Acqua malataMare tossico: perché è la più grave emergenza ambientale (dopo il climate change)

Rifiuti scambiati per cibo dai pesci, e microplastiche diffuse. L’Unione Europea si sta muovendo da tempo contro l’inquinamento dell’acqua. Ma serve l’apporto dei Governi nazionali e locali, e dei consumatori

GERARD JULIEN / AFP

I rifiuti in mare rappresentano la seconda emergenza globale ambientale, dopo i cambiamenti climatici. I 22 chili di plastica rinvenuti nello stomaco di un capodoglio femmina, trovata morta a fine marzo a Porto Cervo, in Sardegna, e poi gli altri capodogli trovati privi di vita, in questi giorni, sulle coste della Sicilia – dimostrano in maniera concreta la portata di questa emergenza che mette in pericolo la biodiversità marina e l’ecosistema. Rifiuti di ogni genere e tipo – dalla plastica al vetro ai pezzi di metallo – che spesso vengono gettati consapevolmente da cittadini maleducati, o che arrivano direttamente in mare e sulle spiagge dagli scarichi non depurati, dall’abitudine di utilizzare i wc come una pattumiera e, soprattutto, dalla loro cattiva gestione. Una volta arrivati in mare, oltre a frammentarsi in microplastiche, vengono il più delle volte scambiati erroneamente dalla fauna marina per cibo.

Il problema del marine litter e del beach litter riguarda ovviamente anche l’Italia. A parlare chiaro sono gli stessi dati che Legambiente ha diffuso proprio in questi giorni: per ogni passo che facciamo sui nostri lidi incrociamo più di cinque rifiuti, dieci ogni metro. Per lo più sono plastica, un frammento ad ogni passo, ma ci sono oggetti di ogni forma, materiale, dimensione, colore. Una mole incredibile che rappresenta soltanto la punta di un iceberg: i rifiuti in spiaggia e sulla superficie del mare rappresentano appena il 15% di quelli che entrano nell’ecosistema marino, mentre la restante parte galleggia o affonda. Dati raccolti nella nostra indagine annuale Beach Litter che restituisce una situazione critica per molti arenili italiani: su 93 spiagge monitorate, per un totale di circa 400mila metri quadri, pari a quasi 60 campi di calcio, sono stati trovati una media di 968 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia (sono 90.049 i rifiuti censiti in totale).

È necessario che le tre gambe, governi nazionale e locali, industria e consumatori, sorreggano insieme la sfida impegnativa che ci aspetta

A farla da padrona è ancora la plastica (81% del totale) e per una spiaggia su tre la percentuale di plastica eguaglia o supera il 90% del totale dei rifiuti monitorati. Non manca l’usa e getta di plastica, che se disperso nell’ambiente rappresenta uno dei principali nemici del nostro mare: ogni 100 metri di spiaggia si trovano 34 stoviglie (piatti, bicchieri, posate e cannucce) e 45 bottiglie di plastica. Sono oltre 10mila in totale le bottiglie e contenitori di plastica per bevande, inclusi i tappi (e anelli) censiti sulle spiagge, sostanzialmente la tipologia di rifiuti più trovata in assoluto. Non è un caso che la recente direttiva Europea sul monouso di plastica prenda in esame proprio le 11 tipologie di rifiuti più diffusi sulle spiagge europee per imporre agli Stati membri entro il 2021 misure di prevenzione, dai bandi, ai target di riduzione, all’introduzione dei regimi di responsabilità del produttore, misure di sensibilizzazione finanche alla revisione dell’etichettatura.

Nella lotta contro l’inquinamento da plastica l’Italia deve e può svolgere un ruolo importante. La leadership normativa dimostrata dal nostro Paese, seppur apprezzabile, non basta. Siamo stati i primi paesi in Europa a mettere al bando gli shopper in plastica, e abbiamo anticipato la direttiva europea per i cotton fioc di plastica e le microplastiche nei prodotti cosmetici. Ora però è il momento di alzare l’asticella e recepire al più presto la nuova Direttiva europea con obiettivi e target di riduzione ancora più ambiziosi. Insieme a questo bisogna promuovere innovazione e ricerca nell’ottica dell’economia circolare; stimolare l’industria e le aziende a farsi carico di questa emergenza; aumentare la qualità della raccolta differenziata e del riciclo; guidare i cittadini e i consumatori a prevenire i rifiuti, a non abusare della plastica e adottare stili di vita più sostenibili.

È necessario che le tre gambe, governi nazionale e locali, industria e consumatori, sorreggano insieme la sfida impegnativa che ci aspetta: diminuire l’enorme pressione che l’uomo esercita sui mari, gli oceani e i suoi abitanti. Il Parlamento approvi, inoltre, al più presto il disegno di legge ‘Salvamare’ predisposto dal ministro dell’ambiente Sergio Costa unificandone i contenuti col progetto di legge sul fishing for litter presentato a Montecitorio da Rossella Muroni. Infine in questa partita, è fondamentale intensificare campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte a cittadini, amministrazioni locali e categorie produttive; ed incentivare la corretta gestione rifiuti e politiche di prevenzione che passano anche per l’innovazione tecnologica.

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Verso le europeeL’Unione Europea è l’unica alternativa per mantenere e migliorare benessere e lavoro

L’idea di Europa è viva e praticata, normale. Le giovani generazioni sono nate in Europa, senza dazi, senza mura, con un welfare universale, protette dall’euro e in pace. Un’eredità da custodire e rinnovare ogni giorno

OMER MESSINGER / AFP

Matteo, mio fratello, vive a Cambridge insieme ad Anne Laure, francese; Mauro, mio cugino, risiede a Ginevra con il bimbo Luca avuto con Silvia, spagnola. L’idea di Europa è viva e praticata, normale. Le giovani generazioni sono nate in Europa, senza dazi, senza mura, con un welfare universale, protette dall’euro e in pace. Un lusso per chi è stato premiato dalla lotteria della nascita, un’eredità da custodire e rinnovare ogni giorno e, se possibile, da migliorare. E tocca proprio alle giovani generazioni costruire il futuro che dovranno abitare. In fondo è sempre stato così, specie nei passaggi più delicati della Storia. Nel dopoguerra i trentenni, che allora erano il 50% della popolazione italiana, furono protagonisti del miracolo economico pur avendo meno possibilità di oggi.

Oggi, siamo a un crocevia decisivo per il nostro destino economico e sociale e la tornata elettorale del prossimo maggio non deve ridursi a elezioni nazionali tradotte in europeo. Al sovranismo, alla chiusura e all’egoismo vanno opposte speranza, apertura e accoglienza per farci traguardare un futuro in grado di generare opportunità per tutti. L’Europa è ancora leader nelle esportazioni nonostante le imprese più grandi al mondo per capitalizzazione siano americane e cinesi, la maggior parte nel settore della Information Technology. Tradurre questa dimensione economica in chiave politica consentirebbe di assumere il ruolo di moderatore delle tensioni tra USA e Cina e di cuscinetto etico e culturale alla ventata di autoritarismo che si sta diffondendo, mettendo al centro le persone e il lavoro, prima degli esclusivi interessi economici e finanziari, recuperando la centralità politica della Commissione Europea quale garante degli interessi collettivi e sovranazionali. Condizioni necessarie per realizzare, come dicono Fim e Cisl, gli Stati Uniti d’Europa.

