La battaglia dei bigliettiL’autonomia di Milano fa paura: ecco perché Salvini la vuole uccidere in culla

Una legge di bilancio punitiva nei confronti dei grandi comuni settentrionali. Il cambio di strategia sull’aumento dei biglietti Atm, che rompe (da Roma) il patto tra Milano e la Lombardia. L’autonomismo leghista ormai è solo uno slogan. Per Salvini l’obiettivo è conquistare Palazzo Marino

Il 24 luglio scorso, sotto il sole splendente estivo, il Consiglio Comunale di Milano approvava all’unanimità, al termine di una bella ed ampia discussione, una mozione con la quale invitava il sindaco Sala “ad esperire,congiuntamente con la Regione Lombardia, la possibilità concreta di un negoziato con il Governo sulle competenze e sugli equilibri istituzionali” ricollegandosi direttamente alla iniziativa già in essere della Regione Lombardia ex art 116 della Costituzione. Seguiva elenco dettagliato dei possibili obiettivi comuni, dalla gestione delle risorse comunali alla semplificazione procedurale ed istituzionale.

Si era inaugurata, allora, una stagione di collaborazione istituzionale tra enti a maggioranza diversa e rovesciata, sulla scia dell’esperienza istituzionale di Expo, che ha portato alcuni risultati molto visibili e concreti, quali la candidatura di Milano e Cortina per i Giochi invernali, il varo ed il finanziamento del prolungamento della metropolitana da Sesto a Monza ed all’avvio di diversi tavoli di discussione e progetto sul trasporto pubblico, sulla gestione delle case popolari, dei progetti post expo, delle università.

Meno di sei mesi dopo, il 1 febbraio, sotto una delle ormai rare nevicate milanesi, il sindaco Sala con un articolo sulla stampa cittadina, immediatamente sottoscritto da un centinaio di sindaci lombardi, rendeva esplicita la rottura clamorosa del “patto di luglio”, individuando nell’autonomia regionale che si sta delineando non più una opportunità di crescita della rappresentatività del territorio, ma solo uno spostamento del centralismo, rafforzato su scala regionale in funzione anti città metropolitana e comune di Milano.

Non è difficile capire cosa sia successo: i partiti “nazionali” al Governo o nei pressi, Lega per Salvini, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle, che vedono come il fumo negli occhi qualsiasi rafforzamento della rappresentatività politica ed istituzionale della Lombardia e di Milano, al fine di stroncare sul nascere una pericolosa novità politica passante da un nuovo ordinamento istituzionale di fatto, hanno usato le leve del diritto e delle formalità spagnolesche per riattizzare un clima di rissa fra partiti in funzione elettorale.

Lo hanno fatto costruendo da un lato una finanziaria totalmente “punitiva” nei confronti dei grandi Comuni, che non sono governati dalla Lega, trasferendo nelle mani delle Regioni risorse e poteri da esercitare come signoria feudale; dall’altro utilizzando i “peones”, consiglieri comunali e regionali del centrodestra, che hanno spinto la maggioranza consiliare regionale di fatto a sconfessare l’operato della sua stessa Giunta sul tema della tariffa integrata metropolitana e aumento della tariffa urbana del trasporto pubblico, un progetto sul quale Comune e Regione lavoravano assieme da mesi e per di più è opera dell’ Agenzia del trasporto pubblico locale regionale!

Non è difficile capire cosa sia successo: i partiti “nazionali” al Governo che vedono come il fumo negli occhi qualsiasi rafforzamento della rappresentatività politica ed istituzionale della Lombardia e di Milano hanno usato le leve del diritto e delle formalità spagnolesche per riattizzare un clima di rissa fra partiti in funzione elettorale

L’ingresso in campo del ministro Salvini, dall’alto della sua competenza specifica derivante da quasi trenta anni di consiglio comunale milanese con punte di assenteismo oltre il 95% ed un numero di interventi totali che non arrivano a dieci in dieci anni, ha definitivamente messo nell’angolo gli amministratori leghisti locali ed il presidente Fontana, rinviando ogni loro velleità al post elezioni europee. Un nuovo fallimento, quindi, dopo quelli condotti a parti rovesciate e con il governo a guida Pd: il governatore Fontana non ha potuto o saputo, nel confronto virtuale con il suo referente nazionale, fare meglio dei sindaci democratici o di sinistra civica nei confronti dell’ipercentralista governo Renzi.

Si verifica ancora una volta l’impossibilità di avere un rapporto utile e duraturo fra territori e centro nazionale all’interno di una stessa formazione politica guidata dal principio della subordinazione gerarchica dei territori al centro romano ( tale è ormai a tutti gli effetti la Lega di Salvini ). La differenza fra chi vede l’autonomia come una modifica del regionalismo,un sistema di distribuzione del potere fra venti regioni di dimensioni fra loro diversissime e chi, come chi scrive, intende l’autonomia come la nuova organizzazione istituzionale e funzionale di un territorio omogeneo e quindi di non più di cinque nuove grandi Macroregioni, non può più essere annullata in partiti e movimenti di questo tipo.

Lo storico dilemma su Milano-città Regione, per parlare di un tema di nuovo all’ordine del giorno, non ha trovato e non troverà soluzione nei palazzi romani, ma, come è stato anche in un recente passato, dovrà trovarlo nelle brughiere che circondano Malpensa, sul cantiere di Arexpo, lungo le rive del Seveso inquinato e irrequieto: in una parola, nel pragmatismo milanese e lombardo applicato alla politica ed ai progetti sul campo e non sulla carta .

Alleanza civica per il Nord nasce per rispondere alla domanda inevasa di formazioni politiche in grado di discutere e rendere conto ai cittadini ed alle istituzioni del territorio delle scelte, senza rifugiarsi o essere tifoseria in un ormai sterile conflitto fra burocrazie ovunque esse si trovino. La speranza è ovviamente quella innescare un cambiamento positivo orientato in tal senso in tutte le parti politiche, centrosinistra in primis, spingendoli a “resistere” alla facile tentazione di schierarsi a difesa di interessi e clientele che si nascondono, vecchie fra vecchi schemi, dietro le chiamate “nazionali” o pelosamente “solidali” di chi paventa il cambiamento come “disastro peggiore del disastro attuale”, senza peraltro fornire nulla di diverso dalle politiche fallimentari del passato. L’autonomia territoriale e federale, per essere un obiettivo credibile, oltre al potere fiscale e decisionale, ha bisogno di partiti, movimenti, esponenti politici che siano, come diceva un fortunato slogan della defunta Lega Nord, “padroni a casa (politica) propria” e non di Presidenti, assessori e consiglieri con l’auricolare fisso su una emittente romana. Anche se parla con accento della Bovisa.

*Presidente di Alleanza Civica per il Nord

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L’intervistaRoberto Saviano: “La legalizzazione delle droghe leggere è il vero incubo della criminalità organizzata”

Lo scrittore lancia il suo appello: “Accadrà in Italia? Non sono ottimista. Eppure sarebbe un modo perfetto per tagliare una fonte di ricavo alla criminalità organizzata a vantaggio dello Stato”

Questa intervista a Roberto Saviano è stata pubblicata sul numero di gennaio di BeLeaf Magazine, una delle più influenti riviste del settore della cannabis e del mondo green in Italia, distribuita in tutti i growshop della Penisola, in centinaia di punti associazioni, circoli, negozi specializzati ed enti locali.

