Cordone ombelicale La Russia non vuole ancora rinunciare alla Siria

Anche dopo la caduta di Assad, Mosca è agganciata al territorio per la sua posizione nel Mediterraneo orientale. Vuole conservare un punto d’appoggio stabile in una regione decisiva per gli equilibri regionali

AP/Lapresse

La Russia non è intenzionata a lasciare la Siria al proprio destino, né tantomeno a rinunciare ai vantaggi strategici costruiti in anni di presenza militare. La ripresa dei rifornimenti alla base aerea di Khmeimim, nel nord-ovest della Siria, attraverso il porto di Tartus, con una nave cargo russa arrivata dopo il crollo del regime di Bashar al-Assad, indica piuttosto il contrario: Mosca sta cercando di consolidare la propria posizione nel Mediterraneo orientale anche in una fase politica completamente nuova. Secondo quanto riportato da The Beiruter, la nave mercantile Sparta è partita da San Pietroburgo a marzo ed è arrivata nel porto siriano di Tartus a maggio, scortata per buona parte del viaggio da unità della marina russa. Il carico, stando alle fonti citate, sarebbe stato destinato alla base aerea di Khmeimim, la principale installazione militare di Mosca in Siria. Il dato più rilevante non è solo logistico, ma politico: mostra che la Russia continua ad avere accesso alle proprie infrastrutture nel Paese e che intende difenderle anche dopo la caduta del vecchio regime.

Insomma, quello russo è un tentativo di ribadire che la sua presenza in Siria non dipende più soltanto dall’alleanza con gli Assad, ma da un interesse strategico più ampio e strutturale. Mosca vuole conservare un punto d’appoggio stabile in una regione decisiva per gli equilibri tra Mediterraneo, Medio Oriente e Nord Africa, mantenendo attive basi, rotte e capacità operative.

Khmeimim e Tartus sono i due pilastri di questa strategia. La prima è il centro delle operazioni aeree russe nel quadrante mediorientale. La seconda è l’unico sbocco navale sul Mediterraneo, essenziale per la proiezione marittima russa. Insieme rappresentano una leva geopolitica: la perdita anche di uno solo di questi asset ridimensionerebbe in modo significativo l’influenza di Mosca nell’area.

Dopo la caduta di Assad era prevedibile un rapido indebolimento della presenza russa in Siria. Ma l’erba cattiva non muore mai. Nemmeno nel deserto. La nuova leadership di Damasco proviene da formazioni che in passato avevano combattuto sia il governo siriano sia le forze russe. Sembrava probabile una rottura. Invece si sta consolidando una convivenza pragmatica. Damasco mantiene i canali aperti con il Cremlino per ragioni economiche e di stabilità, mentre la Russia evita di perdere un’infrastruttura costruita in anni di investimenti. Per Mosca il calcolo è diretto: restare significa preservare una capacità operativa reale, non simbolica. La ripresa dei rifornimenti dimostra che il dispositivo militare in Siria continua a funzionare e che la presenza russa non si è ridotta a un livello superficiale.

Il sito d’informazione libanese, orientato a un giornalismo fact-based e a una narrazione strutturata, prosegue la sua analisi, evidenziando la dimensione regionale della questione, perché le basi militari consentono a Mosca di proiettare influenza dal Levante fino al Nord Africa, in una fase in cui il Cremlino cerca di mantenere attivi più fronti geopolitici. Per Stati Uniti e alleati il segnale è chiaro: la fine di Assad non ha determinato l’uscita della Russia dal teatro siriano. Mosca ha adattato la propria strategia senza rinunciare agli obiettivi principali, rendendo più complesso il quadro regionale. Mosca sta trasformando la propria presenza da sostegno a un singolo regime a relazione più ampia con lo Stato siriano e punta a rimanere un attore stabile nel Mediterraneo orientale anche nel dopo-Assad. Il messaggio del Cremlino: da lì non si arretra.

Restano molte incognite, visto che stiamo parlando di Siria, un contesto magmatico; quindi, non è detto che gli attuali equilibri con il Cremlino reggano nel tempo. Un cambio di leadership e/o vibranti pressioni internazionali potrebbero modificare gli accordi. Soprattutto se le pressioni internazionali arrivano da qualche dottor Stranopresidente che ha imparato a non preoccuparsi e ad amare la bomba.

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