Blow-UpConversazioni su un nuovo collezionismo

Mentre, in questo ultimo scorcio di 2011, nel teatro della politica stiamo assistendo all'ingresso in scena di "nuovi" attori, banchieri, professori universitari, prefetti e ammiragli, nel ruolo de...

Mentre, in questo ultimo scorcio di 2011, nel teatro della politica stiamo assistendo all’ingresso in scena di “nuovi” attori, banchieri, professori universitari, prefetti e ammiragli, nel ruolo dei protagonisti, ma con in testa (si spera) un copione “alternativo”, recitato con stile trasversale, “europeista”, che solo i più tecnicamente dotati sanno interpretare, nel teatro dell’arte questa mutazione è già in corso da lungo tempo.

Valga da esempio il caso americano. Il paese che forse più di tutti, fin dal primo dopoguerra, ha assistito al consolidamento del fertile sodalizio fra i “poteri forti” dell’economia e dell’alta finanza e la produzione dell’arte.
Il mecenatismo e il grande collezionismo americano che per alcuni hanno addirittura inventato l’arte contemporanea così come la conosciamo oggi sono stati orchestrati da poche grandi famiglie imprenditoriali e lobby affaristico-bancarie il cui modus operandi ha determinato la nascita, l’affermazione, il potenziamento delle più grandi istituzioni museali del paese ed è stato poi esportato oltre i confini nazionali. Effetto di queste politiche economico-culturali è senza dubbio la grande mostra itinerante Conversations ospitata a Milano fino al 15 gennaio. L’evento è dedicato alla sezione fotografica (ben 80 esemplari) della Bank of America Merrill Lynch Collection, una delle più importanti e prestigiose al mondo.
Il Museo del Novecento ha aderito al programma “Art in our Communities” mediante il quale i soggetti (enti, istituzioni, organizzazioni non-profit) beneficiari del prestito di opere d’arte presenti nella collezione bancaria potranno godere di tutta una serie di benefici e di risorse economiche derivanti dalla circolazione della arte sul territorio e finalizzate all’incremento della produzione culturale o ad altre forme di investimento o di servizio. Ma in fondo, sottratto alla retorica della filantropia fine a se stessa, non è altro che l’estensione su vasta scala del congegno alla base di ogni collezionismo di origine bancaria: saldare, mediante i valori e le funzioni dell’arte, i rapporti con le comunità nei quali l’istituto opera con maggiore intensità e ramificazione.

L’aumento della circolazione dell’arte e pertanto la progressiva diffusione del programma sono determinati dall’aumento della capacità d’intervento e di controllo della banca in questione. Non è un caso che sia stata scelta Milano dove si trova un sua sede commerciale di grande rilevanza strategica e di forte radicamento territoriale.
Detto questo, è però fuori di dubbio che la potenza economica finanziaria esercitata da Bank of America tragga enormi vantaggi dal legame con l’Europa, l’Italia, il suo pubblico, la sua cultura e ci si domanda, allora, se non sia giunto il momento di aprire una “conversazione” anche con l’arte italiana e, nella fattispecie, con la fotografia, invece di continuare a produrre eventi di per se eccellenti, puntuali espressioni di un pensiero curatoriale scientificamente impeccabile, molto accurato, molto istruttivo, eppure molto abile nel coinvolgimento e nell’intrattenimento del visitatore, ma assolutamente auto-celebrativi, volti, in ultima istanza, a identificare una cultura e un storia nazionalistica.

I nomi degli autori in collezione sono, senza dubbio, stelle di prima grandezza nel firmamento della fotografia contemporanea. Walker Evans, Robert Frank, Harry Callahan, Helen Levitt, William Klein, Edward Weston, Man Ray, Irving Penn, William Eggleston, Lee Friedlander, Cindy Sherman, solo per citare i principali, hanno scritto capitoli fondamentali nella storia del XX secolo e da essi non possiamo più prescindere. Tuttavia sono la prova evidente che questa straordinaria collezione è stata messa insieme, nel corso degli anni, secondo criteri fortemente “americano-centrici”. Tutto ciò, beninteso, nel pieno rispetto delle logiche che, come dicevamo, presiedono alla nascita e allo sviluppo dei patrimoni artistici degli istituti di credito e delle fondazioni bancarie. A conferma di tutto ciò, basti ricordare che nel 1967 furono proprio i coniugi Newhall, Beaumont e Nancy, due tra i più affermati studiosi del modernismo americano, a ricevere l’incarico di introdurre nella collezione d’arte Merril Lynch circa 350 pezzi fotografici. Beaumont Newhall, come gli appassionati ricorderanno, proveniva dalla direzione del Dipartimento di fotografia del Museum of Modern Art di New York dove, nel 1937, grazie alla mostra Photography 1839 – 1937, aveva già costituito un primo nucleo, cruciale, della raccolta fotografica permanente. Il catalogo di quella esposizione divenne il saggio-manuale di storia della fotografia più letto dal dopoguerra sino ai giorni nostri. Tradotto e stampato in parecchie lingue, ancora oggi è considerato un testo di riferimento. Il modello storiografico di Newhall, una bibbia per intere generazioni di autori, non poteva non essere accolto da Merrill Lynch, non decidere le sue politiche mecenatistiche e non orientare la sua attività collezionistica degli anni successivi. Questo retaggio è del resto lampante in ogni luogo ove l’esposizione approda. Infatti, fatta eccezione per qualche sparuta presenza di maestri dell’Ottocento europeo, quali Gustave Le Gray, Julia Margaret Cameron, Francis Frith e, in epoca più recente, per alcuni esponenti della scuola di Düsseldorf o della nuova fotografia nipponica, la restante rappresentanza internazionale è inesistente. Credo che una revisione delle logiche e degli obiettivi originari della collezione vada fatta con urgenza allo scopo di riequilibrare i ruoli e le relazioni di scambio fra culture e territori.
E allora con la speranza che si inneschino, come previsto dal programma Art in our Communities, circuiti economici virtuosi in materia di promozione e valorizzazione culturale dei paesi-partner del colosso statunitense che possano apprezzare, riconoscere e stimolare nuove produzioni artistiche, concludo riportando le parole di Rena De Sisto, Global Arts and Culture Executive di Bank of America Merrill Lynch, affinché siano di buon auspicio per l’avvenire della fotografia nel nostro paese: “Siamo orgogliosi di sponsorizzare il Museo del Novecento. Questo museo rappresenta una destinazione d’elezione per gli amanti dell’arte italiani e stranieri. Nata per celebrare l’arte contemporanea, questa istituzione è il luogo ideale per ospitare delle fotografie, quintessenza dell’arte del XX secolo. Operiamo a Milano da oltre 50 anni e siamo consapevoli che, nel clima economico attuale, il nostro ruolo di sostenitori all’industria dell’arte è più importante che mai. Siamo onorati di aver potuto dimostrare, attraverso questa mostra molto speciale, il nostro impegno e la nostra vicinanza all’Italia” .