Recentemente in un’intervista che Lei ha realizzato con Felice Maniero per Kings of Crime, l’ex boss del Brenta ha spiegato che la legalizzazione delle droghe leggere è il vero incubo della criminalità organizzata. Esiste uno spot migliore per questa battaglia e perché, se è così “semplice”, non si persegue questa strada?
Non è affatto semplice. E non lo è perché non esiste, a oggi, un tavolo di discussione in Italia sull’argomento. Anche le recente iniziativa del senatore grillino Matteo Mantero, che ha depositato in Senato un disegno di legge per legalizzare la coltivazione, la lavorazione e la vendita della cannabis e dei suoi derivati, è stata subito bloccata dall’alleato leghista perché la materia non è presente nel contratto di governo. Nonostante, negli anni scorsi, le relazioni annuali della Direzione nazionale antimafia avessero espresso una certa apertura nei confronti della legalizzazione – appurato, una volta per tutte, il fallimento delle politiche proibizioniste – di legalizzazione e di droghe si occupano in pochi e questi pochi non trovano ascolto presso le istituzioni. Un grido d’allarme c’è, ma resta sotto traccia, e riguarda l’eroina che è tornata ad avere una diffusione capillare, anche perché una dose arriva a costare anche 4 euro. Non esiste più alcuna informazione sul tema. Chiunque si trovi a parlare di eroina e tossicodipendenza, se dirà il vero, e cioè che oggi siamo in una situazione di emergenza paragonabile a quella che il nostro Paese ha vissuto negli anni Ottanta e Novanta, stenterà a essere creduto. I tossicodipendenti vengono trattati come criminali e spesso non trovano accoglienza nelle comunità di recupero ma scontano in carcere la loro pena per reati, spesso minori, connessi alla loro condizione. Cosa c’entra tutto questo con la legalizzazione delle droghe leggere? C’entra, perché le droghe leggere portano liquidità nelle casse delle organizzazioni criminali, liquidità che serve per alimentare il “commercio” di altre droghe (cocaina ed eroina) e per dopare l’economia di uno stato.
Maniero ha detto esattamente questo: i fiumi di denaro che entrano, attraverso il narcotraffico, nelle casse delle organizzazioni criminali, alimentano il narcotraffico e conferiscono alla criminalità organizzata un potere d’acquisto immenso. E in vendita ci siamo noi e le nostre democrazie.

Le tesi portate avanti dai proibizionisti sono sempre le stesse da decenni: legalizzare non vuol dire sconfiggere la criminalità organizzata e contribuisce a creare nuovi consumatori. Cosa c’è di vero in queste affermazioni e cosa ci insegnano i Paesi in cui il processo di regolamentazione è stato già avviato?
È vero che legalizzare le droghe (ora, per assurdo, penso a tutte le droghe) non porterà automaticamente alla fine delle organizzazioni criminali, ma essendo quello il mercato più redditizio, possiamo aspettarci di vedere il loro potere economico notevolmente ridimensionato. Legalizzare le droghe significa ridimensionare il grado di penetrazione delle organizzazioni criminali nel tessuto economico e sociale di un Paese, perché viene loro sottratto potere economico.
Non è vero che le droghe leggere siano l’anticamera per altre forme di dipendenza, posto che le dipendenze più dannose oggi sono quelle da sostanze legali, come sigarette e alcol. Quest’ultimo, secondo le stime dell’Oms, fa oltre 3 milioni di vittime ogni anno in tutto il mondo. E cosa ci dicono le esperienze dei paesi dove si è aperto al consumo legale delle droghe? Che lo Stato può capitalizzare, ma che deve essere vigile perché sarà attore principale e non dovrà più solo intervenite a punire, reprimere, curare.

il legame tra terroristi, criminalità organizzata e spaccio di droga dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti e dovrebbe essere oggetto di continuo dibattito, ma si preferisce, ancora oggi, ragionare in un’ottica di contrapposizione di visioni del mondo, si preferisce parlare di scontro tra religioni e culture


Roberto Saviano

Il legame tra organizzazioni terroristiche e mafie passa anche per le droghe leggere: ci spiega meglio come è strutturato questo processo?
Questa è una domanda fondamentale e la risposta non è né scontata, né semplice. Diciamo che il legame tra terroristi, criminalità organizzata e spaccio di droga dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti e dovrebbe essere oggetto di continuo dibattito, ma si preferisce, ancora oggi, ragionare in un’ottica di contrapposizione di visioni del mondo, si preferisce parlare di scontro tra religioni e culture, quando le evidenze portano da tutt’altra parte. Siamo ancora qui a credere che gli attentatori abbiamo curricula di radicalizzazione più lunghi rispetto ai loro curricula criminali, ma non è così.
Chérif Chekkat, l’attentatore di Strasburgo, aveva ben 27 condanne per reati comuni commessi in Francia, Svizzera e Germania, dove è stato detenuto. Dicono si fosse “radicalizzato”, eppure non c’era nessuna traccia nel suo appartamento di legami con l’Isis. Ancora più emblematico il caso di Brahim Abdeslam, il terrorista che la sera del 13 novembre si fece saltare in aria davanti alla brasserie di boulevard Voltaire a Parigi, noto alle forze dell’ordine per furto e traffico di droga. Suo fratello Salah, che era riuscito a scappare ed è stato arrestato poi nel quartiere Molenbeek a Bruxelles, nel 2010 era finito in prigione in Belgio per rapina insieme ad Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente degli attentati di Parigi. I fratelli Abdeslam, nel 2013, a Molenbeek avevano preso in gestione un bar diventato la loro base per lo spaccio di hashish, e il locale era stato poi chiuso per traffico di droga. Anche i fratelli Khalid e Ibrahim El Bakraoui, due dei kamikaze degli attentati di Bruxelles, avevano precedenti per spaccio di droga e rapina. Ayoub El Khazzani, l’attentatore del treno Amsterdam-Parigi era stato condannato da un tribunale spagnolo per traffico di droga. Chérif Kouachi, uno dei terroristi dell’attentato a Charlie Hebdo, aveva vissuto nella periferia nord-est di Parigi, dove droga e piccoli crimini erano la sua occupazione principale prima di diventare jihadista insieme al fratello Saïd. I terroristi islamisti hanno quasi sempre un passato da pusher o da criminali comuni, passano da esperienze di criminalità organizzata a esperienze di prassi terroristica senza modificare i propri comportamenti.
L’Europa sta pagando un prezzo altissimo e le cose non miglioreranno se i nostri governi non cambieranno passo riguardo a quella che chiamano emergenza immigrazione, ma che è soprattutto una emergenza integrazione, che non riguarda solo immigrati o figli di immigrati. Il fallimento si è realizzato quando le nuove generazioni cresciute ai margini dell’Europa hanno preso coscienza del disinteresse di fondo per i loro destini: perditi pure, purché tu lo faccia lontano dai miei occhi. E dunque ecco che la contiguità tra criminalità organizzata, spaccio e terrorismo viene fuori in tutta la sua violenza: cosa hanno in comune un affiliato di camorra che mette in conto, ogni giorno, di poter essere ammazzato e chi si fa saltare in aria al grido di Allah akbar? Un grado di cinismo pressoché incurabile, mancanza di fiducia in qualunque istituzione e prassi e, forse, anche la consapevolezza che quella per loro è l’unica possibilità di riscatto.

