Camillo di Christian RoccaCosì le proteste in Iran intralciano la Realpolitik di Obama

New York. Il presidente, ha scritto ieri il Wall Street Journal nel suo primo editoriale, ha denunciato “la portata dei brogli” e la risposta “scioccante”, “brutale” e “violenta” del regime iraniano alle manifestazioni di piazza di Teheran. “Queste elezioni sono un’atrocità”, ha detto. Purtroppo, ha scritto il Journal, il presidente che ha pronunciato queste parole non è americano, ma francese, Nicolas Sarkozy.

New York. Il presidente, ha scritto ieri il Wall Street Journal nel suo primo editoriale, ha denunciato “la portata dei brogli” e la risposta “scioccante”, “brutale” e “violenta” del regime iraniano alle manifestazioni di piazza di Teheran. “Queste elezioni sono un’atrocità”, ha detto. Purtroppo, ha scritto il Journal, il presidente che ha pronunciato queste parole non è americano, ma francese, Nicolas Sarkozy.
Barack Obama, invece, continua a monitorare la crisi iraniana evitando di condannare la reazione degli ayatollah o di abbracciare le ragioni della rivolta. Nei primi due giorni non ha detto una parola, poi ha cominciato a esprimere “profonda preoccupazione” per la situazione, senza mai mostrare particolare vicinanza ai manifestanti. Anzi ha lodato l’intervento del leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, per aver deciso di verificare eventuali irregolarità. Tra i due contendenti, ha detto correttamente Obama, in realtà non c’è grande differenza programmatica e, in ogni caso, l’America avrà a che fare con un regime nemico. Eppure, fino alla vigilia del voto, i suoi uomini puntavano decisamente su una vittoria di Moussavi e credevano di poter accreditare la sconfitta di Ahmadinejad alla nuova strategia del dialogo impostata dalla Casa Bianca.
Il paradosso è che Obama ora ha bisogno che la protesta rientri al più presto e che a Teheran torni la calma istituzionale, anche se la propaganda del regime lo accusa di fomentare la rivolta, ipotesi smentita da Obama due giorni fa e ieri dal Dipartimento di Stato. Il punto centrale della strategia obamiana e la grande innovazione rispetto agli anni di Bush, ha scritto ieri sul Washington Post l’analista neoconservatore Robert Kagan, anzi è la legittimazione del regime degli ayatollah. Al contrario di Bush che parlava direttamente al popolo iraniano e mediorientale scavalcando i loro leader, Obama si rivolge a chi è al potere, alle élite e all’establishment con cui crede possa riuscire a trovare un accordo. La prima urgenza obamiana, quindi, è far capire agli ayatollah che gli Stati Uniti non sono intenzionati ad abbattere il loro regime, né a sostenere l’opposizione né a cacciarli dal potere, tutte precondizioni necessarie per convincerli a sedersi al tavolo delle trattative per il “Grande accordo” sul nucleare e sul terrorismo. E’ questa l’essenza della strategia di Obama, ispirata ai principi della scuola di politica estera “realista” e decisamente opposta all’ingenuo idealismo democratico di Bush. Obama non parla come Sarkozy e non si rivolge direttamente al popolo iraniano perché segue la sua strategia. Non perché preferisca Ahmadinejad a Moussavi, e nemmeno perché teme che il sostegno americano possa diventare il bacio della morte per l’opposizione, ma perché se aiutasse anche soltanto a parole i manifestanti apparirebbe ostile al regime con cui vuole tentare un accordo. “Se lo trovate inquietante – ha scritto Kagan – fate bene. Anche perché la cosa peggiore è che questo approccio probabilmente non impedirà agli iraniani di dotarsi dell’arma nucleare. Ma questo è il ‘realismo’. E’ la linea che ha convinto Brent Scowcroft a brindare a champagne con i leader cinesi alla vigilia di Tienanmen. Ed è il motivo per cui Gerald Ford non ha incontrato Alexander Solzenicyn durante la stagione della distensione”.
I sostenitori di Obama che in tutti questi anni hanno criticato la “freedom agenda” di Bush e invocato un nuovo realismo in politica estera, ha scritto Kagan, di fronte alle proteste di Teheran si sono trovati improvvisamente a tifare per la libertà e la democrazia in Iran. Non solo. Credono che il fermento iraniano di questa settimana sia la conseguenza diretta delle parole di Obama al Cairo, quando invece è evidente che per la strategia presidenziale tutta questa incertezza è “una complicazione sgradita”.
Ma, ha scritto su Slate l’analista di scuola realista Fred Kaplan, “è arrivato il momento in cui Obama ripensi la sua politica di dialogo con l’Iran”. Non si può fare finta che non sia successo nulla. Ora, ha scritto Kaplan, l’idea che Hillary Clinton possa andare a Teheran e stringere la mano ad Ahmadinejad non sta più in piedi. Non è più una strategia realistica.

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