Una panchina, un libro“Lavora. Non prendere marito. Non avere figli.”

Simonetta Agnello Hornby,  Un filo d’olio, Sellerio, 2011 Con questo libretto, la siciliana Simonetta Agnello Hornby , che ha al suo attivo cinque romanzi di un certo spessore , La Mennulara in pri...

Simonetta Agnello Hornby, Un filo d’olio, Sellerio, 2011

Con questo libretto, la siciliana Simonetta Agnello Hornby , che ha al suo attivo cinque romanzi di un certo spessore , La Mennulara in primis, si è prodotta in un’opera autobiografica gradevole e di facile lettura. Ma, proprio per la sua semplicità, il valore di questa testimonianza è probabilmente maggiore per l’autrice che non per il lettore. Le memorie della spensierate estati trascorse da bambina nella casa estiva di famiglia a Mosè vicino ad Agrigento hanno un carattere soprattutto “fotografico” senza la pretesa di analizzare più di tanto personaggi e situazioni. Per noi è un po’ come sfogliare l’ album di famiglia di un amico: il piacere, se c’è, si esaurisce in un attimo, mentre per l’interessato il significato è sicuramente più profondo. Vero è che la Hornby scrive bene ed è un brand ormai affermato sul piano delle vendite cosicchè questo piccolo lavoro sta facilmente scalando la top ten dei bestseller italiani, pur non meritando quanto i romanzi. Anche l’idea di “condire” gli episodi d’infanzia con accenni alla gastronomia locale non è poi così originale . Tanto più che, oltre ad essere descritti nel corso della narrazione, i piatti vengono diligentemente riproposti in forma di vere e proprie ricette nelle ultime settanta pagine del libro.
Fatte queste premesse, alcuni quadretti rimangono impressi: ad esempio, la scena felliniana della scampagnata dei “pretini” del vicino seminario, che in poche ore di aria frenetiche riassaporano la libertà fanciullesca perduta. Straordinaria poi la descrizione delle due sorelle, rispettivamente madre e zia della Hornby, che sequestrano la cucina nei pomeriggi estivi per sfornare ogni sorta di dolce, intrecciando fra loro un balletto di formalità: ” Dopo di te, Teresù” “ No prima tu” “ Grazie” “ Prego” “Scusa se ti ho spinto Elenù”. E poi, finito il lavoro, tornano ad essere le signore della casa, indossando il vestito da pomeriggio, il filo di perle buone e le scarpe di Chanel.
La famiglia della Hornby rappresenta un’aristocrazia siciliana ormai estinta, quella che legava i “baroni”, la terra e i contadini in un rapporto speciale, dove il paternalismo dei proprietari terrieri – ricordiamo l’illustre esempio del Gattopardo – non metteva in discussione il ruolo assegnato a ciascuno nella rigorosa scala gerarchica. C’è da dire che, malgrado l’affetto per le persone e le cose che traspare da queste memorie, la Hornby non sembra nutrire alcun senso di amarezza per la scomparsa di questo mondo: l’autrice fa parte di una generazione che lo abbandonò presto di sua volontà per recarsi all’estero, dove tuttora vive e lavora come avvocato. E probabilmente anche il padre da lei tanto amato aveva ben compreso che quell’epoca si stava definitivamente chiudendo quando le ingiungeva: “Lavora. Non prendere marito. Non avere figli.”

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