Lei si divide fra Italia e Usa, dove ultimamente il processo di legalizzazione non è più un tabù tanto che anche il Presidente Trump sembra aver aperto alla possibilità di una legge federale in materia. Negli ultimi anni, nel mondo, si sono moltiplicate le esperienze di apertura da questo punto di vista. Dall’Uruguay al Canada, allo stesso Messico e, in prospettiva anche per vari Paesi europei, l’Italia invece è ferma al palo, perché? Abbiamo una qualche ‘specificità’ che ci sfugge?
L’approccio al tema continua a essere un approccio etico e morale, ma solo per opportunismo politico, perché in realtà nel nostro Paese etica e morale vengono applicate a discrezione a temi e argomenti che devono diventare o rimanere tabù. Il clima di perenne campagna elettorale non aiuta, perché la politica non riesce mai ad affrancarsi dalla necessità di raccogliere consensi e per farlo devono restare fuori dal dibattito quei temi che maggiormente generano polemiche e si prestano a strumentalizzazioni, ma soprattutto quei temi che, a differenza dell’immigrazione, non riescono a essere percepiti come priorità. Eppure tra immigrazione, legalizzazione delle droghe e tossicodipendenza, le ultime due avrebbero un grado di urgenza assai maggiore, ma per mostrare come in Italia ci siano troppi immigrati basta dire: “Vai a Tremini, vatti a fare un giro a Napoli in Piazza Garibaldi o vai in Stazione centrale a Milano”. Non è un caso che non sia passato lo ius soli (prima gli italiani), che sotto elezioni il Pd abbia bloccato l’iter sulla riforma dell’ordinamento penitenziario che era in dirittura d’arrivo (un regalo per i delinquenti). Non è un caso che di eutanasia non si parla se non quando Marco Cappato decide di farsi processare. “Ciascuno cresce solo se sognato”, diceva Danilo Dolci: la politica sembra non sognarla più nessuno e lei non sogna noi. Siamo fermi al palo ed essere fermi significa regredire.

Nella scorsa legislatura, si è lavorato a una proposta di legge, promossa da un intergruppo parlamentare composto da esponenti della maggior parte dei partiti, che mirava alla legalizzazione. Era la prima volta nella storia nel nostro Paese ed abbiamo visto come è andata a finire. Oggi sembra tutto più lontano. Il Movimento 5 Stelle, che si era speso molto, ora sembra condizionato dalle posizioni oltranziste della Lega di Salvini e del ministro Fontana, che hanno dichiarato guerra a quelle che loro definiscono, senza fare distinzioni, semplicemente droghe. Stiamo tornando indietro, all’epoca del “si comincia con una canna e si arriva alla siringa”?Si, siamo tornati esattamente lì. E ci siamo tornati perché manca informazione. Non sappiamo che dobbiamo dire ai ragazzi che dall’eroina devono stare lontani, e dobbiamo dirlo come trent’anni fa veniva detto a noi. Di droghe si deve parlare in televisione, ma in maniera consapevole e informata, non agitando un indistinto e fumoso spauracchio che nessuno potrà essere in grado di riconoscere quando poi se lo trova davanti. È tornato l’AIDS nel silenzio totale, senza che sia possibile correre ai ripari perché il senso comune considera l’HIV un virus praticamente debellato. È da poco scomparso Ferdinando Aiuti, l’immunologo che nel 1991 per combattere i pregiudizi legati alla trasmissione del virus aveva baciato di fronte alle telecamere Rosaria Iardino, una donna sieropositiva. Fu un gesto di incredibile impatto che ci rese consapevoli dei rischi che si corrono in presenza di soggetti che hanno contratto il virus, ma soprattutto dei rischi che non si corrono. L’Italia ha bisogno di coraggio, e un governo che afferma di voler lavorare esclusivamente seguendo quanto scritto in un contratto è sicuramente un governo privo di coraggio.

Nel 2016, la legge 242 ha regolamentato la coltivazione della canapa che, prima della sua persecuzione di natura ideologica, era un coltura diffusissima in Italia e anche all’estero. È esploso il fenomeno cannabis light, un’opportunità per tanti giovani, soprattutto del Sud. La legge, però, regola la coltivazione ma è molto vaga sulla commercializzazione. Già abbiamo visto i primi sequestri e la prime strette del governo in materia: c’è il rischio che nelle zone grigie della legge si possano infilare le rinnovate pulsioni proibizioniste? Oppure possiamo dire che è cominciato un lento ma inesorabile percorso per sfondare il muro del proibizionismo?
Non riesco a essere ottimista. Non credo che si sia avviato un reale processo per abbattere il muro del proibizionismo. Se pensiamo che in Italia ha difficoltà a essere prodotta e diffusa la cannabis a uso terapeutico che risponde a un criterio di necessità, non riesco a immaginare come la cannabis a uso ricreativo possa avere un destino migliore. È ancora troppo difficile far digerire l’utilizzo di parole come “ludico” e “ricreativo” associato a sostanze stupefacenti; ovviamente la realtà dei fatti è totalmente diversa, le sostanze stupefacenti sono diffuse a livello capillare e la loro qualità è resa pessima e dannosa per la salute dal controllo delle mafie che devono guadagnare e non hanno alcun interesse a salvaguardare la salute pubblica. Mi sento di condividere quanto Pannella diceva riguardo al proibizionismo; si tratta di parole universali, che valgono per qualsiasi divieto arrivi dall’alto e che intenda bloccare una prassi che invece è largamente diffusa: “Se tu vuoi vietare l’esercizio di una facoltà umana praticata a livello di massa, tu fallirai e sarai costretto all’illusione autoritaria del potere che colpisce il colpevole e lo colpisce a morte”.

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Sfida al Corriere della Sera: questo giovane Holden “invecchiato” è meglio del vostro

L’idea lanciata dal giornale di via Solferino, cioè ingaggiare quattro scrittori per raccontare un ipotetico Holden anziano era buona, i risultati meno. A Pangea hanno provato a fare di meglio. I risultati sono questi

J.D. Salinger, lo scrittore leggendario, quello de “Il giovane Holden”, è nato 100 anni fa, il primo gennaio del 1919. Per avviare le feste, “La Lettura”, l’inserto culturale del “Corriere della Sera”, domenica scorsa, 30 dicembre 2018, ha chiesto a quattro scrittori – Teresa Ciabatti, Fabio Genovesi, Giorgio Montefoschi, Valentina D’Urbano – di inventarsi “Il vecchio Holden”, cioè “di immaginare ‘il giovane Holden’ da anziano”. L’iniziativa era buona, architettata con tutte le buone intenzioni del caso. L’esito ci è parso molto modesto. Così, dagli antri oscuri di “Pangea”, ci siamo messi in quattro a descrivere il volto di Holden da vecchio, ciascuno adattando la creatura di Salinger ai propri modi e metodi e toni narrativi. Più che un omaggio, una sfida.

