Camillo di Christian RoccaThat's it/36

New York. “Cafe Luxembourg”, bistrot francese per intellettuali e milionari liberal sulla settantesima strada, tra Amsterdam e West End avenue.

New York. “Cafe Luxembourg”, bistrot francese per intellettuali e milionari liberal sulla settantesima strada, tra Amsterdam e West End avenue. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ordina una zuppa di vongole del New England e un piatto di pappardelle al ragù di coniglio, con pecorino e basilico, ma è molto preoccupato per la situazione politica americana, molto meno per quella italiana colpita dal gran caos pubblico intorno alle vicende della famiglia Berlusconi.
Secondo Zerlenga è normale che le vicende della famiglia Berlusconi non facciano perdere consenso al premier italiano e che gli scandali sessuali, invece, rovinino le carriere dei politici americani: “Noi siamo cattolici, gli americani sono protestanti. Il principe di Salina, nel ‘Gattopardo’ di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, andava a prostitute e subito dopo attraversava la strada per andarsi a confessare dai gesuiti. Siamo figli della cultura di Alessandro VI, il Papa che aveva numerosi figli e ne era orgoglioso. I cattolici accettano la realtà, sanno – come diceva Calderón de la Barca – che la vita è crudele, sono consapevoli che il cattolicesimo ruota intorno al concetto di salvezza: se togliamo la resurrezione di Gesù ci resta soltanto Cristo sulla croce”. I cattolici accettano la realtà, spiega Zerlenga, mentre gli ebrei “vogliono migliorarla” e i protestanti credono nella predestinazione: “La cultura americana è protestante, si basa sull’azione, sulla testimonianza continua, sulla responsabilità, sulla comunità. Il protestante deve sempre dimostrare di essere cristiano, il cattolico no. Nemmeno il prete deve dimostrarlo, perché il potere di dare la grazia attraverso i sacramenti è della chiesa e di Gesù Cristo, non importa quali siano i comportamenti del prete che li amministra”.
Elettore democratico e sostenitore di Barack Obama, Zerlenga è decisamente più preoccupato per la situazione americana, perché è convinto che i democratici e Obama rischiano molto a causa dell’assenza di un’opposizione. Il Partito repubblicano, infatti, è ai minimi termini e c’è il rischio, secondo l’ex professore di Storia dell’islam alla New York University, che in assenza di qualcuno che li controlli, la maggioranza voglia strafare o si faccia trascinare dall’ala di sinistra del partito.
I conservatori, sostiene Zerlenga, credono che Obama sia un socialista, ma non è vero: “Obama è un esponente del Partito democratico e il Partito democratico si è sempre battuto per umanizzare il sistema capitalistico, non per abbatterlo. Agli europei vorrei dire che non è vero che l’America stia diventando europea, l’America sta cercando di superare la crisi e lo sta facendo esattamente nello stesso modo in cui ha superato quella del Ventinove, con il New Deal”.

Quel che non capiamo dei pirati
A Zerlenga Obama piace moltissimo, malgrado qualche ingenuità in politica estera e qualche scivolone sulle questioni di sicurezza nazionale. Non bisogna citargli le polemiche sulla segretezza delle azioni della Cia e nemmeno quelle sulle tecniche “intensificate” di interrogatorio, perché non crede al principio secondo cui “noi siamo i buoni e dobbiamo dimostrarlo”. Non è così, dice. “Noi siamo i buoni, ma ci dobbiamo difendere”.
Il pensatore newyorchese tende a smontare anche l’idea di un Obama campione del laicismo e dell’intangibilità della scienza, come viene descritto dai giornali: “Dovreste leggere il bellissimo discorso del 27 aprile alla riunione annuale dell’Accademia nazionale delle Scienze. Non solo ha concluso il discorso con un doppio ‘God bless’, il tradizionale ‘Dio benedica l’America’ preceduto però anche da un ‘Dio vi benedica’ rivolto a una platea di scienziati”. Zerlenga estrae dalla borsa di cuoio il testo obamiano e legge in inglese il passo in cui il presidente ricorda agli scienziati che la scienza non può rispondere a tutte le domande e che anzi, di fronte ai misteri del mondo, è obbligatoria l’umiltà. La scienza, ha detto Obama, “non può prendere il posto della nostra etica, dei nostri principi, della nostra fede”.
Nella borsa, Zerlenga ha anche un altro ritaglio: un articolo sulla pirateria marittima pubblicato sul numero di marzo di Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti che Zerlenga consulta regolarmente alla Public Library sulla quarantaduesima: “In una nota – dice Zerlenga – c’è una frase che spiega tutto, anche se noi continuiamo a non voler capire”. La nota riporta una dichiarazione del 6 febbraio del leader libico Muhammar Gheddafi in difesa dei pirati: “Non è pirateria, è autodifesa, stanno difendendo il cibo dei loro figli. La pirateria è una risposta all’avidità delle nazioni occidentali che invadono e sfruttano illegalmente le risorse delle acque territoriali somale”. (chr. ro)

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