Camillo di Christian RoccaObama cerca di accontentare tutti, ma rischia la rivolta Cia

New York. Al presidente americano Barack Obama sta sfuggendo di mano la vicenda della Cia e delle tecniche “intensificate” di interrogatorio adottate dopo l’11 settembre per estrarre informazioni dai detenuti della guerra al terrorismo. La situazione è delicata, se non pericolosa, anche perché per la prima volta sembra che Obama non riesca a trovare una soluzione condivisa e in grado di far dimenticare la questione.

New York. Al presidente americano Barack Obama sta sfuggendo di mano la vicenda della Cia e delle tecniche “intensificate” di interrogatorio adottate dopo l’11 settembre per estrarre informazioni dai detenuti della guerra al terrorismo. La situazione è delicata, se non pericolosa, anche perché per la prima volta sembra che Obama non riesca a trovare una soluzione condivisa e in grado di far dimenticare la questione. La cosa più preoccupante, per il presidente, non è il rinnovato clima di spaccatura ideologica a causa delle polemiche sulla tortura e, tutto sommato, nemmeno quello sulle responsabilità penali dell’Amministrazione Bush per aver autorizzato queste tecniche di interrogatorio.
Piuttosto sono le notizie provenienti dall’interno della Cia, veicolate da editorialisti molto vicini a Obama, gente insospettabile di filo bushismo come David Ignatius e Joe Klein, secondo cui la prima conseguenza del gran caos creato di questi giorni dalla pubblicazione dei memo del Dipartimento di Giustizia di Bush sui metodi “intensificati” di interrogatorio è la tendenza degli agenti segreti impegnati in giro per il mondo a tenersi lontani da azioni riservate e da interrogatori di sospettati di terrorismo, per paura che la copertura legale di Washington prima o poi possa venire a mancare. Ignatius ha scritto sul Washington Post che Obama non si rende conto che su un tema come questo non può accontentare tutti, sia la sinistra pacifista sia gli agenti della Cia, “nessuno può pretendere che la pubblicazione di quei documenti non sia stata costosa per il morale della Cia e la sua efficacia”.

Secondo Ignatius, la lezione di questi giorni è molto chiara per i giovani dirigenti della Cia: “Rifiutare incarichi rischiosi, abbassare la testa, stare alla larga da programmi antiterrorismo che potrebbero mettere a rischio la carriera. Un anziano dirigente antiterrorismo dice che gli agenti sul campo sono già molto più cauti nel fidarsi dei pareri legali che autorizzano le loro azioni”. In almeno un caso, ha scritto Ignatius, la Cia non s’è azzardata a interrogare un membro di al Qaida e l’ha passato ai militari”. In più, riporta Ignatius, ora c’è il rischio che le agenzie di intelligence straniere non condividano più informazioni sensibili con la Cia, perché considerano troppo alto il rischio che poi gli americani per motivi politici rendano tutto pubblico: “Nel lungo periodo, l’America guadagnerà dalla decisione di Obama di esporre le pratiche del passato e di vietare la tortura nel futuro. Ma nel frattempo – ha concluso il decano degli editorialisti di politica estera del Post – il paese sta combattendo una guerra e ha bisogno di evitare che la luce dell’esposizione accechi i suoi guerrieri nell’ombra”. Anche uno dei più grandi fan di Obama, Joe Klein, ha scritto su Time che Obama ha fatto bene a pubblicare quei memo, ma ha segnalato che “nella comunità di intelligence ci sono preoccupazioni serie e una potenziale ribellione nei servizi segreti”, perché questa scelta “colpirà il morale e forse la loro efficacia”.
I riflettori dei media, invece, sono puntati sugli aspetti politici ed eventualmente giudiziari di questa mini crisi. La posizione dell’Amministrazione è stata incoerente, confusa, contraddittoria e ha alimentato le polemiche, anziché sopirle. L’intenzione era opposta: dopo una lunga e sofferta discussione interna, Obama ha deciso di rendere pubblici quei documenti, ma contemporaneamente di non mettere sotto inchiesta gli agenti della Cia che avevano agito “in buona fede”.
Obama, dicono fonti della Casa Bianca, si è opposto all’ipotesi di una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità dell’Amministrazione precedente, per evitare che i prossimi mesi e anni fossero monopolizzati da polemiche sul passato, anziché sui progetti per il futuro. La reazione della destra repubblicana, a cominciare da quella di Dick Cheney, era ampiamente prevista e tutto sommato ininfluente, ma il presidente credeva che pubblicando quei documenti bushiani avrebbe accontentato l’ala sinistra del suo schieramento che ultimamente cominciava a rumoreggiare per le decisioni di politica estera e di difesa non in linea con le aspettative. E’ successo il contrario.
Le organizzazioni dei diritti civili, i blogger più radicali e molti deputati e senatori democratici hanno cominciato a richiedere la pubblicazione di ulteriori documenti, a pressare la Casa Bianca per processare i responsabili e a passare altre informazioni riservate ai giornali. Obama si è trovato in mezzo a due fuochi. La prima mossa è stata quella di correre al quartier generale della Cia per rassicurare dirigenti, analisti e dipendenti, ma per sedare la protesta dell’ala sinistra del Partito democratico, il giorno dopo il presidente ha detto di essere “aperto” alla possibilità che si costituisca una commissione bipartisan d’inchiesta sul modello di quella fatta dopo l’11 settembre. I membri del suo staff hanno dato segnali ugualmente contraddittori, spiegando in modo non convincente che non è compito del presidente aprire inchieste giudiziarie, ma del Dipartimento della Giustizia.

Il fronte liberal del Congresso preme per la commissione, ma non aspetta decisioni dall’alto: in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo anno, ha già avviato varie indagini politiche i cui risultati saranno noti in tempo per il voto. I giornali, ieri, hanno spiegato che sarà molto difficile che i funzionari bushiani potranno essere incriminati, perché non bastano interpretazioni sbagliate delle leggi sulla tortura, ammesso che la commissione le giudicherà errate, ma sarà necessario provare l’intenzione precisa di violare le leggi.
I repubblicani non stanno con le mani in mano. Cheney ha chiesto di togliere il segreto anche ai documenti che provano quanto siano state efficaci le tecniche “intensificate” di interrogatorio. Un aiuto gli è arrivato dal direttore nazionale dell’intelligence, Dennis Blair, nominato da Obama, a riprova della gran confusione che regna nell’Amministrazione. In una lettera ai dipendenti della Cia, Blair ha scritto che “dagli interrogatori in cui sono stati usati questi metodi sono arrivate informazioni di alto valore e hanno aiutato a conoscere in modo più profondo l’organizzazione di al Qaida che stava attaccando il paese”. La lettera è stata passata ai giornali, ma senza questo passaggio. Scoppiata la polemica, Blair è stato costretto a fare marcia indietro e a dire che l’America non aveva bisogno di quelle tecniche e che nessuno è in grado di sapere se le informazioni non sarebbero state ottenute altrimenti. In realtà, almeno stando a uno dei memo diffusi da Obama, si sa che l’ideatore dell’11 settembre, Khaled Sheik Mohammed, non stava collaborando e che ha cominciato a farlo quando è stato sottoposto agli interrogatori “intensificati”. Durante una di queste sedute si sarebbe lasciato scappare una frase su un attacco imminente che ha convinto la Cia a usare la tecnica che simula l’annegamento. Solo dopo varie sedute di waterboarding, il jihadista avrebbe svelato i particolari di un piano terrorista contro Los Angeles.

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