Camillo di Christian RoccaIl mondo ideale di Obama assalito dalla realtà

New York. Barack Obama ha perso in un solo colpo il ministro della Sanità Tom Daschle e la consigliere della Casa Bianca, Nancy Killefer, che aveva il compito di monitorare l’attuazione del programma di governo. Entrambi si sono ritirati perché si è scoperto che di recente avevano pagato meno tasse del dovuto. Daschle e Killefer non sono gli unici ad aver avuto problemi fiscali né i primi a essersi ritirati. Tra i primi c’è il segretario al Tesoro Tim Geithner, nominato da Obama proprio al ministero che gestisce i soldi delle tasse, mentre tra chi ha dovuto rinunciare al posto al governo c’è il governatore Bill Richardson, nominato al Commercio ma costretto alle dimissioni perché impelagato in una sempre più ampia inchiesta giudiziaria in New Mexico. Al suo posto ieri Obama ha nominato un senatore repubblicano, Judd Gregg, il terzo conservatore del governo Obama.
Le prime scelte dell’Amministrazione non sono state felicissime, senza dover nemmeno citare la vicenda dei contatti dei suoi uomini con il governatore dell’Illinois, Rod Blagojevich, che cercava di vendere il seggio senatoriale di Obama. I repubblicani sono elettrizzati non soltanto perché il presidente non è ancora riuscito a ottenere un consenso bipartisan sul piano economico, e ieri notte ci ha riprovato ancora una volta con una serie di interviste ai principali network del paese, ma anche perché possono tornare a prendere in giro le politiche fiscali degli avversari: “I democratici sono favorevoli all’aumento delle tasse perché poi tanto non le pagano”.
I casi Daschle, Killefer, Geithner, Richardson (e Blagojevich) non sono gli unici ad aver offuscato l’aura messianica del quarantaquattresimo presidente. In campagna elettorale Obama aveva promesso di chiudere la porta del governo ai lobbisti e al vecchio modo di fare politica e affari a Washington. Una volta entrato alla Casa Bianca, il suo primo atto formale è stato di firmare un decreto presidenziale con cui ha imposto ferree regole etiche per i membri della sua Amministrazione. Ma le norme sono state subito messe da parte, con la nomina di numerosi ex lobbisti in ruoli chiave del governo, a cominciare dal numero due del Pentagono, William Lynn, ex curatore degli interessi di una grande azienda d’armi, fino al capo dello staff di Geithner al Tesoro, che in passato ha curato i rapporti della Goldman Sachs con la politica.
Il New York Times di martedì mattina ha aperto il giornale raccontando come la promessa obamiana di cambiare Washington in realtà sia piena di asterischi ed eccezioni e, inoltre, ha scritto un editoriale per chiedere a Daschle di ritirarsi, cosa che non aveva fatto qualche giorno fa con Geithner, malgrado le sue defaillance fiscali fossero ben più grandi quelle di Daschle. In ogni caso questa è la prima volta che il giornale liberal di New York critica duramente le scelte del neopresidente.

Una perdita grave
Tom Daschle, in particolare, è una perdita grave per Obama, non solo in termini di immagine. Ex numero uno dei democratici al Senato fino al 2004, Daschle era stato scelto per guidare il Dipartimento della Sanità e per coordinare dalla Casa Bianca l’ambiziosa riforma sanitaria promessa in campagna elettorale. Daschle è stato uno dei primi leader democratici a sostenere Obama alle primarie e il legame tra i due è molto forte. L’ex capo dello staff di Daschle, Pete Rouse, è diventato uno dei principali consiglieri del presidente e l’ex senatore è stato fino all’ultimo in corsa per guidare la Casa Bianca al posto di Rahm Emanuel. Obama ha deciso infine di affidargli il piano di riforma sanitaria non solo come membro del governo, ma anche con il ruolo di zar delle politiche sanitarie.
La scelta di puntare su Daschle era stata già criticata per le ragioni etiche poste dalla stessa Amministrazione Obama: la moglie è una lobbista e lui stesso da quando è stato sconfitto al Senato ha lavorato come consigliere di grandi aziende, incassando oltre cinque milioni di dollari, duecentomila dei quali provenienti dal settore sanitario. Ma a farlo cadere sono state le dichiarazioni dei redditi, malgrado ancora martedì sera Obama gli avesse espresso solidarietà assoluta. Daschle ha sanato soltanto poche settimane fa un debito con il fisco di 128 mila dollari, dovuto perché non aveva denunciato l’uso di un’automobile e di un autista pagati da un amico finanziatore. I leader repubblicani non hanno forzato la mano contro il loro ex collega, ma a Washington le battute sui “limousine liberal” si sprecano.

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