Alla politica dei dazi, preferiamo quella che incalzi la competitività delle imprese sul campo della sostenibilità economica, sociale e ambientale, utile anche per iniziare a costruire un’alternativa che dia soluzione al dumping in tema di fiscalità e lavoro tra gli stati del nostro continente


Andrea Donegà

Alla politica dei dazi, preferiamo quella che incalzi la competitività delle imprese sul campo della sostenibilità economica, sociale e ambientale, utile anche per iniziare a costruire un’alternativa che dia soluzione al dumping in tema di fiscalità e lavoro tra gli stati del nostro continente. La tecnologia può essere la grande alleata per guidare la transizione verso un’Europa attenta all’ambiente, all’efficienza energetica, alla mobilità sostenibile, all’economia circolare, rilanciando la produttività nei vari stati e creando nuove occasioni di lavoro. Importante diventerebbe anche rivitalizzare l’Erasmus e potenziare l’offerta per i giovani che vogliono lavorare all’estero. Padre Antonio Loffredo, il parroco che ha ridato futuro al Rione Sanità di Napoli, per formare i giovani, protagonisti della rinascita del quartiere, ha favorito le loro esperienze in città e capitali europee, ripercorrendo il modello di Don Lorenzo Milani.

Non va dimenticato poi che la dimensione europea va a braccetto con la moneta unica. Le svalutazioni competitive della lira hanno finito per produrre più inflazione e debito per le persone e meno qualità e produttività per le imprese, lasciandoci pesanti eredità e azzoppando importanti settori produttivi nel nostro Paese. L’euro, invece, ha consentito all’Italia di incrementare le esportazioni proprio nell’area di mercato europeo e spinto le imprese italiane a puntare sulla qualità, come ricorda Carlo Stagnaro. Il 41,1% dell’export complessivo dell’Italia si riversa infatti nei paesi dell’Area Euro, a dimostrazione che la moneta unica è un valore aggiunto per noi; una percentuale che lievita al 56,3 se consideriamo l’Unione a 28, confermando i tanti benefici che l’Italia trae, anche dal punto di vista economico e lavorativo, dalla permanenza nell’Unione Europea. In mezzo a due colossi come Stati Uniti e Cina i singoli paesi europei non possono pensare di poter competere singolarmente. L’Unione Europea è l’unica alternativa e l’unica via per poter mantenere e migliorare benessere e lavoro. Per far ciò serve anche essere conseguenti dal punto di vista politico riprendendo iniziative di politica estera comune, intendendo come “estero” tutto ciò che sta fuori dai confini dell’Unione e non dei singoli stati.

L’Europa, infine, è anche la chiave per gestire in modo virtuoso il tema delle migrazioni dando risposta a chi legittimamente cerca la propria occasione di vivere una vita dignitosa e, contemporaneamente, prospettiva all’invecchiamento demografico, consentendoci di tutelare l’universalità del nostro welfare e di liberare energie e protagonismo dei giovani perché l’Europa sia ciò che era nell’idea dei suoi fondatori, un modello e un’esperienza viva di cittadinanza e una culla di opportunità.

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LegambienteAmianto, la minaccia dimenticata che continua a uccidere

Secondo il dossier “Liberi dall’amianto?” di Legambiente (dati 2018 relativi a 15 Regioni) sul territorio nazionale ci sono circa 370mila strutture contenenti amianto (tra cui 215mila edifici privati, 50mila pubblici, 20mila siti industriali e 65mila coperture in cemento amianto)

da Youtube

Ci sono minacce presunte che ogni giorno nel nostro Paese vengono agitate ad arte sui media e che sono diventate una miniera di consensi elettorali. È ovviamente il caso dei migranti. Ci sono invece minacce vere, che non godono purtroppo della stessa enfasi mediatica e sono incredibilmente lasciate nel dimenticatoio, con tutto quello che ne consegue sull’aumento dei rischi per la vita. Tra queste c’è l’amianto, la fibra killer messa al bando 27 anni fa con la legge 257/92 ma ancora molto diffusa negli edifici del nostro Paese.

Come ogni anno il 28 aprile si celebra la giornata mondiale delle vittime dell’amianto e vale la pena fare il quadro sui danni alla salute e sui ritardi delle bonifiche in Italia. I dati sanitari sono davvero preoccupanti: stando agli ultimi dati diffusi dall’INAIL, in Italia sono stati oltre 21mila i casi di mesotelioma maligno censiti tra il 1993 e il 2012 e oltre 6mila le morti ogni anno.

Nonostante i drammatici dati epidemiologici, il processo di risanamento è incomprensibilmente lento. Secondo il dossier “Liberi dall’amianto?” di Legambiente (dati 2018 relativi a 15 Regioni) sul territorio nazionale ci sono circa 370mila strutture contenenti amianto (tra cui 215mila edifici privati, 50mila pubblici, 20mila siti industriali e 65mila coperture in cemento amianto). Dei 265mila edifici pubblici e privati con strutture in amianto, solo 7mila sono stati bonificati.

Il 28 aprile si celebra la giornata mondiale delle vittime dell’amianto e vale la pena fare il quadro sui danni alla salute e sui ritardi delle bonifiche in Italia

Il piano regionale amianto, da approvare entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge del 1992, nel 2018 doveva essere ancora approvato nel Lazio e nella Provincia Autonoma di Trento. Sullo smaltimento c’è una drammatica insufficienza di impianti di smaltimento su tutto il territorio nazionale: ci sono solo 18 discariche ubicate in 8 regioni.

È davvero urgente una concreta azione di risanamento e bonifica del territorio. Come? Innanzitutto occorre completare al più presto il censimento e la mappatura dei siti contenenti amianto, su cui definire le priorità di bonifica a partire dalle scuole.

Sono fondamentali le attività di informazione rivolte ai cittadini sui pericoli per la salute derivanti dall’esposizione all’amianto e quelle di formazione per il personale tecnico (Asl, Arpa, medici del lavoro) per censire l’eventuale presenza di manufatti contenenti amianto e conoscere le procedure per rimuoverlo.

Devono essere poi ripristinati gli incentivi per la sostituzione dei tetti di amianto con i pannelli fotovoltaici, esauriti alcuni anni fa, previsti nel futuro decreto sugli incentivi alle rinnovabili non ancora in vigore. Si tratta di uno strumento molto efficace che in passato ha portato alla bonifica di 100mila metri quadri di coperture grazie a oltre 11 MW di impianti fotovoltaici installati e connessi alla rete in tutta Italia.

Il numero esiguo di discariche presenti nelle Regioni incide sui costi di smaltimento, sui tempi di rimozione e sulla diffusa pratica dell’abbandono incontrollato dei rifiuti. Non è più sostenibile, soprattutto sotto il punto di vista economico, l’esportazione all’estero dell’amianto rimosso nel nostro Paese, per questo è importante provvedere ad implementare l’impiantistica su tutto il territorio nazionale, con almeno una discarica autorizzata e attiva per regione.

