Tre anni e mezzo dopo l’attacco di al Qaida all’America, nel resto del mondo qualcosa, appena un po’, è cambiato. C’era chi temeva, o addirittura auspicava, che l’aggressiva risposta di Washington alla guerra dichiarata dai fondamentalisti arabo-islamici potesse fallire miseramente e magari causare la rivolta delle piazze arabe. Invece quando le piazze arabe hanno avuto per la prima volta la possibilità di esprimersi liberamente il risultato è stato quello previsto dai cosiddetti ideologi neoconservatori: un virtuoso effetto domino, un vorticoso e irresistibile contagio democratico. Certo non è stata una passeggiata, certo ancora la strada è lunga, certo l’Iran degli ayatollah non mostra segni di cedimento, ma i risultati fin qui ottenuti, e in così breve tempo, dimostrano come i cocciuti ideologi fossero gli altri, i realisti, i difensori dello status quo e coloro che volevano condannare gli arabi alla dittatura perenne.
Ecco un riepilogo di quanto è successo dall’11 settembre 2001.
1) Il regime fascista-islamico dei talebani è stato abbattuto, a ottobre gli afghani hanno votato liberamente il proprio presidente. Una donna è diventata governatrice di una provincia. L’Afghanistan ha ripreso un cammino di civiltà.
2) Il regime nazionalsocialista, un po’ nazi e un po’ comunista, di Saddam Hussein è stato abbattuto da un intervento armato anglo-americano. Due anni dopo, gli iracheni hanno votato per la prima volta e ora discutono liberamente le regole di convivenza e il proprio futuro. I nostalgici del regime e i fascisti islamici tentano di impedirlo, così uccidono gli stessi iracheni, non più gli americani.
(segue dalla prima pagina) Gli iracheni purtroppo continuano a morire (per mano dei terroristi, non degli americani), anche se in quantità inferiore rispetto a quando gli assassini non erano costretti a nascondersi, ma stavano al potere. Ieri ci sono stati oltre cento iracheni uccisi davanti a un ospedale, senza che nessun pacifista abbia protestato o chiesto il ritiro delle truppe terroriste straniere che occupano l’Iraq.
3) Israele si ritirerà da una parte dei territori occupati nel 1967 dopo una guerra subita e vinta. Prima della svolta post 11 settembre, sembrava impossibile. Ora si parla di Stato palestinese anche in Israele. E’ accaduto perché Bush ha scelto di chiudere i rapporti con Yasser Arafat, il responsabile del fallimento del processo di pace.
Due anni di porte sbattute in faccia al dittatore, e a chiunque lo avesse sostituito senza una legittimazione popolare, hanno convinto la classe dirigente palestinese a uscire dal vicolo cieco in cui Arafat aveva cacciato il suo popolo. Ci sono state le elezioni, ora c’è una speranza concreta di pace.
4) La Siria più che uno Stato è un’organizzazione terrorista, nonostante Repubblica ieri abbia lodato per due pagine il dittatore Assad come uomo di pace. I siriani hanno paura, si sentono circondati dall’abbattimento dei tiranni amici. Ecco perché cercano un asse con l’Iran, supportano gli attentati in Israele e, come dicono a Beirut, hanno ucciso l’ex premier libanese che chiedeva il ritiro delle truppe d’occupazione siriane (a proposito: perché i pacifisti non ne hanno mai chiesto il ritiro?).
5) I libanesi sono scesi in piazza e non sono più tornati a casa. Protestano, urlano a squarciagola "Syria out now". Ieri il governo filosiriano è stato costretto a dimettersi. Sembra il 1989 o l’Ucraina.
5) Già, c’è anche l’Ucraina. Non c’entra con il medio oriente, ma nel frattempo gli americani hanno fatto anche questo: finanziato l’opposizione democratica e antirussa, fregandosene dell’amico Vladimir Putin, al quale hanno fatto capire che non gli saranno permesse interferenze sul fronte della democrazia. Sebbene per Ennio Caretto del Corriere Bush abbia perso la conferenza stampa con Vladimir Putin (ora Bush sarebbe sotto 4 a 0, avendo perso anche i tre dibattiti con John Kerry), la realtà è un’altra. Il progetto neocon di esportazione della democrazia, con le buone o con le cattive, ha ottenuto due grandi successi in casa dello zar russo. Oltre alla rivoluzione arancione di Kiev infatti c’è stata anche la rivoluzione delle rose in Georgia. Le prossime tappe di questo vorticoso processo saranno in Moldova e in altre ex Repubbliche sovietiche.
6) Grazie al voto iracheno, in Egitto si fa strada un’opposizione democratica che chiede riforme e democrazia. E’ dura, ma si comincia. La gente scende in piazza contro il regime, gli americani minacciano di non versare più i 2 miliardi di dollari l’anno di aiuti, così il dittatore Hosni Mubarak è stato costretto ad annunciare elezioni multipartitiche. Bisognerà valutare la portata di queste riforme, ma quando si apre una falla è difficile tapparne i buchi, nonostante La Repubblica abbia prima sottovalutato e poi addirittura oscurato la notizia, preferendo una difesa della tv antisemita al Jazeera.
7) I sauditi sono molto attivi. Temono di doverla pagare (e sarà sempre troppo tardi). Così fanno quello che sanno fare benissimo: vendere il fontanone agli allocchi occidentali, organizzando finte elezioni locali e convegni farsa contro il terrorismo. Però in questo caso ci ha creduto soltanto Repubblica.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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