloro che in teoria sarebbero i più svantaggiati. Sono loro quelli che hanno visto l’aumento reale degli stipendi più importante, +6,13 per cento dal 2018, associato a uno notevole, del 12,4 per cento, della quota di lavoratori a tempo indeterminato.

 

Almalaurea

Studiare conviene, anche poco tempo, e conviene da subito. Riuscirà a passare questo messaggio? Ci sono molte barriere che si frappongono, molte attengono più al campo della percezione e a quello culturale, è difficile fare capire a molti che è possibile avere salari più soddisfacenti aspettando anche solo pochi anni dopo il diploma. Non sorprende che sia più facile per chi è figlio di laureati. Chi completa l’università nel 45,7 per cento dei casi ha un padre o una madre o entrambi che hanno fatto lo stesso, e questa percentuale è salita del 12,4 per cento in quindici anni. Tra coloro che possono permettersi di studiare a tempo pieno senza lavorare, poi, si tratta del 52,4 per cento.

Almalaurea

Gli ultimi anni di ripresa dalla crisi pandemica hanno avuto finalmente come protagonisti i ventenni e i trentenni, sono loro ad avere goduto di più dell’incremento dell’occupazione, anche per motivi demografici. E tra essi a cavarsela meglio sono stati i laureati, i più richiesti, coloro che riescono a strappare i maggiori aumenti salariali. La sfida sarà fare in modo che questo trend non aumenti le disuguaglianze, visto che parliamo di giovani che dalla nascita mediamente sono nella metà più ricca del Paese. L’unico modo sarà convincere i figli della metà più povera a varcare la soglia delle aule universitarie, con borse, agevolazioni, ma anche, dovremmo dirlo, con una narrazione diversa.

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