Vale la pena sollecitare l’opinione pubblica su questi numeri e sui pericoli concreti che corriamo ogni giorno vivendo e lavorando in quartieri con diffusa presenza di amianto. Il nemico da cui difendersi non sta sui barconi alla ricerca disperata di un porto, ma sui tetti, nelle canne fumarie, nei pannelli isolanti. Non è poi così difficile da vedere. Basta aprire gli occhi e azionare il cervello.

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Luci ed ombreRinnovabili, mobilità e non solo: tutto quello che l’Italia deve ancora fare per l’ambiente

Trasformare il sistema energetico. Ridurre le emissioni di gas serra. Fermare la febbre del Pianeta. Risanare un clima ormai impazzito. Oggi i ragazzi dei Fridays for Future manifestano ancora a Roma con la presenza di Greta. Hanno tutte le ragioni: la nostra politica deve avere più coraggio

Andreas SOLARO / AFP

Trasformare il sistema energetico. Ridurre le emissioni di gas serra. Fermare la febbre del Pianeta. Risanare un clima ormai impazzito. Saranno queste in sintesi le richieste che oggi emergeranno dai cartelli esposti a Piazza del Popolo dai ragazzi di Fridays for future Roma durante la manifestazione organizzata con la presenza straordinaria di Greta. Hanno tutte le ragioni del mondo.

Dopo il grande successo del primo Sciopero mondiale sul clima dello scorso 15 marzo, che ha visto organizzare in Italia il maggior numero di eventi a livello planetario (230 su un totale di circa duemila scioperi), oggi i ragazzi scendono di nuovo in piazza a Roma per chiedere una svolta al nostro Paese. Ne abbiamo un gran bisogno.

Negli ultimi 15 anni l’Italia ha finalmente iniziato a modificare il suo sistema energetico ma in maniera non ancora adeguata alla sfida dei cambiamenti climatici. Oggi produciamo un chilowattora elettrico su tre da fonti rinnovabili grazie alla diffusione dei pannelli fotovoltaici sui tetti, delle pale eoliche sui crinali delle montagne, delle centrali idroelettriche e degli impianti a biomasse e a biogas. Ma continuano ad esserci centrali a carbone come a Brindisi, Civitavecchia, La Spezia e Monfalcone da chiudere entro il 2025 o impianti termoelettrici che bruciano gas fossile.

Serve che il governo nazionale spinga le istituzioni locali, le imprese private e le società pubbliche a imboccare la strada giusta. Abbiamo necessità di far ripartire gli incentivi alle fonti rinnovabili e di approvare un Piano energia e clima entro la fine dell’anno più ambizioso di quello che abbiamo inviato a Bruxelles

Si stanno diffondendo le tecnologie per ridurre i consumi negli edifici in cui viviamo e lavoriamo ma abbiamo ancora troppi palazzi colabrodo sotto il punto di vista energetico. Le attività produttive nel nostro Paese continuano a consumare troppi combustibili fossili anche quando l’alternativa è a portata di mano (si pensi ad esempio al mondo dell’agroalimentare che potrebbe sfruttare meglio il sole e il vento che lambiscono i terreni agricoli per produrre elettricità oppure gli scarti agricoli e i reflui zootecnici per produrre biometano). Siamo, invece, in forte ritardo nel settore dei trasporti dove la mobilità elettrica fatica ad decollare per lo strabismo del settore automobilistico nazionale, e le merci continuano a viaggiare soprattutto su Tir inquinanti invece che su ferro, perché la politica non ha il coraggio di affrontare la lobby dell’autotrasporto.

Le alternative però sono già disponibili e questo i ragazzi, che oggi riempiranno la piazza romana tra il Pincio e il Tevere, lo sanno bene. Serve che il governo nazionale spinga le istituzioni locali, le imprese private e le società pubbliche a imboccare la strada giusta. Abbiamo necessità di far ripartire gli incentivi alle fonti rinnovabili (nel Paese che foraggia le fonti fossili con quasi 19 miliardi di euro all’anno di sussidi ambientalmente dannosi), di approvare un Piano energia e clima entro la fine dell’anno più ambizioso di quello che abbiamo inviato a Bruxelles, di far pagare chi inquina il clima con le sue lavorazioni industriali a vantaggio di chi usa le tecnologie pulite, di promuovere la rigenerazione urbana in chiave sostenibile fermando il consumo di suolo e riconvertendo il settore dell’edilizia, di rivoluzionare il modo con cui trasportiamo persone e merci. Sembra difficile ma tutto questo si può fare. Basta avere il coraggio che fino ad oggi nessun governo nazionale ha dimostrato. Quello che i ragazzi di Piazza del Popolo pretendono da chi oggi è nella stanza dei bottoni. Perché non c’è il tempo per diventare grandi e farlo loro. Spetta agli adulti, a partire da chi governa il Paese. Conte, Di Maio e Salvini diano una risposta concreta a chi è sceso oggi in piazza con Greta.

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Cambiamento climatico Attenta, Italia: i tornado adesso possono nascere nel Mediterraneo (e la colpa è solo nostra)

Il mare anche nella vita di un tornado conta, e parecchio. La temperatura delle acque è direttamente proporzionale alla potenza distruttrice del tornado: un mare più caldo intensifica la pericolosità. Ecco perché l'aumento della temperatura del Mediterraneo dovrebbe preoccupare anche l'Italia

Questo articolo è frutto della collaborazione tra Linkiesta e One Ocean Fundation, realtà promotrice della Charta Smeralda, un codice etico per condividere i principi e azioni a tutela dei mari stilato per sensibilizzare l’opinione pubblica, gli operatori e tutti gli stakeholder. Contributo realizzato con il contributo di M.M. Miglietta (CNR-ISAC)

Alla parola tornado siamo soliti associare territori lontani, come la Florida e la Louisiana, per esempio. Colpa di Hollywood e dei suoi apocalyptic moovies, ma anche, purtroppo, della distruzione che in più occasioni ha assalito queste zone. Eppure, sempre di più i tornado interessano anche il nostro Paese. Un recente studio, pubblicato dalla rivista International Journal of Climatology della Royal Meteorological Society, ha analizzato, tra il 2007 e il 2016, 10 anni di trombe d’aria e trombe marine che hanno interessato l’Italia.

I risultati sono stati sorprendenti: in alcune aree, come la Liguria, la costa laziale, il Salento e la Pianura Padano-Veneta, la frequenza dei tornado è risultata pienamente confrontabile con quella degli stati USA più soggetti a questi fenomeni. E non si tratta solo di deboli trombe marine che si dissolvono poche centinaia di metri dopo aver toccato terra; nei 10 anni di analisi sono stati anche registrati 25 casi che hanno provocato danni significativi.

Sono i tornado che appartengono al Livello 2, 3 o 4 della “scala Fujita”, utilizzata per stimare l’intensità del fenomeno a partire dai danni causati sul territorio.
Tra questi ultimi, ricordiamo quello di intensità 3 che ha attraversato lo stabilimento ILVA di Taranto nel mattino del 28 novembre 2012, causando danni per oltre 60 milioni di euro e, soprattutto, uccidendo una persona.