***

Chi se ne fotte delle anatre di Central Park

Era tutta una colossale stronzata. In fin dei conti, chi se ne fotte di sapere dove vanno le anatre di Central Park durante l’inverno! Ho ben presente dove andrò a finire io, magari ben prima. Ok, non conto i minuti. In compenso, faccio ipotesi, sparo numeri, pur sapendo che anche queste sono solo idiozie.Mi dico che potrebbero restarmi quindici anni. Non so perché proprio quindici e non piuttosto venti. Il fatto è che, quando diventi vecchio e hai un piede nella fossa, con la speranza ci vai giù cauto. Potrebbero essere cinque anni. Sì, insomma, chi cazzo vuoi che lo sappia.

Potrei pure durare trent’anni, per quanto ne so. Ne dubito, ma più di tutto faccio gli scongiuri. Altri trent’anni. Cristo, sarebbe un vero inferno. Ma poi ancora tre decenni di vita per cosa? Non certo per essere felice. La felicità l’aspetto da troppo. L’ho cercata ovunque, in tutto quel mio gironzolare senza senso. Sono passato per ogni incrocio della maledetta New York, sempre immaginando che fosse lì, che avrei solo dovuto allungare la mano, prenderla sottobraccio e andarmi a nascondere con lei da qualche parte. La felicità bisognerebbe tenersela bella stretta, non mostrarla, chiuderla da qualche parte. Non sopravvivrebbe al contatto con la vita reale.

Puttanate a parte, non l’ho mai trovata. Ma, allora, perché non voglio morire? Mi sono crepati tutti intorno. Phoebe se n’è andata giovane – ma si muore sempre troppo giovani –, Allie neanche lo ricordo più, D.B. ha inseguito il successo letterario inutilmente, fino ai sessanta, quando un cancro se l’è bello che mangiato. I miei devono essere già stati ridotti in polvere dai vermi. Perché voglio vivere? Perché sono un vecchio stronzo e, cazzo, ho una paura fottuta di morire, proprio me la faccio sotto all’idea. L’esistenza ha senso fintanto che sei un cretino adolescente e ti sembra di aver davanti tutto il tempo del mondo. Se oggi stai male, ti dici che domani potrà andare meglio. Ho messo su una sfilza infinita di giorni nell’attesa di qualcosa di buono. Adesso, sembrano una gigantesca pira funeraria a cui potrei giusto dare fuoco per bruciare la mia inutile carcassa.

Neppure l’uccello mi si rizza più. E a che pro dovrebbe? Non mi posso stantuffare nessuna, se non forse qualche vecchia decrepita. Nell’attesa dell’amore, ho perso tante occasioni. Ho cominciato troppo tardi per non avere rimpianti. Poi, a un certo punto, ho scoperto i DVD delle Dirty Debutantes, con il vecchio ciccione di merda di Ed Powers che si chiava tutte quelle giovani troiette in cerca di successo. È sempre molto strano ritrovarsi a guardare un porno a una certa età, pensando che un tempo si era capaci di amare. Forse sarei dovuto morire giovane, ma purtroppo è una moda che è venuta quando ero già grande. Comunque, una cosa è certa, morire da vecchi vuol dire finire sottoterra per sfinimento e agonia, quando ormai ogni speranza è naufragata. Piangere per ciò che poteva essere sarà impossibile. Non resta che l’irreparabile su cui rammaricarsi.

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”Passaggio a Nord Ovest”, la politica riparte dall’Europa dei territori

Il Nord si sveglia. Con una forza europeista, che raccoglie il meglio dell’identità (politica, imprenditoriale, intellettuale) ma senza lasciare spazio a populismi

Nella romanissima piazza del Popolo Matteo Salvini ha risposto alla domanda politica postagli con chiarezza cristallina dall’editoriale di Francesco Cancellato “ Rompere con il Nord o con i Cinque Stelle?” decidendo, come prevedibile, di parlare d’altro. Il leader della “Lega Salvini premier” ha pensato di risolvere il dilemma ponendo sé stesso come l’alfa e l’omega della politica italiana ( “datemi il mandato per trattare con l’Ue a nome di 60 milioni di italiani” , più o meno venti milioni in più rispetto a Mussolini), sulla scia dei leader populisti che sono riusciti in questo modo nell’impresa di occupare per lungo tempo l’ufficio di primo ministro d’Italia , Benito Mussolini e Silvio Berlusconi.

Senza esagerare con i paragoni impossibili con personaggi di statura e caratteristiche estremamente differenti , non si può non notare come l’ormai ex lumbard divenuto sovranista stia seguendo l’evoluzione politica tipica degli altri due, entrambi partiti da una contrapposizione alle elite di governo del tempo basata sul malcontento fortissimo del Nord del paese verso “Roma ladrona”, cui segue una formidabile campagna di promesse destinate ad accrescere il consenso in altre parti d’Italia e segnatamente al Sud come indispensabile viatico per insediarsi al Governo, liberandosi dei compagni di strada dei primi successi.

Oltre a liberarsi poi anche degli alleati ridotti a comparse (i Cinque Stelle sono poco avvezzi allo studio della storia, ma conoscere la parabola politica dei vari Salandra e Federzoni negli anni Venti e quella di Fini e Casini un secolo dopo potrebbe essere utile..) , l’aspirante leader unico Salvini deve affrontare il problema di tenere assieme-almeno per il tempo necessario per insediarsi al potere solitario- la sua base originale del Nord con i suoi nuovi appassionati “fans” di cultura e tradizione diversa che hanno riempito buona metà della piazza romana.

Proporre un metodo ed un tentativo di cambiamento, a partire dall’incontro delle reti fisiche, viarie ed immateriali che costituiscono l’Europa dei territori e delle città. Questi appuntamenti hanno registrato l’interesse e la partecipazione dei sindaci e dei presidenti delle Regioni, di molti operatori economici e culturali nonché dei rappresentanti di associazioni territoriali e professionali, come si possono facilmente rilevare scorrendo i nomi e le qualifiche dei partecipanti agli incontri di Verbania, Torino ed ora Genova, giusto il 14 dicembre prossimo

Anche in questo caso, Salvini ha fatto una scelta simile a quella dei due cui spera di succedere in qualche modo, ha puntato decisamente su quella che pare essere ancora un collante unificante anche in tempo di crisi profonda, la religione cattolica romana. Sabato a Roma è stato tutto un profluvio di citazioni religiose, di rosari, di Papi portati ad esempio a loro insaputa, perfino di un richiamo ai leader democristiani del dopoguerra ripetendo quasi alla lettera le parole usate in occasioni analoghe da Berlusconi su De Gasperi e Don Sturzo.

Ci saranno occasioni per verificare se questa scelta sulle radici (demo)cristiane è una strategia o una delle tante operazioni di assaggio suggerite da Steve Bannon alla famosa “Bestia”, il team di promoter personali di Salvini: quello che non ha bisogno di verifica è che il passaggio da Lega Nord a Lega Salvini riapre, per l’ennesima volta, la questione della rappresentanza non solo degli interessi, ma della cultura e dello stesso modello di società del Nord.

