Caro Casertano, alla manovra manca solo una cosa: la crescita

Caro Stefano Casertano,ho letto con interesse la tua lettera su Linkiesta, indirizzata al presidente Monti. E ti scrivo con la speranza di aprire un dibattito, che spero stimolante e costruttivo. Q...

Caro Stefano Casertano,

ho letto con interesse la tua lettera su Linkiesta, indirizzata al presidente Monti.
E ti scrivo con la speranza di aprire un dibattito, che spero stimolante e costruttivo.
Questo è il paese non tanto delle convergenze parallele, quanto delle divergenze intersecantesi. Mi trovo d’accordo con la tua delusione di fondo rispetto ai contenuti della manovra del professore, eppure la mia visione del mondo credo faccia riferimento ad un sistema astronomico diverso dal tuo.
Pur condividendo molte delle critiche puntuali che muovi ad alcune misure adottate dal governo, non siamo sullo stesso piano cartesiano quando scrivi “Imporre nuove tasse, invece, è un placido sentiero in discesa. La gente è contenta: basta osservare la distribuzione del reddito. “Quelli là” hanno rubato soldi a tutti: con le nuove tasse, finalmente ci sarà maggior ricchezza per tutti”.
In particolare, credo che la distribuzione del reddito cui fai riferimento nella tua analisi sia quella di Pareto: insomma, ti concentri sulla parte alta dei percettori di reddito e, in buona sostanza, mi pare che il tuo articolo sia mosso dall’ispirazione lafferiana di una fiscalità che, se troppo vessativa, finisce con l’incrementare elusione ed evasione del presunto ceto produttivo.

Meglio sarebbe, invece, e completo il ragionamento, stimolare la sempre presunta produttività, appunto, attraverso una riduzione dell’imposizione in grado di spingere l’Italia lungo un sentiero di “crescita felice”.
Sugli effetti degli alleggerimenti fiscali si sono già espressi altri e ben più illustri economisti del sottoscritto. In particolare, Tobin, riferendosi all’intuizione di Laffer, scrisse: “The idea that tax cuts would actually increase revenues turned out to deserve the ridicule…“.
Che oltre a un certo valore soglia d’imposizione marginale sia ragionevole assumere una riduzione del gettito, determinata da una diversa allocazione del tempo di un individuo ,è piuttosto banale. L’economia, tuttavia, si è spesa in tanti decenni a dimostrare l’impossibilità pratica di calcolare questo limite naturale di efficienza e, di più, ha evidenziato una relazione decisamente più complessa tra imposizione marginale e offerta di lavoro.
In una situazione emergenziale quale quella che stiamo vivendo, l’unico rischio concreto di una politica fiscale reaganiana è, appunto, l’esito della politica fiscale reaganiana: una spirale esplosiva del debito pubblico.
E non mi pare che ce lo possiamo permettere.

Quello che proprio non riesco ad accettare, nei dibattiti di questi giorni di crisi, è che la supply side economics, ispirata a un liberismo anti-keynesiano che, tutto sommato, è stato il modello responsabile del fallimento in cui viviamo, ancora ottiene consensi su larga scala.
E la Bestia leviatanica della spesa pubblica e del vecchio caro keynesianesimo, invece, vengono visti come il fumo negli occhi dai governi europei: lo mostra l’urgenza con cui s’impone alle costituzioni dei paesi europei di blindare il pareggio di bilancio.
In tutto questo, il paradosso è che la crescita (e la Grecia costituisce un esempio quasi imbarazzante) finisce, da obiettivo dichiarato, col trasformarsi in un corollario che, volenti o nolenti, non si ha alcun modo di stimolare effettivamente.
Venendo, poi, a parlare di liberalizzazioni, giustamente affermi che da Monti ti saresti aspettato di più. Condivido ma, anche in questo caso, vorrei aggiungere un paio di osservazioni.
Non mi pare di vedere elencato, tra gli esempi che poni, il caso delle frequenze tv.
Mi sembra quello il settore in cui le liberalizzazioni, e mi baso sulle stime apparse in questi giorni, porterebbero nelle casse dello Stato 16 miliardi di euro.
Due terzi della manovra annunciata da Monti.

E mi permetto di aggiungere che un sostanziale aiuto alle liberalizzazioni, per evitare il rischio, da te giustamente paventato, di un emergere pericolosissimo di un’imprenditoria mafiosa, verrebbe da una seria lotta all’evasione fiscale.
Su questo tema il governo, ed è a parer mio la sua maggiore responsabilità, non ha praticamente mosso un dito, ostaggio non molto coraggioso delle forze che ne garantiscono la fiducia.
Anche in questo caso, si parla di 120 miliardi di euro di gettito mancato.
Il tutto mentre Adusbef, ieri, ha prodotto l’allarmante stima dell’effetto recessivo sui consumi delle famiglie: un -7% per un ammontare extra di tassazione di circa 1100 euro, che però proprio non mi pare avere come bersaglio principale le piccole e medie imprese.
Ecco, concentrarsi su queste ultime, che saranno anche vessate ma che sono state, pure, il grimaldello di consenso degli ultimi 20 anni di berlusconismo, per me equivale a perdere di vista l’orbita di riferimento.
Mi attendevo da un tecnico come Monti, e come fu Tycho Brahe, un’inversione di rotta.
E invece, mestamente, un inaudito silenzio accompagna il finale che è stato proprio già scritto. “Un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e malattie”.

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