Perché il mare, anche nella vita di un tornado come quello sopra descritto, conta, e anche parecchio

Come è successo? La “supercella” – termine che indica i violenti temporali che danno origine ai tornado – che ha generato questa tromba d’aria così disastrosa si è formata per il sollevamento indotto dalle montagne della Sila, e ha preso progressivamente energia spostandosi sul mar Ionio, in quel periodo decisamente più caldo rispetto al suo valore medio.

Perché il mare, anche nella vita di un tornado come quello sopra descritto, conta, e anche parecchio. La temperatura delle acque è direttamente proporzionale alla potenza distruttrice del tornado: un mare più caldo intensifica la supercella che ha generato il tornado, aumentandone la pericolosità. Ecco quindi che la temperatura del mare Mediterraneo, che sta progressivamente aumentando in seguito al riscaldamento globale del Pianeta, e la comparsa di eventuali fronti “inediti” di temperatura marina, possono influenzare notevolmente la formazione e la potenza delle trombe d’aria.

Atmosfera, oceano e onde si “parlano tra loro”, in un fitto e continuo dialogo di azioni e reazioni. In attesa di (auspicati) tempi in cui gli oceani saranno meno caldi, risulta così fondamentale, provare a prevedere l’insorgere di tornado. Come farlo? Abbandonare ogni approccio riduzionistico, e iniziare al più presto a adottare modelli numerici di ultima generazione, che sappiano “accoppiare” cielo e mare.

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La rete unica? Un fallimento totale (lo insegna l’Australia)

Il Governo propone di nazionalizzare l’infrastruttura di rete a banda ultralarga ma l'unico Paese dov'è avvenuto è stato un insuccesso: sono aumentati i costi per i clienti e non si è raggiunta la copertura completa. A dirlo è un'analisi dell'Istituto Bruno Leoni

Australian National Broadband Network

Il Governo ha un piano: nazionalizzare l’infrastruttura di rete a banda ultralarga per garantire una copertura capillare nel Paese e rendere efficiente il sistema delle telecomunicazioni. Ma una rete unica pubblica rischia di essere una strategia fallimentare. Sono anni che si parla della possibilità di un monopolio di Stato della fibra unica per evitare investimenti privati (finora pochi anche perché manca una decisione definitiva sul tema) non coordinati di più soggetti, dei duplicati che renderebbero il sistema frammentato e inefficiente. Una rete pubblica invece garantirebbe la concorrenza sui servizi che potrebbero appoggiarsi a una fonte unica. Tradotto: infrastruttura pubblica: competizione degli operatori privati. L’idea del governo è quello di replicare due modelli vincenti di monopolio pubblico: Terna nel mercato dell’energia elettrica e Snam nel mercato gas. Ma le telecomunicazioni, forse, sono un’altra cosa. Siamo sicuri che sia la scelta migliore? Finora c’è solo una caso al mondo di Paese che si è dotato di una rete unica, l’Australia, e non è andata benissimo.

A dirlo è un’analisi di Massimiliano Trovato, fellow dell’Istituto Bruno Leoni che ha studiato il piano National Broadband Network lanciato in Australia dal governo laburista nel 2009. L’obiettivo iniziale era ambizioso: cablare il 93% delle abitazioni con la tecnologia FTTH che avrebbe garantito una velocità di connessione pari ad almeno 100 Mbps. Per farlo il governo aveva previsto un investimento tra i 37 e i 43 miliardi di dollari australiani e una politica aggressiva verso i concorrenti privati che per legge avrebbero potuto investire solo nelle zone meno remunerative e sarebbe stata loro preclusa l’integrazione verticale. Così il National Broadband Network società a totale partecipazione pubblica, in regime di sostanziale monopolio avrebbe dovuto rivendere l’accesso agli operatori dei servizi su base non discriminatoria e a prezzi uniformi a livello nazionale.

Nel piano originale la velocità di connessione doveva essere di almeno 100 Mbps. Dopo otto anni e 51 miliardi spesi: l’80 per cento dei collegamenti hanno velocità inferiore ai 25 Mbps. L’Australia è il solo Paese Ocse con la Grecia a non offrire connessioni superiori ai 100 Mbps ed è il sessantesimo paese al mondo per velocità delle connessioni fisse.

Nel 2013, il nuovo governo guidato dal partito liberale ha dovuto rivedere il progetto perché il piano richiedeva 30 miliardi in più del previsto e i lavori sarebbero terminati con quattro anni di ritardo, nel 2024. Per abbattere i costi il governo australiano ha abbandonato il modello di rete FTTH a favore di un mix di tecnologie. Ma a oggi solo il 54% delle utenze sono state cablate (7 milioni contro i 13 previsti dal progetto). Il problema è anche nella penetrazione del servizio è carente: solo il 57% è stato attivato (4 milioni di utenze). Anche per questo l’Australia è al diciottesimo posto su trentasei paesi Ocse, con un tasso di penetrazione del 33,2 per cento, appena superiore alla media. Ma il dato che fa alzare più di un sopracciglio è la qualità del servizio. Nel piano originale dei laburisti la velocità di connessione doveva essere di almeno 100 Mbps. Dopo otto anni e 51 miliardi spesi: l’80 per cento dei collegamenti hanno velocità inferiore ai 25 Mbps. L’Australia è il solo Paese Ocse con la Grecia a non offrire connessioni superiori ai 100 Mbps. Un altro dato mostra la differenza di efficienza tra pubblico e privato: l’Australia è il sesto paese al mondo per velocità delle connessioni mobili e appena il sessantesimo paese al mondo per velocità delle connessioni fisse.

Il rallentamento dei lavori nel settore pubblico è fisiologico, si dirà, l’importante è che i prezzi siano bassi. Ma non è così. Perché i collegamenti a 50 e 100 Mbps, offerti da NBN attraverso tecnologie miste, costano agli operatori tra i 45 e i 65 dollari australiani al mese. Addirittura per le connessioni da 1 Gbps, offerte in tecnologia FTTP, si supera il prezzo all’ingrosso di 150 dollari australiani. Prezzi non proprio competitivi. Secondo la società inglese di comparazione prezzi Cable, nel 2018, solo negli Stati Uniti c’è un prezzo medio più alto di quello australiano. Per dire in Italia non si raggiungono nemmeno i 30 dollari al mese.

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1000 alberi 100 giorniAnche Fim Lombardia pianta alberi: così sindacato, industria e lavoratori diventano sostenibili

Il sindacato aderisce alla campagna per la riforestazione, ultima di tante azioni nel segno della sostenibilità: dallo smart working all’industria 4.0 e le rinnovabili, l’impegno di Fim Cisl continua a battere la strada della sostenibilità ambientale (ma anche economica e sociale). Per tutti

Photo by Patrick Hendry on Unsplash

La FIM Lombardia partecipa con convinzione alla realizzazione della foresta de Linkiesta, piantandoci alberi perché, come spiega bene l’iniziativa, la riforestazione è un tema cruciale della nostra epoca. Questo progetto, che va sostenuto, ha il merito di tenere accesi i riflettori sulla questione ambientale che deve diventare una pratica quotidiana.