Fra le molte differenze con l’epoca dei due esempi nominati, il nostro tempo è caratterizzato dalla centralità della questione europea e da una integrazione che al Nord è un dato di fatto costitutivo, mentre al Sud è considerata circostanza distruttiva.

Le differenze fra le due Italie, evidentissime nelle urne del 4 marzo, non possono essere cancellate dall’invenzione carioca se non per un breve momento, forse così breve da non arrivare alle elezioni europee del prossimo maggio.: il moltiplicarsi dei cortei contrapposti e la ripresa della “guerra dei numeri” sulle presenze sono un indice chiaro dell’esistenza di una frattura che da politica è diventata sociale e rischia di diventare istituzionale.

Ha quindi ancora una volta ragione Cancellato quando scrive che “.. abbiamo la sensazione, netta, che cambierà la politica italiana. Quando il Nord si sveglia, succede sempre qualcosa di grosso. I movimenti, i tentativi di trovare una nuova rappresentanza politica, tra Torino, Genova e naturalmente Milano sono tanti e sempre più frequenti.

Fra questi, senza la pretesa di rappresentare “la “ soluzione, ma per proporre un metodo ed un tentativo di cambiamento, c’è quello animato dalle liste civiche di Liguria, Lombardia e Piemonte, che ha proposto un “tableau de bord” basato su appuntamenti a tema in quello che fu il triangolo industriale ed ora è il territorio del “Passaggio a Nord Ovest”, del punto di incontro delle reti fisiche, viarie ed immateriali che costituiscono l’Europa dei territori e delle città. Questi appuntamenti hanno registrato l’interesse e la partecipazione dei sindaci e dei presidenti delle Regioni, di molti operatori economici e culturali nonché dei rappresentanti di associazioni territoriali e professionali, come si possono facilmente rilevare scorrendo i nomi e le qualifiche dei partecipanti agli incontri di Verbania, Torino ed ora Genova, giusto il 14 dicembre prossimo.

Ma chi ha intrapreso l’iniziativa “Passaggio a Nord Ovest” ha fatto più che animazione culturale e politica, ha condiviso l’obiettivo di arrivare in un futuro molto prossimo, in concorso con altri, alla formazione di un Movimento organizzato e strutturato, federalista ed europeista

Ma chi ha intrapreso l’iniziativa “Passaggio a Nord Ovest” ha fatto più che animazione culturale e politica, ha condiviso l’obiettivo di arrivare in un futuro molto prossimo, in concorso con altri, alla formazione di un Movimento organizzato e strutturato, federalista ed europeista, che comprenda le esperienze significative di questi anni, a partire ovviamente da quella delle stagioni arancione di Pisapia e ora di quella internazionalista di Sala, e che presenti alcune caratteristiche precise: competenza, radicamento nel territorio, estraneità alla logica dei partiti “morenti”.

La convinzione base resta quella che un federalismo con un’Europa più unita e più forte siano la condizione necessaria per contenere i danni della finanziarizzazione del capitalismo e dare risposte concrete sia alla povertà che al ripristino dell’ascensore sociale e del riconoscimento dei meriti.

Un Documento politico inizia a definire quelli che possono essere i principi ispiratori del gruppo, e quindi in prospettiva del movimento, mentre come prassi di lavoro si è adottato il metodo della “Agenda politica” che definisce progressivamente il programma attraverso le scelte di concrete iniziative (come il “SI TAV” preso a paradigma di tutte le grandi infrastrutture ridotte a cimelio propagandista dagli incompetenti insediatisi nei ministeri chiave, trasporti e sviluppo economico).

Con la manifestazione pubblica di Genova ci proponiamo di sviluppare come secondo punto dell’Agenda la proposta federalista articolata sulle macroregioni, una delle quali è il Nord Ovest (schema Miglio-fondazione Agnelli, per intendersi). “Passaggio a Nord Ovest” è una iniziativa che ambisce a restituire rappresentanza e luogo di confronto ad un territorio che ancora una volta rischia di trovarsi nella condizione di essere il fornitore del carburante della “locomotiva Italia” ma di non poter mettere le mani sul volante né di decidere la velocità e la rotta.

È avvenuto tante, troppe volte e non ne è mai derivato un miglioramento delle condizioni generali del paese, piuttosto un rallentamento e ancor più spesso un arretramento collettivo.

Franco D’Alfonso

Coord. “Passaggio a Nord Ovest”

Consigliere comunale lista “ Noi Milano”

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Sotto l’alberoCompiti per le vacanze natalizie: darsi all’ozio creativo

Col Natale l’efficientismo di una rigida pianificazione può lasciare spazio all’ozio, non inteso come “dolce far niente”, ma nella sua più proficua accezione di “ozio creativo”. Ecco come

Il periodo natalizio modifica i nostri ritmi, la nostra percezione del tempo. Anche se per pochi giorni, cambiano le nostre abitudini, il nostro quotidiano si arricchisce di nuove ritualità. Tra le tante sfumature delle feste natalizie, l’ozio e uno stile di vita più rilassato restituiscono il senso di una lentezza che appare tanto più necessaria nella frenesia di giornate caratterizzate da cene, feste, scambi di auguri e regali.

Col Natale l’efficientismo di una rigida pianificazione può davvero lasciare spazio all’ozio, non inteso come “dolce far niente”, ma nella sua più proficua accezione di “ozio creativo”, secondo la lezione del sociologo Domenico De Masi.

Gli antichi Romani consideravano l’otium non una semplice pigrizia, quanto piuttosto un tempo libero da impegni, da dedicare al pensiero, alla contemplazione, alla riflessione, all’esercizio della creatività. Uno dei filosofi che più si è interrogato su tale argomento è stato Seneca, per il quale l’ozio rappresentava la parte più importante della vita dell’individuo, quella in cui si egli dedica alla lettura, alla formazione, alla costruzione di una morale; è il momento in cui l’uomo impiega il tempo in funzione della virtù, per il raggiungimento della saggezza, grazie alla quale è possibile partecipare al contesto politico e alla vita della comunità, ossia a prendere parte attiva alla vita sociale.

De Masi fa della dimensione creativa dell’ozio una sorta di filosofia di vita, sostenendo che “non mi piace la pigrizia di suo, mi piace l’ozio creativo che è l’insieme di studio, con il quale produciamo sapere, di lavoro con il quale produciamo ricchezza, di gioco con il quale produciamo allegria”.

Seguendo tale indicazione, suggerisco tre parole per la prossima pausa natalizia:

  1. studio;
  2. lavoro;
  3. gioco.

Ma come è possibile, vi chiederete, includere nella nostra vacanza i concetti di studio e lavoro, oltre a quello più consueto e “normale” di gioco?

