Blow-UpJR riporta la fotografia sulla strada di casa

Una fotografia, in fondo, è solo un piccolo, trascurabile ritaglio di carta. La infiliamo nel portafogli dimenticandoci di averla; la facciamo ingiallire fra le pagine del passaporto; la teniamo na...

Una fotografia, in fondo, è solo un piccolo, trascurabile ritaglio di carta. La infiliamo nel portafogli dimenticandoci di averla; la facciamo ingiallire fra le pagine del passaporto; la teniamo nascosta dentro album che non sfoglieremo mai, se non in certe circostanze speciali.
Un triste, analogo destino può toccare alla fotografia esposta nei musei.
Anche lì, infatti, si finisce per lasciarla da sola, con giusto qualche spettatore sporadico che continua a farle visita.

A volte mi viene da pensare se la gente non sia stanca, non sia annoiata dalle solite gallerie , collezioni, quadrerie, da quelle lunghe fila di oggetti disposti su pareti bianche e monotone, oppure “installati” in stanze cubiche e asettiche.
E se non desideri, al contrario, emozioni e riflessioni nuove, o perlomeno non così scontate e prevedibili.

La fotografia contemporanea, nella prassi museale, ha avuto più o meno la stessa evoluzione storica della pittura. Come una tela o un disegno è stata predisposta secondo regole e formati standard, incorniciata con le tradizionali finiture lignee di gran pregio o con i materiali sintetici più avanzati e, in fine, appesa al muro, esattamente come un quadro. È stata trattata, insomma, come una composizione bidimensionale da ammirare a debita distanza, in muto silenzio e raccoglimento. E anche quando, ai tempi delle avanguardie più recenti, le sono stati aggiunti apparati testuali da leggere o dispositivi sonori da ascoltare, la sua fruizione è rimasta un momento intimo, privato, oserei dire riservato a pochi o addirittura a un solo devoto spettatore: una forma di dialogo confidenziale, a tu per tu, con un’entità simbolica, un po’ come avviene in un confessionale o durante una funzione liturgica.

La fotografia nell’arte, ma anche nelle pratiche sociali più diffuse, si situa oltre una soglia, dentro a un confine posto per delimitarla e dividerla dalla realtà. Se non varchiamo questo limite, decidendo di entrare nel suo contesto di riferimento, essa o rimane nascosta o viene facilmente dimenticata.

Oggi scelte del genere sono sempre meno frequenti. I ponti di accesso vengono avvertiti come barriere respingenti quasi impenetrabili, tranne che per certe nicchie di fedeli seguaci. Ebbene, la fotografia che avrebbe dovuto esaudire il sogno di un arte di massa, ha finito per incentivare il consumo di un arte per le élite?

Negli ultimi anni si è discusso a lungo su come incoraggiare la ricezione e abbattere gli ostacoli. Ma le risposte più coraggiose e al tempo stesso più efficaci sono arrivate solo, e come poteva essere altrimenti, dagli artisti. Ancora una volta, però, il vero problema non è stato quale linguaggio ma quale metodo adottare.

Gli artisti per primi hanno pensato di liberarsi dai vincoli istituzionali, dalle logiche restrittive e separatiste che distinguono gli utenti del museo dal cosiddetto “grande pubblico” andando a intervenire direttamente nei luoghi della vita sociale quotidiana. Credo che la parola giusta sia “occupazione”, intesa principalmente come pratica di infrazione e sovvertimento delle convenzioni prestabilite e, di conseguenza, come ripensamento e riutilizzo dello spazio pubblico in modo autonomo e creativo.

Non più quindi una collocazione dell’arte regolamentata per decreto; non più l’adesione e la conformità obbligatorie a certi criteri d’allestimento; ma il loro rovesciamento con l’obiettivo della libera autogestione. Se l’utente finale non è più guidato, diventa a sua volta “guida”, si trasforma in esecutore e forse, in un certo senso, prende il posto dell’autore.