Piantare un albero ha il significato, anche, di ricostruire speranza tra le persone, asciugando la pozzanghera di malessere e rancore che alimenta il populismo e l’egoismo che soffocano ambiente e solidarietà. Scienziati e climatologi ci avvertono che il riscaldamento globale ci porterà presto al punto di non ritorno. A livello planetario, questi cambiamenti, accelerati da pratiche irresponsabili dell’uomo, sono già oggi causa di carestie e conflitti e sono uno dei motivi che spingono le persone a lasciare la propria terra; entro la fine del secolo, l’Africa, ci dicono i mega-trend, diventerà un continente abitato da quattro miliardi di persone, ognuna con il diritto di vivere una vita dignitosa. Di contro, noi viviamo nella nazione che sta marciando inesorabile verso il precipizio demografico, nel continente che più sta invecchiando: nel 2032, nel nostro Paese, il numero dei settantacinquenni supererà quello dei trentacinquenni. Un Paese di anziani, per natura, ha una visione di corto respiro, il contrario di ciò che servirebbe a progettare il futuro.

Dal punto di vista del lavoro, invece, è necessario un intreccio sempre più forte con le tematiche ambientali, per tenere insieme, come dice Papa Francesco, un nuovo paradigma di sviluppo con gli impatti etici e sociali, riuscendo a combattere la negazione, l’indifferenza, la rassegnazione, favorendo la fiducia in soluzioni positive. In questi anni, nelle molte vertenze in cui siamo stati protagonisti, abbiamo collegato i rilanci industriali alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica, dimostrando che, anche nel nostro Paese, lavoro, cura dell’ambiente e tutela della salute possono, e devono, coesistere. Sulle innovazioni, i diversi accordi realizzati sullo smartworking, oltre a migliorare la produttività, sono in grado di abbattere le emissioni di CO2 grazie al risparmio sul riscaldamento degli uffici e alla riduzione del traffico, dovuti alla possibilità di lavorare da casa. È la dimostrazione di quanto sia fondamentale avere una visione prospettica e di sistema che, purtroppo, la politica sembra non avere ancora.

Industria 4.0 e nuove tecnologie sono la strada per poter umanizzare il lavoro e tracciare un nuovo modello di ben-essere puntando sull’economia circolare, sulla realizzazione delle infrastrutture necessarie per realizzare una mobilità sostenibile, sulle energie rinnovabili, sul superamento del carbone entro il 2025, sull’autonomia energetica, sulla riqualificazione delle fabbriche, delle abitazioni e delle città: combinazioni vincenti che tengono insieme eco-sostenibilità e creazione di nuovi posti di lavoro.

La Fim Cisl, da tempo, ha aperto dei varchi importanti su queste tematiche. Fondamentale, ad esempio, il ruolo attivo nella pratica del “voto col portafoglio” teorizzato e promosso dall’economista Leonardo Becchetti e che per noi è diventato un nuovo strumento di lotta sindacale

La Fim Cisl, da tempo, ha aperto dei varchi importanti su queste tematiche. Fondamentale, ad esempio, il ruolo attivo nella pratica del “voto col portafoglio” teorizzato e promosso dall’economista Leonardo Becchetti e che per noi è diventato un nuovo strumento di lotta sindacale. Uno straordinario strumento di partecipazione civile con cui i cittadini, ogni giorno, con i propri consumi, possono premiare le imprese sostenibili dal punto di vista economico, sociale e ambientale, riprendendosi il mercato, orientandone le scelte e condizionando anche la Politica. Le imprese sostenibili dal punto di vista ambientale sono quelle che hanno più efficienza, maggiore produttività e, dunque, migliori condizioni di lavoro.

Occorrono dunque coesione, forza e lungimiranza che sappiano tenere insieme capacità di analisi e concretezza nell’azione politica e siano in grado di tracciare un nuovo modello di sviluppo sostenibile. L’Europa può interpretare il ruolo guida di questo cambiamento. Alla politica dei dazi preferiamo quella che stimoli e sposti la competitività delle imprese sul campo della sostenibilità economica, sociale e ambientale. La tecnologia può essere la grande alleata per guidare la transizione verso un’Europa attenta all’efficienza energetica, alla mobilità sostenibile, all’economia circolare, rilanciando la produttività nei vari stati e creando nuove occasioni di lavoro.

Pepe Mujica, che la Fim ha avuto l’onore di ospitare in un convegno la scorsa estate, ricorda che ai tempi della sua giovinezza si conviveva con il terrore dell’olocausto ambientale, un vero e proprio deterrente che si muoveva dalla consapevolezza della catastrofe possibile; per gli stessi motivi, secondo lui, i giovani, oggi, devono vivere con il terrore dell’olocausto ambientale, sentimento necessario per agire e pensare in modo da mettere al centro la sostenibilità ambientale.

Una sfida impegnativa che vinceremo tutti insieme giocando di squadra e rigenerando un progetto culturale collettivo. Il grande psicologo Ugo Morelli lo chiamerebbe “conflitto cooperativo”, un ossimoro che ci spiega come dall’incontro di più soggetti (cum fligere) possa partire la generazione di qualcosa di nuovo (operare insieme), esattamente come dall’incontro tra il seme e la terra nasce appunto la pianta.

Abbiamo ricevuto il mondo in prestito dai nostri figli. Dobbiamo riconsegnarlo loro meglio di come lo abbiamo ricevuto. Abbiamo le forze e le intelligenze per poterlo fare.

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Energia greenBasta sussidi alle fonti fossili, usiamo quei 18 miliardi per rimettere a posto l’Italia

Edoardo Zanchini, vicepresidente Legambiente: "Ogni anno il Governo fa esenzioni su tasse e accise, sconti su canoni e concessioni a chi estrae gas e petrolio. Ma le fonti rinnovabili sono competitive: sappiamo i danni alla salute e al clima che producono i fossili"

HAIDAR MOHAMMED ALI / AFP

«È colpa dei vincoli e dei burocrati di Bruxelles se sono bloccati gli investimenti di cui il Paese ha bisogno!». Abbiamo sentito ripetere talmente tante volte questi slogan che ci siamo quasi convinti che il nostro Paese non abbia margini di manovra per cambiare la difficile situazione che stiamo attraversando, se non nella direzione di ulteriori tagli, e meno che mai li abbia per scegliere la strada della transizione verso un economia sostenibile da un punto di vista sia ambientale che sociale. Non è così, al contrario se si guarda con attenzione dentro il bilancio dello Stato si scoprono rendite e privilegi di cui godono proprio coloro che estraggono gas e petrolio, oppure le imprese che producono energia elettrica con vecchie centrali a carbone o a olio combustibile. Sia chiaro, queste regole erano motivate da ragioni sociali e economiche che avevano senso fino a qualche anno fa per garantire un energia a prezzi accessibili per tutti. Ma oggi che le fonti rinnovabili sono competitive, e che conosciamo i danni alla salute e al clima che provocano le fonti fossili, perché non cambiare?