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Conti in tascaBrexit, l’impatto sui mercati del futuro divorzio inglese

Bisogna considerare i seguenti fattori di rischio: tasso di cambio Dollaro-Sterlina; rendimenti (nominali) dei titoli Britannici; credito; azionario, Europa. Ecco cosa potrebbe accadere

L’accordo e le parti in gioco

A più di due anni dal referendum con cui i cittadini britannici hanno espresso la volontà di lasciare l’Unione Europea, Ue e Gran Bretagna hanno raggiunto un accordo sulle condizioni della Brexit. Al di là di ogni giudizio sull’esito del referendum, che riflette la volontà inalienabile dei cittadini britannici, è curioso notare come il voto del 23 giugno 2016 si sia fidato di idee e promesse di ogni genere piuttosto che di un accordo preciso, la cui stipula risulta oggi a conti fatti molto più complessa del previsto. L’accordo di 585 pagine, che forse guiderà il Regno Unito fuori dall’Unione Europea il 29 marzo 2019, è stato presentato martedì scorso dopo un susseguirsi di bozze, dichiarazioni e smentite, e passerà presto al vaglio del Consiglio Europeo.

La causa principale di questa odissea risiede ovviamente nella disparità degli interessi dei vari attori in gioco, che sono molteplici: Ue, Gran Bretagna, Governo, Leavers, Remainers, Irlanda del Nord. All’interno dei partiti del Parlamento e all’interno dello stesso partito di maggioranza convivono Leavers e Remainers. Abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza dentro gli schieramenti principali.

Opposizione
All’opposizione troviamo il partito laburista guidato da Jeremy Corbyn, i cui membri, indipendentemente dal fatto di essere Leavers o Remainers, molto probabilmente non voteranno a favore di questo accordo siglato dalla maggioranza.

Maggioranza
Il Primo Ministro inglese Theresa May fa parte della coalizione conservatrice inglese, i Tories; nel suo partito ci sono sia Leavers, che considerano l’accordo un tradimento della volontà dei cittadini, sia molti Remainers, che temono che il Paese rimanga bloccato in un limbo soggetto alle regole della Ue. Non manca poi chi già pensa a nuove elezioni e denigra l’accordo solo per far cadere il Governo, mentre i Tories dell’Irlanda del Nord non concordano su alcuni punti ben precisi, che trattano il loro Paese in maniera diversa dalla Gran Bretagna. Non dimentichiamo infine quei Tories che sono disponibili a scendere a qualunque compromesso purché il Governo non cada e ne risulti favorita l’opposizione.

Comunque sia, per validare l’accordo il governo inglese ha bisogno di 320 voti in parlamento. Senza considerare tutte le divisioni interne, attualmente i Tories possiedono 316 seggi: insufficienti se non arrivano voti dai Labour.

Per validare l’accordo il governo inglese ha bisogno di 320 voti in parlamento. Senza considerare tutte le divisioni interne, attualmente i Tories possiedono 316 seggi

Cosa succede e quali scenari si prefigurano

I Tories pro-Brexit stanno promuovendo una mozione di sfiducia nei confronti del Governo, il quale secondo loro avrebbe “tradito le promesse fatte alla nazione”. Per mettere ai voti la mozione contro Theresa May serve la sottoscrizione di 48 parlamentari ma sembra che per ora il numero non si riesca a raggiungere. La May ha ribadito di voler andare avanti per la sua strada dopo aver ricevuto il supporto degli ambasciatori dei 27 Paesi membri della Ue.

Nel frattempo i ministri del governo May stanno cadendo come mosche: quattro di essi, tra i quali il ministro della Brexit Dominic Raab (succeduto a David Davis), hanno abbandonato la nave e Michael Gove, ministro dell’ambiente, ha rifiutato di succedere a Raab.

Date le tempistiche ristrette imposte dalla deadline di marzo 2019, se l’accordo non dovesse essere approvato, gli scenari potrebbero essere questi:

  • una Hard Brexit (o No-deal Brexit che dir si voglia), che vedrebbe il Regno Unito escluso immediatamente da qualsiasi accordo con la Ue e dunque impossibilitato a commerciare e a fornire servizi;
  • nuove elezioni per il governo inglese, il cui partito vincitore avrebbe l’onere di proporre un nuovo accordo da far approvare a tutte le parti;
  • un secondo referendum, in cui non è affatto scontato che vincano i Remainers.

Nessuno dei risultati sopra citati sarebbe dunque una soluzione al problema, e probabilmente il Paese rimarrebbe nella situazione di stallo attuale che continua ad allontanare capitali, pesando sulla crescita e sulle tasche dei cittadini britannici.

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Oltre la crisiDieci anni da Lehman Brothers, ma nell’industria del risparmio il conflitto di interessi non è risolto

A dieci anni dalla crisi, dobbiamo ancora fare i conti con le dinamiche di conflitto di interessi a tutti i livelli della filiera dei prodotti finanziari. Lo racconta Andrea Rocchetti, responsabile area Consulenza di Moneyfarm

Durante gli ultimi dieci anni molto si è dibattuto riguardo le cause della crisi finanziaria del 2008 e della lunga recessione che ne è seguita. Personalmente, credo che il filo conduttore sia la presenza di dinamiche di conflitto di interessi a tutti i livelli della filiera dei prodotti finanziari. Il conflitto si verifica quando l’interesse di una persona interferisce con quello di un’altra persona verso cui la prima ha precisi doveri e responsabilità. L’industria finanziaria è particolarmente toccata dal problema, avendo a che fare con gli interessi economici e finanziari di individui e imprese; per questo motivo tale conflitto si manifesta in diversi modi e a vari livelli.

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CiboLa cucina circolare di Igles Corelli: la mia tavola “zero spreco”

«Oggi un ristorante, se rispetta le leggi, è destinato al fallimento. Prendere la strada dell'economia circolare è l'unica via che permette di far quadrare i conti». Parola di chef cinque stelle Michelin

«Si chiama circolare perché lo stesso ingrediente viene declinato in diversi modi in base ai diversi metodi di preparazione e cottura che permettono di ottenere diverse consistenze, gusti e aspetti partendo dalla stessa materia prima». È questa in estrema sintesi la definizione che Igles Corelli dà della sua cucina. Chiamata da lui stesso “cucina circolare”, nome che ha anche depositato, non è però solo un modo di trattare i prodotti o di stupire i palati.

Un ristorante in regola con la legge, pieno o vuoto che sia, oggi è fallimentare a meno che non sia circolare


Igles Corelli, chef stellato

«Per arrivare a una grande cucina è necessario lavorare con grandi prodotti. È l’unica via, altrimenti non si va da nessuna parte. Questo però ha naturalmente un costo. Così con la ricerca e la dedizione, oltre che qualche intuizione e idea, si può arrivare a risparmiare anche comprando prodotti molto costosi», spiega per far capire come la circolartà e cioè lo sfruttare a pieno l’alimento, sia prima di tutto un faccenda economica.
«Bisogna parlarsi chiaro: un ristorante in regola con la legge, pieno o vuoto che sia, oggi è fallimentare. Non sopravvive perché risponde a un concetto vecchio di ristorazione e a normative che non aiutano. Il tasto dolente è naturalmente il personale, il costo del lavoro, che vale il 70 per cento dei costi. Il discorso della circolarità è uno strumento vincente che permette di sopravvivere e far quadrare i conti. Ma a patto che sia combinato con l’innovazione e con la tecnologia. La circolarità si basa sullo sfruttamento in toto del prodotto. Per farlo però è necessario usare macchinari e tecniche particolari».