Riconsegnare il potere decisionale nelle mani del pubblico è lo scopo, ad esempio, di JR, giovane photograffeur, come ama definirsi (un mix di fotografo e writer metropolitano), parigino. Nonostante la giovane età l’artista francese ha già al suo attivo parecchie occupazioni fotografiche “di suolo pubblico” in ogni angolo del pianeta: Berlino, Amsterdam, New York, Liberia, Sierra Leone, Brasile, India, Cambogia, Giappone ecc., ma soprattutto in luoghi dove gli abitanti vivono particolari condizioni di disagio, difficoltà economiche, disservizi sociali, dove manca l’affermazione dei diritti di base o rischia di essere seriamente compromessa.

JR pone il soggetto debole, l’uomo della strada, il cittadino comune al centro del sistema. Vuole che l’arte, l’immagine, la comunicazione si integrino al corpo “architettonico” della realtà, vadano verso il singolo , lo circondino, lo avvolgano, abitino il suo mondo e diventino delle presenze costanti nella sua esperienza abituale. Pensa che la società non debba essere un organismo liquido e confuso ma un’organizzazione fatta da persone che si autodeterminino in forma di comunità. I luoghi dell’arte, quelli “magnificati” dall’arte, devono interpretare questa missione, quasi sempre contrastata dal potere istituzionale, in previsione di un rinnovamento sociale e culturale. Per questa ragione non possono restare strutture immobili, ma devono animarsi; non fare più da sfondo ma divenire specchio.

Agente di scambio, di interrelazione, di consapevolezza, come le lastre specchianti di Michelangelo Pistoletto, i maxi-poster fotografici di JR consentono di raccogliere i volti, le forme, le figure di dieci, cento, centomila persone, tante quante sono quelle che gravitano intorno allo spazio pubblico: passanti casuali, residenti del quartiere urbano, membri di un piccolo villaggio rurale, cittadini delle grandi metropoli.

Però il campo di proiezione è totalmente alterato. Nel passaggio dall’indoor all’outdoor mutano per forza le dimensioni, i formati, i punti di vista, le prospettive. L’ambiente reale non è più la galleria e pertanto tutto deve essere riproporzionato e rimisurato.
Le opere fotografiche progettate da JR sono delle gigantografie, delle stampe colossali, mostruose, sublimi. La crescita abnorme innesca una forte scarto percettivo, una sorta di “effetto Gulliver”, tanto da generare reazioni di sbalordimento, sorpresa, meraviglia in chi guarda. Tale overdose emozionale non paralizza, anzi eccita gli astanti, li coinvolge da vicino. Tuttavia la grande novità riguarda il ruolo dello spettatore, non più chiamato soltanto a guardare, ma messo nella condizione di guardarsi. JR non incanta con strepitosi apparati effimeri o strabilianti giochi fantasmagorici, la sua esibizione propone, in buona sostanza, un grande, interminabile, autoritratto collettivo.
La gente partecipa alla creazione dell’intervento dalla prima all’ultima fase: pose per gli scatti, elaborazione e stampa dei poster, montaggio in sito e infine godimento dello spettacolo.
Ma questo non è uno spettacolo e basta.
Quei giganti di carta che abbracciano con la loro estensione sconfinata l’intero territorio percorribile non sono altro che quegli stessi nani in carne e ossa che lo abitano. Quest’ultimi, rivedendosi nelle fotografie dei loro stessi volti, nei loro stessi occhi che li scrutano imperterriti, nei tratti somatici, nei particolari anatomici, nei connotati inconfondibili degli amici o dei membri di una stessa famiglia, possono finalmente riconoscersi e ritrovarsi compatti in un insieme inscindibile. Possono affermare la loro esistenza al cospetto del mondo intero.
Forse per la fotografia è terminato l’esilio museale ed è suonata l’ora del ritorno a casa.

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