La descrizione dei sussidi diretti e indiretti contro il clima è pubblicata in un dossier realizzato da Legambiente che mette in fila i 18 miliardi di euro all’anno tra esenzioni su tasse e accise, sconti su canoni e concessioni. Alcuni esempi sono davvero incredibili, come il fatto che sulle isole minori italiane baciate dal sole si regalino milioni di euro a vecchi impianti diesel. O che non si paghino tasse per estrazioni di petrolio e gas sotto certe soglie e che le royalties che Eni paga alle Regioni poi le possa dedurre dalle tasse. Ci ripetiamo, ai tempi di Enrico Mattei il sistema fiscale messo in piedi dal nostro Paese aveva un senso. Ma oggi? In questi anni anche i 5 Stelle si erano battuti contro questi sussidi, denunciando giustamente le scelte contraddittorie del Ministro Calenda, ma ora che sono al Governo sembra che non siano più una priorità.

Addirittura il Catalogo dei sussidi che il Ministero dell’Ambiente annualmente dovrebbe, per Legge, pubblicare proprio quest’anno è saltato e non se ne hanno notizie. Più grave è che nella proposta di Piano energia e clima presentata dal Ministro dello Sviluppo economico Di Maio il tema sia solo accennato e che ogni intervento sia rinviato a livello europeo. Davvero chiamare in causa Bruxelles è quanto di più ipocrita si possa fare, perché è completamente nelle mani del Governo italiano la decisione rispetto a scelte di fiscalità che riguardano le trivellazioni o i sussidi agli autotrasportatori, il miliardo e mezzo di Euro di sconti di cui beneficia il trasporto aereo, come i 5 miliardi che vale la differenza di tassazione tra la benzina e il diesel, con vantaggio proprio per il carburante più inquinante.

Per le rinnovabili non servirebbero neanche risorse, perché anche solo cancellando questi sussidi sarebbero competitive. La sfida piuttosto è politica, perché occorre accompagnare nei diversi settori una transizione che cambia abitudini e cancella privilegi.

La responsabilità di cambiare questa situazione spetta al Governo, che dovrà spiegare perché queste risorse oggi date alle fossili non possano essere spostate per rilanciare la sanità, la scuola, la manutenzione del territorio. Per le rinnovabili non servirebbero neanche risorse, perché anche solo cancellando questi sussidi sarebbero competitive. La sfida piuttosto è politica, perché occorre accompagnare nei diversi settori una transizione che cambia abitudini e cancella privilegi. Per cui agli autotrasportatori bisognerà spiegare che i sussidi non saranno più a pioggia per i pedaggi autostradali e per i carburanti ma per investimenti che consentano di ridurre i consumi e di accelerare una logistica che utilizzi al meglio trasporto su gomma, su ferro e su nave. Gli stessi obiettivi valgono per le centrali elettriche e per il trasporto aereo, per passare da un sistema di distribuzione di risorse senza criteri a uno che spinga gli investimenti in efficienza. Sono innovazioni di cui il nostro Paese ha uno straordinario bisogno anche per creare lavoro di qualità, con competenze che permettano di affrontare la concorrenza.

In un appassionato intervento al Congresso degli Stati Uniti pochi giorni fa, la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha denunciato la falsità e assurdità delle accuse lanciate contro la sua proposta di Green New Deal, che viene descritto come un provvedimento pensato per le elite. Lo vadano a dire, ha risposto, ai bambini che soffrono di asma nel Bronx per l’inquinamento dell’aria o agli abitanti di Flint, nel Michigan con malattie ai reni e al fegato per colpa di un acqua che non era potabile perché piena di piombo. Il primo passo per la rivoluzione verde di cui abbiamo bisogno comincia con il coraggio di dire basta a regole che garantiscono privilegi senza senso per qualcuno e di aprire ad un cambiamento capace di restituire una speranza nel futuro

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Agroalimentare: per l’Ue la sostenibilità vale 10mila miliardi (ma l’Italia la snobba)

La scorsa settimana, il Parlamento europeo ha presentato il Rapporto strategico annuale su 17 obiettivi che entro il 2030 puntano a rendere il nostro pianeta un posto più giusto e vivibile. Dal cibo all’agricoltura, dall’energia, allo sviluppo urbano. Un potenziale ancora ignorato dalla politica

PHILIPPE HUGUEN / AFP

La scorsa settimana, il Parlamento europeo ha presentato il Rapporto strategico annuale sull’implementazione e il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) entro il 2030 promossi dalle Nazioni Unite. I 17 obiettivi e i relativi 169 sotto-obiettivi, noti anche come Agenda 2030, mirano a rendere il nostro pianeta un posto più giusto e vivibile, intervenendo su una pluralità di aspetti: dalla povertà alla fame, dalla salute ai cambiamenti climatici, dall’istruzione all’uguaglianza sociale. Il rapporto presentato dal Parlamento UE sottolinea esplicitamente che «raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile nell’area del cibo, dell’agricoltura, dell’energia, dello sviluppo urbano e della salute potrebbe aprire opportunità di mercato superiori a 10mila miliardi di euro». Nonostante l’immenso potenziale, però, questa opportunità non ha ricevuto finora l’attenzione che meriterebbe, soprattutto nel nostro Paese.

Il tema della sostenibilità non è certo una novità per l’Unione europea, ma è attraverso la definizione degli SDGs da parte delle Nazioni Unite che esso è diventato centrale nell’agenda politica comunitaria, anche alla luce degli impegni internazionali assunti dai vari Stati membri. Questi impegni si fondano sulla consapevolezza che il pianeta in cui viviamo dispone di risorse limitate e che quindi ogni attività posta in essere dagli esseri umani dovrebbe fondarsi su un’organizzazione strategica più efficiente dal punto di vista della sostenibilità ambientale, economica e sociale. L’obiettivo delle istituzioni europee è raggiungere i target di sviluppo sostenibile individuati dall’Onu entro il 2030 con risultati equamente distribuiti tra tutti gli Stati membri, senza lasciare nessuno indietro. Per fare ciò, è necessario che le politiche decise a livello internazionale e comunitario trovino effettiva attuazione all’interno degli Stati membri, per poi scendere ulteriormente lungo questa sorta di “piramide della sostenibilità” fino ad arrivare agli enti locali e ai singoli cittadini e alle imprese.

Un prodotto realizzato in maniera più sostenibile e in grado di raggiungere i target degli SDGs deve valere di più di un prodotto che invece non rispetta queste regole


Raffaele Maiorano

Da ormai diverso tempo, infatti, la figura dell’imprenditore agricolo e agroalimentare è cambiata, ed è impossibile tornare indietro. La politica agricola comunitaria (PAC), in relazione al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, pur mantenendo al centro l’assicurazione del reddito per gli agricoltori, riconosce la nuova natura dell’imprenditore agricolo che, infatti si pone al tempo stesso come attore che, da un lato, garantisce una produzione agroalimentare sostenibile (ad esempio mantenendo un alto livello di sicurezza alimentare) e, dall’altro, fornisce anche beni pubblici e servizi ecosistemici (ad esempio tutela il patrimonio ambientale, produce – auspicabilmente sempre di più – energia rinnovabile, recupera gli scarti di produzione secondo un modello di economia circolare ecc.).