Corelli ha una vera e propria ricetta: «I tre ingredienti sono cucina chilometro Italia, circolarità e tecnologia. Queste tre componenti sono il modo per stare in linea con le esigenze aziendali di una attività ristorativa oggi. Questa è la strategia vincente».
Lo chef oggi lavora tantissimo con Gambero Rosso per cui cura un programma sul canale televisivo del Gruppo (“La cucina di Igles”) e corsi per giovani professionisti. Quello che stupisce è che questi concetti sono alla base sia del programma che dei corsi di formazione. «Non deve sorprendere. L’idea di circolarità infatti, cui io sono arrivato per mie esigenze professionali, può e deve essere applicata a tutti gli ambiti: economia domestica, gestione di piccole aziende, economia industriale, filiera ed export. In ogni ambito la circolarità premia e conviene.»

L’idea di circolarità può e deve essere applicata a tutti gli ambiti economici. In ogni ambito la circolarità premia e conviene


Igles Corelli, chef stellato

Per Corelli infatti che si tratti della spesa famigliare o che si tratti della gestione dei prodotti industriali, che sia questione di bilancio di un piccolo esercizio commerciale o delle strategia di export di un intero Paese la questione si riduce ad una grande verità: «circolarità fa rima con qualità, efficienza e sostenibilità. Che sono anche le tre caratteristiche di un qualunque processo economico sano».

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Arriva il vino per cani e gatti: meritiamo l’estinzione

Una grande industria alimentare in America ha messo sul mercato il mosCAT e lo charDOG. Dieci dollari a bicchierino. L’elenco delle mostruosità e degli sprechi è lunghissimo. Ogni anno negli Stati Uniti si spendono 6 miliardi di dollari per la chirurgia estetica degli animali domestici

L’industria delle spese assurde e sprecone per cani e gatti, al limite della violenza su questi poveri animali, gira a pieno gas. L’ultima follia arriva, come di consueto dall’America, ma come le altre è molto probabile che venga imitata anche in Italia. Di solito accade proprio così. Una multinazionale del beverage, la Apollo Peak, si è inventata nientemeno che il vino, bianco, rosso e frizzante, per cani e gatti. E sull’etichetta, con un abile gioco di parole e di marketing, ci ha piazzato perfino le sigle adeguate. Il moscato diventa così il mosCAT e lo chardonnay lo charDOG.

Alla bottiglietta si abbina lo slogan: «Quanto torni a casa e vuoi farti un bicchierino, gustalo in compagnia del tuo cane e del tuo gatto». Prosit. Ovviamente l’alcol è molto dannoso per gli animali domestici, e allora questa industria della fuffa ha trasformato i vini in succhi di frutta e bevande con erbe aromatiche. Una bottiglietta dell’inguacchio di circa 225ml costa la bellezza di 10 dollari! E non potete immaginare quanti proprietari di animali domestici sono pronti a cadere nella trappola: basta pensare che l’industria del cibo per cani e gatti in Italia vale un fatturato di circa 2 miliardi di euro l’anno.

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Caso Lodi, quella di Salvini è la “cultura dello scarto”, e i sindacati hanno il dovere di opporsi

Parla Andrea Donegà, dirigente della Cisl: a Lodi, grazie alla mobilitazione dal basso, si va oltre il fallimento della politica e l’intolleranza che in Italia sta diventando egemone

Diceva don Lorenzo Milani «su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. Significa “me ne importa” “mi sta a cuore”, il contrario del motto fascista “me ne frego”». Meglio non si può rappresentare il concetto di solidarietà, di eguaglianza, contro l’individualismo viscido e arrogante che sta infettando, come il peggiore dei virus, le nostre comunità. Il Sindacato, la Fim e la Cisl, sono veicoli straordinari di solidarietà in grado di tenere insieme le persone, raccogliere i bisogni e trasformarli in risposte collettive all’interno delle quali ognuno possa trovare una possibilità di crescita; un soggetto che si assume la responsabilità di dare forma alla rabbia e alle paure e convogliarle verso soluzioni di prospettiva, senza abbandonare nessuno al rancore fine a se stesso. Ecco perché la vicenda dei bambini esclusi dalla mensa scolastica a Lodi ci riguarda. È uno schiaffo, potente e profondo, sul viso della società civile e di tutti quelli che hanno a cuore il futuro del Paese e che sognano, ancora, un orizzonte di speranza, inclusione e opportunità per tutti. Questa volta, però, non si porge l’altra guancia ma si reagisce in modo tanto fermo quanto civico e pacifista a una deriva, da nord a sud, che punta, purtroppo con qualche sacca di successo, a smantellare le relazioni tra le persone, a saccheggiare le coscienze e a oscurare il domani. Una reazione dalla quale passa la salvaguardia della solidarietà, il collante della nostra democrazia e del nostro essere comunità. È per questo che abbracciamo le iniziative nate a Lodi e promosse dal neonato Coordinamento Uguali Doveri, lo scatto umano di chi non si rassegna alla disgregazione sociale.

La scuola rappresenta il luogo di inclusione per eccellenza, dove si gettano le basi per la cittadinanza attiva, si da forma alla persona e all’uomo e si custodisce la democrazia. La scuola non potrà mai essere simbolo di divisione, di segregazione e di umiliazione

L’Italia soffre di grandi disuguaglianze, una delle più profonde è la disuguaglianza nell’accesso ai saperi e alla conoscenza, una stortura che frena meritocrazia e, quindi, competitività del sistema Paese. La scuola rappresenta il luogo di inclusione per eccellenza, dove si gettano le basi per la cittadinanza attiva, si da forma alla persona e all’uomo e si custodisce la democrazia. La scuola non potrà mai essere simbolo di divisione, di segregazione e di umiliazione, sarebbe una sciagura che creerebbe ulteriori fratture future, che stroncherebbe sul nascere qualsiasi intenzione e iniziativa politica di inclusione, utile solo ad alimentare gli ultras del razzismo strisciante che paragonano i migranti alle “zecche dei cani” prima di scaricare le loro frustrazioni nella cabina elettorale. Accoglienza, integrazione e difesa dei bambini sono i capisaldi richiamati da Cisl Cgil Uil della Lombardia come punti imprescindibili su cui fortificare la nostra società.

Angelo Righetti, lo psichiatra che accompagnò, 40 anni fa, Franco Basaglia nella battaglia per la chiusura dei manicomi, ci insegna che «la crescita economica senza crescita umana non può esistere» ricordandoci che si cresce attuando l’Articolo 3 della nostra, tanto citata e poco conosciuta, Costituzione che richiama alla pari dignità e al dovere della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Un comandamento da scolpire nei cuori e nei provvedimenti di tutti gli Amministratori che non possono mai, per ragioni elettorali, derogare ai fondamentali della nostra democrazia.

