Capitalista filantropoQuando l’economia ha iniziato a influenzare (un po’ troppo) la politica

In “Profitto’’ (Il Saggiatore), William Magnuson ripercorre la nascita delle società per azioni e lo sviluppo di un nuovo sistema di produzione, raccontandoci l’ambiguità tra intenti solidali e spietato desiderio di guadagno

AP

Lo sviluppo della società per azioni aprì la strada alla nascita di una figura interamente nuova: il capitalista. I ricchi erano sempre esistiti, ma la società per azioni offriva ai ricchi un nuovo modo per arricchirsi ancora di più: invece di accumulare le loro fortune o spenderle in prodotti di lusso e dissolutezze, potevano investirle in un’azienda; da azionisti, potevano starsene seduti e guardare i loro investimenti crescere di giorno in giorno, e tutto grazie alla fatica di altri, senza quasi nessun contributo da parte loro. Fu un cambiamento epocale nella natura dell’attività commerciale. Con l’avvento di una nuova classe capitalistica che deteneva azioni di società commerciali senza avere nessun ruolo nella loro gestione, emerse una forza nuova e potente all’interno dell’economia, dotata di una sua logica e di suoi metodi specifici. I capitalisti, si scoprì, spesso prestavano attenzione più ai dividendi e ai prezzi delle azioni che ai salari o alla prosperità dell’impresa nel lungo periodo. Questo non sempre era un bene per le aziende in cui investivano. Senza contare che apriva spazi per un nuovo tipo di frode: manipolando i prezzi dei titoli azionari, i capitalisti potevano ammassare ricchezze semplicemente modificando la percezione delle altre persone sul valore delle società in cui avevano investito. Un famoso azionista della Compagnia delle Indie Orientali, Sir Josiah Child, è passato alla storia per la sua abitudine di diffondere voci infondate su guerre in India, facendo precipitare il prezzo delle azioni della compagnia e procedendo poi a farne incetta per pochi soldi. Sono metodi che da secoli seminano lo scompiglio nei mercati azionari e nelle tasche degli investitori meno accorti.

Ma l’ascesa di questo sistema capitalistico è stata un bene o un male? Per Adam Smith è stata la cosa migliore che potesse capitare. Nella Ricchezza delle nazioni, è famosa la sua tesi sull’esistenza di una «mano invisibile» che sovrintende al mercato, facendo in modo che individui egoisti, agendo unicamente per il proprio interesse, finiscano per promuovere il bene più generale della società tutta. In che modo, esattamente, questa mano invisibile svolga il proprio compito non è chiaro, ma generalmente implica una qualche combinazione di offerta e domanda: combattendosi fra loro per soddisfare le richieste dei consumatori, le aziende forniscono i beni e i servizi di cui la società ha bisogno a una qualità elevata e a un prezzo ragionevole. L’idea della mano invisibile del capitalismo da allora ha gettato salde radici nell’immaginazione di economisti, politici e manager di tutto il mondo, insinuandosi in programmi elettorali, politiche pubbliche e rapporti di istituti di ricerca. Ne sentiamo gli echi tutti i giorni: «Lasciamo che siano i mercati a risolvere il problema», «Abbiamo bisogno di un approccio fondato sul mercato», «Questa cosa va privatizzata». È la visione che ha portato l’economista Milton Friedman a concludere che «un’impresa ha una e una sola responsabilità sociale: avvalersi delle proprie risorse e svolgere attività miranti ad accrescere i suoi profitti, a patto, ovviamente, di rispettare le regole del gioco». Poche teorie economiche hanno avuto un impatto così straordinario sul mondo.

Sull’altro versante, sono stati in molti ad avanzare dubbi sulla benevolenza o l’esistenza stessa di questa mano invisibile. Sono centinaia di anni che la gente punta il dito contro le grandi aziende. Le accuse, ormai, sono note: la loro insaziabile fame di profitti le spinge a sfruttare i lavoratori, il loro bisogno di rifornirsi di materie prime le induce a devastare l’ambiente, i loro metodi subdoli danneggiano i consumatori e spingono in alto i prezzi. L’elenco dei cattivi comportamenti delle corporation potrebbe andare avanti e fornisce materiale in abbondanza ai loro detrattori. Thomas Jefferson scrisse che sperava di riuscire a «schiacciare nella culla l’aristocrazia delle nostre ricche aziende, che già ardiscono sfidare il governo a una prova di forza e mettere in discussione le leggi del loro paese». Karl Marx scriveva che la società per azioni era «una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni». Le invettive contro singoli esponenti di questa forma aziendale spesso sono state ancora più colorite. Edmund Burke, scrivendo della Compagnia delle Indie orientali, concludeva che «questa dannata compagnia, come una serpe, porterà alla distruzione il paese che la nutrì al suo seno». In tempi più recenti, il giornalista Matt Taibbi ha descritto la Goldman Sachs come un «grande calamaro vampiro avviluppato intorno al viso dell’umanità, che risucchia senza posa tutto ciò che odora di denaro».

Ma l’accusa più ricorrente e devastante che viene mossa alle grandi imprese probabilmente è quella di usare i loro profitti per minare alla base le stesse istituzioni democratiche: corrompono i politici per ottenere appalti, assoldano lobbisti per distorcere l’opinione pubblica, finanziano le campagne elettorali per avere in cambio leggi gradite. Teddy Roosevelt fu il più eloquente al riguardo. Parlando nel 1910 al John Brown Memorial Park di Osawatomie, in Kansas, annunciò una «cura di onestà», per liberare il governo del paese dalla «sinistra influenza o il controllo di interessi particolari». Per Roosevelt, non era un segreto chi fosse a esercitare tale sinistra influenza:

I soldi che le aziende spendono a fini politici […] rappresentano una delle maggiori fonti di corruzione nella nostra vita politica […] Il vero amico della proprietà, il conservatore autentico, è fermamente convinto che la proprietà debba essere al servizio della repubblica, non controllarla; è fermamente convinto che quello che l’uomo crea debba essere al servizio dell’uomo, non controllarlo. I cittadini degli Stati Uniti devono stabilire un controllo reale sulle potenti forze commerciali che hanno generato.

Theodore Roosevelt non fu né il primo né l’ultimo leader a esprimere preoccupazione per l’influenza che le grandi imprese erano arrivate a detenere sulle autorità pubbliche. William Shakespeare lo disse in modo più diretto nel Re Lear: «Ricopri il peccato con una lamina d’oro e la forte lancia della giustizia si spezza innocua: armalo di stracci, la paglia di un pigmeo lo trafigge».

Che le grandi aziende siano protagoniste di primo piano della scena politica in sé non ha nulla di strano. Un governo democratico riflette la società che rappresenta, i suoi interessi, le sue preferenze, le sue ambizioni, e se le grandi aziende diventano un elemento sempre più fondamentale della società è inevitabile che i loro interessi acquisiscano un peso maggiore nell’arena politica. Ci sarebbe più da stupirsi, al contrario, se i governi non modificassero le loro politiche per venire incontro agli interessi dei giganti nazionali. Ma l’interrogativo più pressante, oggi, non è se le grandi aziende abbiano cambiato la democrazia (è ovvio che sì), ma quanto l’hanno cambiata, e in che modi. E per molti osservatori, fra cui un numero sorprendentemente elevato di persone che all’interno delle grandi aziende ci lavorano e sono testimoni oculari del potere implacabile delle entità che dirigono, le risposte sono decisamente negative: un’istituzione che originariamente fu creata per rendere più forte e più ricco lo Stato ha finito per prenderne il controllo e impoverirlo.

 

 

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