Il tema della sostenibilità, tuttavia, non può essere affrontato solamente a livello di governance e di policies, ma occorre che quest’ultime siano capaci di incentivare le imprese a investire nella sostenibilità ambientale, economica e sociale. In altre parole, leggi e norme sono sicuramente uno strumento importante per il raggiungimento di questi obiettivi, ma l’impresa oggi vede calare dall’alto regole e non percepisce l’importanza degli SDGs stessi: la sostenibilità non deve “strozzare” gli imprenditori o obbligarli a sostenere nuovi costi, ma è effettivamente un’opportunità di investimento e di guadagno.

Di conseguenza, se l’obiettivo è rafforzare la capacità di produrre cibo o materie prime poi utilizzate per il food che siano il più possibile sostenibili dal punto di vista ambientale, è fondamentale che i prodotti che al termine del ciclo produttivo arrivano nelle mani dei consumatori possano godere di una maggiore valorizzazione. Un prodotto realizzato in maniera più sostenibile e in grado di raggiungere i target degli SDGs deve valere di più di un prodotto che invece non rispetta queste regole. Per raggiungere questo obiettivo risulta cruciale, da un lato, realizzare un’importante operazione di educazione e di informazione (che riguardi tanto il produttore quanto il consumatore) e, dall’altro, mettere in piedi un sistema di incentivi pubblici che facilitino gli investimenti in questo settore valorizzando gli sforzi degli imprenditori. Insomma, lo Stato può fare la sua parte con un’illuminante attività regolatoria, i cittadini-consumatori possono e devono informarsi, e le aziende devono affermare la propria centralità fondata sulla responsabilità. Le organizzazioni del settore, in primis Confagricoltura, sono pronte ad affrontare questa sfida. È ora che anche il governo e il legislatore facciano la loro parte.

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Ecco l’Umarell, la nostra icona del progresso sostenibile (in regalo se pianti gli alberi con noi)

Un omino anziano, di quelli che trascorrono ore davanti ai cantieri: questo è l’Umarell, ora diventato un imprescindibile accessorio da tenere accanto al pc per stimolare la produttività. È stampato in 3D con un materiale biodegradabile da TheFabLab

Per chi ancora non lo sapesse, in dialetto bolognese “Umarell” significa omino, anziano, signore in pensione, figura diventata celebre per la sua posta davanti ai cantieri: braccia dietro la schiena, leggero sbilanciamento del busto in avanti e quel continuo e insistente (quasi morboso) osservare il lavoro degli altri. Nel Natale del 2017 la startup che ho co-fondato, attiva nel mondo della stampa 3d e dell’industry 4.0, ha proposto sul mercato una versione digitale di questo mito della nostra società e della nostra cultura, una piccola statuetta stampata 3d da tenere sulla scrivania, accanto al nostro personal computer, per osservarci lavorare. Lo slogan con cui abbiamo lanciato il prodotto (“La cosa più difficile da fare è lavorare duro quando nessuno ti guarda”), ha trasformato questa idea in un prodotto di culto e tutte le televisioni e i quotidiani ne hanno parlato per settimane. Addirittura il nostro Umarell è diventato protagonista di alcune scene dell’ultimo film di Fabio De Luigi.

Oggi siamo molto felici di essere a fianco de Linkiesta in questa iniziativa che guarda al futuro in modo sostenibile, infatti crediamo che l’Umarell possa essere preso ad esempio anche come icona della sostenibilità, qui sotto vi spiego perchè.

Parto da una premessa: sono convinto che l’homo sapiens non possa e non voglia tornare indietro, vivendo una vita di privazioni o di minori opportunità rispetto al passato. Dunque l’unico strada per rendere sostenibile gli stili di vita che abbiamo raggiunto, è quella che prevede ricerca e sviluppo di nuove tecnologie che rendano più efficienti ogni nostro processo di consumo.

Nel suo piccolo, l’Umarell ha tutte le carte in regola per rappresentare un caso virtuoso in questa direzione:

  1. È stampato 3d, quindi senza scarti di produzione: essendo prodotto per addizione, atomo dopo atomo, laser by layer, tutto il materiale viene utilizzato per il prodotto.
  2. È prodotto on demand, questo significa che non facciamo magazzino e non rischiamo di avere degli esuberi di produzione.
  3. È prodotto a km 0 o quasi, abbiamo una rete di stampanti 3d distribuite sul territorio italiano e stampiamo il prodotto nel punto più prossimo al cliente finale, facendo viaggiare i bit e non gli atomi, risparmiando carburante e traffico inutile per le città.
  4. Ma soprattutto è prodotto con un materiale biodegradabile, lo stesso che viene usato per i sacchetti della spesa: si chiama PLA (Acido Polilattico) di derivazione naturale e soprattuto compostabile.

Insomma l’Umarell è un anziano digitale che osserva cantieri digitali, i vostri computer e siamo convinti che possa incrementare anche la nostra sostenibilità come consumatori del XXI Secolo.

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#GlobalstrikeforfutureTutti con Greta: finalmente i giovani scendono in piazza per il clima

Oggi in più di 100 paesi i giovani manifestano per fermare la febbre del pianeta. Legambiente è con loro nelle piazze italiane, da Roma a Potenza, da Milano alla costa pugliese, per chiedere di ridurre l'uso delle fossili. Perché le tecnologie ci sono, ma a mancare è una politica davvero coraggiosa

Axel Heimken / AFP

Houston negli Stati Uniti, Lagos in Nigeria, Alessandria d’Egitto. Sono tre delle città simbolo dell’estrazione di petrolio e gas dove oggi si terranno alcuni dei quasi 2.000 scioperi sul clima organizzati dagli studenti in più di 100 paesi di tutto il mondo. È arrivata finalmente la giornata mondiale della ribellione giovanile contro le mancate politiche per fermare la febbre del Pianeta, lanciata qualche mese fa da Greta Thunberg. I numeri della mobilitazione mondiale sono un segnale importante per il futuro dell’umanità.

Oggi è una bella giornata anche per l’Italia. Il primo sciopero degli studenti italiani sui cambiamenti climatici infatti è una novità assoluta per chi, come noi, si batte dal 1980 per cambiare le politiche energetiche del nostro Paese. L’Italia, con Francia, Germania e USA, è uno dei paesi dove si organizzeranno più manifestazioni del Global strike for future. Legambiente, con i suoi circoli locali e le sue giovani leve, sarà presente in 140 piazze d’Italia per chiedere una svolta sulle politiche italiane per ridurre le emissioni di gas serra e lo smog causati dai combustibili fossili, come richiesto autorevolmente anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei giorni scorsi.

Abbiamo promosso manifestazioni nelle metropoli – come a Roma, Milano, Napoli e Palermo -, nei comuni più piccoli e nei territori in prima linea contro l’estrazione di fossili da sottosuolo e fondali marini. Saremo a Potenza nella regione dove si estrae petrolio in Val d’Agri dal bacino a terra più grande d‘Europa; a Scicli nel ragusano, la cui costa è minacciata dalla piattaforma petrolifera Vega su cui è attiva una richiesta di ampliamento bocciata dalla Commissione Via ma non ancora archiviata; a Ravenna al centro nelle settimane scorse delle polemiche di enti locali, aziende e sindacati contro ogni norma per ridurre le estrazioni di idrocarburi; a Bari e Barletta sulla costa pugliese al centro di una immensa istanza di prospezione di idrocarburi che riguarda il medio e basso Adriatico.