Papa Francesco, durante l’udienza che ha preceduto, lo scorso anno, l’avvio del Congresso della Cisl, ricordava che il Sindacato, nella storia, è stato decisivo quando ha saputo essere profezia, in grado di dare voce a chi voce non ha, e innovazione, restando a guardia della cittadella del lavoro ma con lo sguardo rivolto alle periferie e agli esclusi che hanno diritto, anch’essi, a essere accolti.
Il nostro Sindacato continuerà a essere autonomo dai partiti ma non sarà mai indifferente ai valori: ecco perché continueremo a fare rete con tutte le realtà che condividono i valori di inclusione e solidarietà, in piena sintonia con i nostri principi fondanti, cercando di unire, nel lavoro e nella società, il mosaico variopinto dell’impegno civile e della passione civica convinti di poter compiere quella rivoluzione culturale necessaria per risollevarci. Un modo per costruire una prospettiva e un orizzonte di Paese che vogliamo abitare, realizzando I passaggi necessari per poterci arrivare tenendo insieme tutti, senza lasciare indietro nessuno. Solo così rinsalderemo il sentimento di solidarietà, linfa vitale del sindacato e forza che tiene unite le persone e salde le comunità.

“Prima le persone” è lo slogan che campeggia sulla Casa della Carità a richiamare come la solidarietà sia l’unico rimedio in grado di riequilibrare le disuguaglianze prodotte della lotteria del passaporto

E allora, come dice Francesco Cancellato, sulle pagine di questo giornale, «ripartiamo dalla generosità che consente a centinaia di bambini di mangiare coi loro compagni di classe» una vittoria della solidarietà e una boccata di ossigeno che ci da speranza per una possibile riscossa civile in un periodo in cui tanti episodi di intolleranza sembrano rappresentare la normalità della “cultura dello scarto” richiamata dal Papa. Per questo motivo non possiamo sottovalutare anche quanto sta accadendo a Riace con il tentativo di smontare un modello di integrazione funzionante che fa degli Sprar lo snodo con cui governare, nell’interesse del bene comune, la questione dell’immigrazione dando protagonismo ai sindaci e alle comunità. Un modello opposto a quanto previsto dal decreto di Salvini che punta solo a contrapporre la questione della sicurezza e la capacità di dare risposte alla questione dell’immigrazione, infischiandosene della convivenza e dell’integrazione. “Prima le persone” è lo slogan che campeggia sulla Casa della Carità a richiamare come la solidarietà sia l’unico rimedio in grado di riequilibrare le disuguaglianze prodotte della lotteria del passaporto. Una consapevolezza tanto banale quanto difficile da maturare ma che metterebbe fine, una volta per tutte, all’assurda guerra tra penultimi e ultimi, una logica perdente nemica anche dei lavoratori.

*Segretario Generale Fim Cisl Lombardia

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La nuova moda delle star: pentirsi dei ritocchi estetici

Gisele Bundchen: «Mi vergogno, e devo nascondere, con abiti larghi, il seno ritoccato». Jane Fonda: «Non ho avuto coraggio». Grande spreco di bellezza e anche di salute. I morti per interventi al sedere sono 1 donna ogni 3mila interventi

L’ultima, nella lunga lista di star pentite per i ritocchi con il botox, è Gisele Bundchen, la modella più pagata del momento, una bellezza irresistibile, che ha pensato bene, dopo avere allattato il suo primo bambino, di rifarsi il seno. Un disastro. Non solo estetico, ma anche psicologico, tanto che Gisele ha dovuto cambiare il suo abbigliamento. «Ho iniziato a indossare solo vestiti molto larghi, per nascondere il seno ritoccato…» confessa la modella nella sua autobiografia, ripresa da Vanity Fair.

Il pentimento della chirurgia estetica sta diventando quasi una nuova moda nell’universo delle star system. Una dietro l’altra, come dei birilli, le dive crollano e confessano il loro disagio di fronte al cambiamento del corpo, del volto, del sorriso, dello sguardo. La decana delle bellezze rifatte, male, e adesso fulminata dall’ autocritica, è Jane Fonda, che dice: «Odio il fatto di avere cambiato in modo così assurdo i miei connotati. Dovevo essere più coraggiosa…». Sulla stessa lunghezza d’onda Gwyneth Paltrow e Cameron Diaz che si sentono colpite in una cosa ormai persa: la loro espressività naturale. E con questa ferita non riescono più a riconoscersi guardandosi allo specchio. Mentre Nicole Kidman, anche lei stravolta dal botulino, può annunciare: «Oggi non uso più nulla e posso finalmente sorridere».

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Bollette della luce: cosa sono gli “oneri di sistema” e perché fanno impennare le spese

In pochi mesi il costo dell’energia domestica per le famiglie è schizzato del 15 per cento. Ma una gran parte della bolletta, tra il 40 e il 50 per cento, va via per spese che dovrebbe fare lo Stato. E non i cittadini

In pochi mesi la bolletta dell’energia, per le famiglie italiane, è aumentata quasi del 15 per cento, con un doppio rincaro prima e dopo l’estate. E non è finita. Ci sarà sempre un buon motivo per ulteriori stangate, specie se, come tutte le previsioni lasciano immaginare, il prezzo del petrolio continuerà a crescere.

Ma il lato oscuro di questi aumenti a raffica, e sempre sulla pelle dei consumatori, non è solo l’accondiscendenza delle Autorità di garanzia, e del governo, ai continui salassi, quanto una voce della bolletta poco nota, ma determinante ai fini del costo della corrente elettrica per uso domestico. In bolletta compare solo una scritta molto generica, e poco trasparente, intitolata Oneri di sistema. Valgono tra il 40 e il 50 per cento del conto-energia che le famiglie pagano, ed è una voce fissa, dunque non modificabile.

COSA SONO GLI ONERI DI SISTEMA

Di che cosa si tratta? Con molta fantasia, e anche con estrema furbizia, negli anni i governi hanno inserito in questa voce una serie di costi che sarebbero dovuti andare a carico della fiscalità generale, e invece passano tutti per il portafoglio delle famiglie. Gli incentivi alle fonti rinnovabili e alle energie “pulite”. Lo smantellamento delle centrali nucleari, tutte ancora in piedi. I finanziamenti della ricerca del settore. Le agevolazioni alle imprese particolarmente energivore e alle famiglie povere. I contributi alle Ferrovie dello Stato. Di tutto, di più.

ONERI DI SISTEMA BOLLETTA ELETTRICA

Facciamo tre esempi per capire il meccanismo perverso. L’Italia è andata molto avanti nelle rinnovabili, ma questa scelta di politica energetica, che i governi avrebbero dovuto finanziare con il budget destinato alla politica industriale, è stata pagata dai consumatori. E, attenzione, i soldi, che continueremo a pagare per altri vent’anni, quasi sempre sono andati a grandi fondi di investimento, stranieri, che hanno giocato al Monopoli con i maxi-impianti fotovoltaici. In pratica i consumatori, le famiglie, hanno pagato la speculazione dei pannelli, grazie alla nota voce in bolletta Oneri di sistema. Tutti siamo favorevoli al fotovoltaico e all’eolico, ma per piccoli impianti non certo per le speculazioni finanziarie, e in ogni caso se lo Stato vuole incentivare questi impianti, deve mettere mano al portafoglio, e non passare per le tasche dei cittadini.

Immaginate, per esempio, che lo Stato decida di fare un grande piano di edilizia popolare per dare una casa ai più giovani a prezzi vantaggiosi e non di mercato. Che cosa fa? Mette una tassa, sotto la voce Oneri di sistema, su ogni contratto di locazione per finanziare la sua politica di edilizia popola

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