L’agente MormoraAmore e Morte, faccia a faccia tra l’indignazione

Sulle divise non cuciono i sentimenti, ma gli occhi – questi occhi – hanno violato tutti i protocolli e si sono incendiati di vita. Non sappiamo cosa voglia fare quella mano su un collo inesistent...

Sulle divise non cuciono i sentimenti, ma gli occhi – questi occhi – hanno violato tutti i protocolli e si sono incendiati di vita. Non sappiamo cosa voglia fare quella mano su un collo inesistente: viste da ferme, una carezza e una sberla hanno la stessa forma. Viste da ferme, due vite tanto diverse hanno la stessa anima. Restano ritte in mezzo al disgusto, non si piegano alla rassegnazione e lottano senza far caso al battaglione in cui si sono arruolate. Per non darla vinta alla cecità delle appartenenze, aprono gli occhi e si guardano.

Lui lì per mestiere pasoliniano, lei lì perché troppe cose non girano per il verso giusto. Lui a difendere uno Stato che non paga gli anfibi nuovi e lo costringe a indossare d’inverno quelli estivi. Lei a infrangere sogni e cristalli con la stessa indifferenza riottosa. Entrambi credono fin troppo in quello che fanno, fanatici delle incertezze. Forse solo questo virgineo corpo a corpo è in grado di incastonare un pomeriggio intero in quattro pupille, quasi che la vista possa dare un ‘senso’ a tutto quel rumore di declino e sconfitta che li accerchia.

C’è un tramonto alle loro spalle, lampioni che rischiarano la guerriglia e capipopolo che strepitano. Potrebbero anche esserci un prato, la notte, il vuoto. Ciò che conta è l’istante lungo quanto un brivido che non finisce più. E, dentro, due giovani immersi nello scatafascio di un Paese rabbioso. Fanno la rivoluzione, entrambi. Sicurezza e speranza, ordine e rivolta: li hanno accoppiati in uno sguardo. È una scena elettrizzante, figlia di una tensione senza fiato. Hanno talmente tante cose da dirsi, quei due, che tacciono.

Degli scontri di Roma, a quest’ora, restano: il puzzo asfissiante di un fallimento, le colonne di fumo dell’occasione bruciata, i pianti inauditi di chi parcheggia in strada perché i garage sono cose da ricchi. E restano anche loro: uno sbirro «infame» ed una manifestante della «feccia». Se li guardi negli occhi, ancora di più ti paiono insensati gli stereotipi. Come a Vancouver, con un bacio sull’asfalto, o come a Tienammen, in maniche di camicia contro i carri armati, a combattere le guerre più insensate ci mandano sempre gli innocenti.

Finisce che loro vincono pure, scalmanati che non sono altri. E non hanno il tempo di scambiarsi i numeri per mischiarsi le esistenze, anche dietro le quinte della vita vera. Si scambiano gli sguardi, solo quelli. Non c’è spazio per le emozioni e, se vuoi cambiare i connotati al mondo, ti devi arrendere davanti a questi volti senza nome. Non c’è tempo, tranne quello che si perde in un momento spettinato ed infinito.

(Questa foto, un enigma in uno scatto datato 15 ottobre, è presa da qui. L’ha scattata un reporter dell’agenzia Fotogramma. Conoscete altri dettagli?).