Le tecnologie alternative già esistono e sono state installate sul territorio italiano. Quello che manca è una politica coraggiosa del governo nazionale, delle amministrazioni regionali e locali, delle imprese che sia in grado di diffonderle in ogni comune italiano

Tutti i ragazzi scenderanno in piazza per chiedere di ridurre l’uso delle fossili per produrre elettricità, per riscaldare gli edifici, per muovere persone e merci, per le attività produttive. Le tecnologie alternative già esistono e sono state installate sul territorio italiano: il fotovoltaico, l’eolico o il solare termodinamico per produrre energia elettrica; il solare termico, le pompe di calore e il cappotto isolante per riscaldare o raffrescare poco e meglio case e luoghi di lavoro; la trazione elettrica o a biometano da rifiuti per spostarsi in modo più sostenibile. Quello che manca è una politica coraggiosa del governo nazionale, delle amministrazioni regionali e locali, delle imprese che sia in grado di diffonderle in ogni comune italiano. Non ne sarebbero felici le aziende del petrolio, carbone e gas, ma i polmoni e il portafoglio dei cittadini e la salute del Pianeta ne beneficerebbero in modo evidente.

Come fare allora? L’unica leva da utilizzare è quella economica. Si polemizza spesso per i 14 miliardi di euro che ogni anno finanziano le fonti rinnovabili ma non si fa lo stesso per i 16 miliardi di euro di sussidi annui che garantiamo alla lobby del petrolio. Su questo il governo nazionale ha un potere decisionale straordinario. Il M5S, quando nella scorsa legislatura era all’opposizione, utilizzava giustamente come una clava i cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi per picchiare duro contro i governi di allora, denunciando il loro asservimento alle compagnie petrolifere. Ora nello scranno più alto del Ministero dello Sviluppo Economico c’è Luigi Di Maio, capo politico del Movimento. La legge di bilancio approvata a fine 2018 non ha tolto neanche un centesimo di euro alle società dell’Oil&Gas. Quanto tempo dobbiamo aspettare ancora per la fine di questo sperpero insensato dei soldi dei contribuenti del nostro Paese?

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Imparare greenLa lezione di Greta Thunberg: la rivoluzione verde parte dalle scuole (e su quelle bisogna investire)

Al Grande Sconvolgimento si dovrebbe rispondere con una parola: conoscenza. Per questo dovremmo iniziare rendendo le scuole piccole centrali di energia pulita, puntando su qualità della formazione, investimenti in ricerca e la costruzione di un sistema che sappia renderci più forti e consapevoli

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Greta Thunberg ha iniziato il 20 agosto 2018 con il suo sciopero dalla scuola. Per questo lei e i ragazzi che l’hanno seguita sono stati attaccati da alcuni governi, quello australiano, per primo, e quello inglese, recentemente. Non va bene che i bambini non vadano a scuola, dicono. Ed è certamente così. E Greta lo sa benissimo, se è vero che la sua iniziativa parte dagli studi scientifici, dai rapporti internazionali, da uno studio compiuto in famiglia, come racconta, accompagnato anche da alcune precise e impegnative scelte personali (i Thunberg non prendono più l’aereo, non mangiano carne, hanno installato pannelli solari e creato un orto nel cortile, scelgono insomma comportamenti coerenti con il messaggio che ogni venerdì Greta offre al mondo). E la sua iniziativa porta agli studi scientifici, se è vero che, come ha ricordato qualche giorno fa ai leader e ai commissari Ue, la loro richiesta non è che i potenti ascoltino Greta e le ragazze e i ragazzi per il clima, ma che ascoltino gli scienziati, finalmente, dopo anni di errori e di distrazioni.

E allora la nostra proposta è che a partire dal 15 marzo si parta dalle scuole, quelle di Greta e dei nostri figli. Perché, oltre alle manifestazioni, ci vuole una proposta. Immediata, concreta. Necessaria e urgente, come vorrebbe la nostra Costituzione. E da dove si parte, se non dalla scuola? Investiamo nelle scuole, dal punto di vista fisico e strutturale, rendiamole efficienti energeticamente, facciamole diventare piccole centrali di produzione di energia pulita. I soldi che servono si recupereranno in pochi anni. È sufficiente investire ora. Anche per renderle più sicure, tutte, senza eccezioni.

La soluzione operativa consiste nell’istituzione di un fondo in capo al Ministero dell’Ambiente per un piano quadriennale di investimenti in ‘Energia Pulita per gli Edifici Pubblici’, iniziando dalle scuole. Un piano che preveda il supporto alle amministrazioni pubbliche per realizzare una analisi energetica approfondita delle scuole e nelle strutture che ne siano ancora prive, che individui gli interventi più urgenti per iniziare a risparmiare energia e denaro pubblico, e che preveda sia l’installazione di 0,5 GW di impianti fotovoltaici all’anno sui tetti degli edifici, sia la possibilità per le amministrazioni di essere accompagnate nell’accesso agli strumenti di incentivazione e supporto agli investimenti già esistenti (conto termico, bandi regionali, fondi di rotazione etc). La spesa che prevediamo è pari 700 milioni di euro l’anno e la copertura andrebbe individuata dal medesimo Ministero dell’Ambiente nella revisione dei cosiddetti sussidi ambientali dannosi.

Investiamo nella scuola e nella ricerca, perché per salvare il mondo e per salvare anche i nostri piccoli, l’unica cosa che conta e conterà sempre di più è la qualità della formazione, gli investimenti in ricerca, la costruzione di un sistema che sappia renderci più forti e consapevoli

Investiamo nelle scuole, facendo partecipare i ragazzi e le loro famiglie a un percorso collettivo di sensibilizzazione. Non una materia in più, ma un approccio che non può (più) mancare. E investiamo nella scuola e nella ricerca, perché per salvare il mondo e per salvare anche i nostri piccoli, l’unica cosa che conta e conterà sempre di più è la qualità della formazione, gli investimenti in ricerca, la costruzione di un sistema che sappia renderci più forti e consapevoli.

Facciamolo, forze politiche, associazioni, gruppi parlamentari, Parlamento e governo. Facciamolo, però, ciascuno di noi, nelle nostre scuole, con le nostre famiglie, con i nostri ragazzi. Al Grande Sconvolgimento si dovrebbe rispondere prima di tutto con una parola: conoscenza. Una società che punta tutto sulla formazione – pubblica! – e sul rinnovo costante delle competenze della propria forza lavoro, è meno vulnerabile al cambiamento climatico, alle trasformazioni demografiche, finanche alle trasformazioni che la robotizzazione apporterà al mercato del lavoro.
Se non interverremo, la maggiore disuguaglianza futura si sovrapporrà a quella del presente, incrementando il livello di rischio sociale. La distribuzione del reddito in Italia è già caratterizzata da una forte difformità e il ‘climate change’ non potrà che rafforzare e ampliare tale divario, operando una profonda separazione fra chi detiene i mezzi per affrontare il diluvio e chi no.

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