Camillo di Christian RoccaLe farfalle nello stomaco dell'inviato di guerra

La guerra è il male. Un gradino sotto la guerra c’è solo la retorica dell’inviato di guerra, una categoria dello spirito e del giornalismo civile da cui è vivamente consigliato tenersi lontani. Il cronista al fronte che dice di essere mosso dal sacro fuoco dell’informazione è come l’adolescente che al primo amore dice di sentire le farfalle nello stomaco. Anzi, peggio: almeno il ragazzetto si guarda bene dall’indossare la sahariana e certamente non si può permettere la pashmina.
Io sto con il migliore degli inviati di guerra italiani, Toni Capuozzo. Cosa dice Capuozzo? Dice che quando lo definiscono inviato di guerra, come ho appena fatto io, risponde “no, neanche per idea”. E sebbene non pensi, come lui, che il lavoro del cronista di guerra sia “molto facile” – perché, al contrario di Capuozzo, non credo sia sufficiente “starsene davanti alla moschea di Baghdad” e far sentire “la voce del muezzin” ¬per guadagnarsi il patentino di giornalista di guerra – concordo con lui quando dice che la discriminante per giudicare un inviato, a Kabul come ad Abbiategrasso, è saper raccontare bene ciò che si vede davanti a sé. In teoria chi è incapace sotto casa, non dovrebbe saperci fare nemmeno sotto assedio, anche se lo scrittore inglese Evelyn Waugh, nel suo esilarante romanzo “L’inviato speciale” (“Scoop”, in inglese), spiega come sia vero esattamente il contrario. Il suo William Boot, uno sprovveduto giornalista inglese che capita per caso in zona di guerra, diventa il principe degli inviati di guerra pur non sapendo nulla di nulla.
La mistica degli inviati di guerra porta proprio a questo, a scambiare un cronista passato dal fronte per un esperto di geopolitica e di questioni internazionali, soprattutto quando rientra in patria e porta la sua sahariana e la sua pashmina in tour promozionale. E’ un po’ come se chi scrive di calcio fosse poi necessariamente capace di tirare all’incrocio dei pali oppure chi fa cronaca giudiziaria già pronto a patrocinare in Cassazione. Leo Longanesi diceva che da un buon giornalista ci si aspetta che “spieghi benissimo quello che non sa”. Gli inviati di guerra (e il sottoscritto) non fanno eccezione.
Christian Rocca

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